Il mal di Taranta

Correvano gli anni cinquanta sul calendario quando cominciava la mia vita contadina. Vivendo in masseria non potevo contare sui giochi: solo correre dietro alle farfalle, grandi, bellissime, straordinarie nei loro colori. Più crescevo e più venivo indirizzato al lavoro nei campi. Mi attraevano animali come lucertole, serpi e scorpioni e anche ragni più o meno grossi, che stavano nelle intercapedini dei muri di tufo, una pregiata calcarenite che proveniva dalle vicine cave, estratta con il lavoro di zuccata. Venivo educato all’utilizzo degli arnesi della terra per dare forza e vita alle piante. Ero esperto non solo esperto nello zappare la terra, ma anche a potare e ad innestare alberi da frutto e la vite. Coltivavo in proprio un piccolo giardino con piante di fiori e menta, santonina, basilico e altre, tutte odorose. Secchi e secchi d’acqua che trasportavo a fatica da un pozzo lontano.
Imparavo così ad arare la terra, un solco alla volta, con un aratro di legno trainato dalla cavalla Stellina.
Era un vivere tranquillo se non ci fossero state le noiose zanzare, le mosche cavalline, le api e le vespe, i ragni, gli scorpioni e i rettili, le forficule, i bacherozzi e tanti altri animaletti pericolosi e brutti a vedersi. Ho cominciato ad odiare le vespe e le api quando conobbi il dolore procurato dalle loro punture, ma nessuna di queste mi diede tanto fastidio, neanche quando ne ricevevo più di una. Nessuno di questi morsi, neppure quando il mio braccio, venne attaccato in più punti contemporaneamente, mi diede tanto fastidio. Solo bruciore e dolore calmato con lo strofinio dell’aglio. Il medico stava in paese e noi abitavamo tanto lontano. I medici di casa erano i miei genitori. Riflettevo su quanto apprendevo a scuola, sull’insegnamento dei genitori, sulle preghiere che mi accompagnavano nei momenti della paura. La terra sapeva come raccogliere tutte le nostre energie: era instancabile il lavoro diretto sugli animali e sulla famiglia. Non era facile vivere nella terra ancora poco spietrata. Erano i tempi in cui si iniziava a lavorare con l’aurora al sorgere del sole e si terminava dopo il tramonto.
Erano i tempi in cui si cantava “e lu suli calau, calau”.
L’amara terra raccoglieva i pensieri sani e malsani di noi poveri emarginati contadini che vivevamo nella nostra povertà, seppure dignitosa. Si viveva soprattutto per sentito dire tra un si cunta e si raccunta, per dirla con il noto raccoglitore di fiabe siciliane Giuseppe Pitré. Si viveva tra usi, costumi e consuetudini antiche, tra preghiere e credenze che poi non erano tanto rozze.
Erano nate con l’uomo.
Mi interessavo dei complessi cicli circadiani della nostra vita contadina, ed anche dei suoi fenomeni antichi legati agli astri, alle ecclissi, a quanto ci fosse di vero nel seguire le fasi lunari. Le previsioni del tempo erano rimesse al Barbanera.
Sorridevo alle credenze seguite dai gesti apotropaici, ai racconti delle ombre e delle streghe nonché dei santi e delle anime.
Sorridevo pure ai racconti sul morso della terribile “tarantola” che si curava con il ballo di San Vito o la pizzica tarantata.


Quasi nessuno sapeva della sua storia, del perché del ballo, del perché si chiamasse tarantismo o tarantolismo.
Qualche anno fa, nell’ambito degli studi in seno all’Accademia del Mito, mi imbarcavo su questo straordinario fenomeno per una dettagliata ricerca storica nell’ambito dei diversi miti di Aracne, Asclepio, Inanna, Ofione di notevole complessità tematica, unico, rimasto inesplorato, soprattutto privo di certezze come esito finale. Una storia antica quella del tarantismo che ho approfondito avvalendomi degli studi di oltre 400 tra saggisti, medici, alchemici, etno-antropologi, etno-musicologi ed etnologi, di quasi tutti i periodi storici passati. Grazie a queste conoscenze sono approdato ad una storia tanto antica al punto da credere sia al morso simbolico, e sia al morso vero.
Un morso simbolico da accostare al peccato della carne. Fenomeno che sarebbe nato con Adamo ed Eva, sin dal momento in cui nascosero la loro sessualità con la foglia del fico, dopo essersi lasciati mordere dal piacere vietato della sessualità, nel quale furono spinti dal serpente, dio della forza, dell’inganno e della potenza malevola. Questo animale fu condannato in seguito e strisciare e a mordere per difendersi, ad essere fobico nell’incoscio femminile.
La malattia del peccato nasceva, nondimeno anche con la follia come mania.

Già Platone nel Fedro, attorno al 370 a.C. ne aveva fatto riferimento in relazione all’anima e alla sua follia come mania. Nell’Eutidemo lo stesso filosofo prendeva in considerazione la catartica musicale per guarire, mezzo necessario ad annullare le conseguenze dei morsi dei serpenti, scorpioni e ragni malefici. Nondimeno Ovidio che nel suo poema epico-mitologico Le Metamorfosi aveva scritto del musico Orfeo che s’era prodigato nel salvare dall’Ade la sposa Euridice, morsa a causa di una serpe.
Nell’antichità c’era una fabula palliata dal nome “Tarentilla” di Gneo Nevio (275-201 a.C.), che si rappresentava a Palermo, in cui vi era una donna nobile di facili costumanze, pizzicata e pizzicante, proveniente nientedimeno che da Taranto.
Nel IX secolo d.C. i monaci Alberico e Regino, in Calabria, segnaleranno la presenza di casi di latrodectismo1 forse in senso reale, forse in senso tarantistico. Nei secoli successivi i casi di tarantismo (morsi simbolici) saranno citati da Goffredo Malaterra, Albertus Aquensis d’Aix, Guglielmo de Marra da Padova, Christophorus de Honestis, dai monaci benedettini Kramer e Sprenger, Sante de Ardonys, Johannes Tinctoris, Gioviano Pantano, Leonardo di Ser Piero da Vinci… e poi da tantissimi altri. Scriveva Albertus d’Aix che i militari normanni, crociati in guerra nella Siria, per guarire, dovevano accompagnarsi alle donne e viceversa. Un peccato che doveva essere giustificato (quindi coperto) dal pizzico del maledetto ragnetto nero? Si incardina in Sicilia la storia del ragnatello nero con i pozzi di san Paolo, in Sardegna con l’argia.

Con il XV secolo gli studi e gli incontri tra medici e studiosi dell’epoca cominceranno a moltiplicarsi ed anche incrociarsi, ponendo in risalto il fenomeno del tarantismo e tarantolismo, sia come male della mente sia come caso di morso reale, per la massiccia presenza di questi animali nelle terre.
In quel periodo si assiste ad un proliferare di alchemici, presuli, studiosi e critici sulla materia che esprimevano il proprio pensiero, secondo le proprie esperienze e teorie, che spesso era coincidente ma a volte anche contrastante.
Numerosi furono gli studiosi interessati all’argomento, come il Kircher, Baglivi, Browne, Le Brun, Don Paolo Boccone, Valletta, Berkeley, Nicola Caputi, Serao, Mesmer, e così via.
Floriano Pico, nel 1608, coniava il termine tarantella, consistente nell’esecuzione di brani musicali per la guarigione delle tarantate di Venosa (PZ). Pure Matteo Zaccolini, già nel 1610, aveva scoperto che i balli della tarantella servivano a quelli che venivano morsi dal ragno, purché accompagnati dalla presenza di oggetti colorati, oltre che dal suono degli strumenti. Gli ultimi studiosi viventi degli anni cinquanta, come l’etno-antropologo Ernesto De Martino, hanno avuto appena il tempo di raccogliere gli ultimi cordoni di conoscenza del passato della taranta, ormai agonizzante.
Saranno gli anni sessanta del XX secolo a cancellare il fenomeno del tarantismo con la scomparsa dell’atavico e antico mondo contadino. L’ultima tarantata rimasta in vita era di Martano e muore alcuni anni fa (così mi è stato riferito da abitanti della zona).
Gli studiosi scrivono ancora, studiano e analizzano, percorrono e ripercorrono all’indietro la storia, come meglio possono: si lavora su relitti culturali e miti decaduti: sono palpabili le metafore che traggono origine dai racconti mitologici, con una taranta che sembra trovare origini nell’antica Grecia e nei riti dionisiaci che si fluidificano in danza liberatoria che libera la donna e l’uomo dalle costrizioni dei tabù e dalle pressioni sociali. Una teoria dietro l’altra per affermare che il “morso” poteva essere di “copertura” ai mali della stregoneria e del parossismo, trattazione del disagio al femminile in chiave psicoanalitica. Uguali sintomi del male che si riscontravano pure per la corea minor (ballo di San Vito), per il favismo, il latirismo.

Si ricorreva ai tanti Santi del male per chiedere, per promissione, la guarigione. Oltre a San Paolo di Tarso, al quale si chiedeva la grazia, c’era l’altro Santo importante: San Vito di Mazara (o Lucania) morto a 22 anni per mano di Diocleziano dopo avergli guarito il figlio. C’erano pure Santi meno noti come San Foca, San Donato (d’Arezzo) San Domenico Abate dei serpenti. È unica anche la Madonna della Crisi (o del Rimedio) a Palermo (ma anche a Gubbio e Montefrio dell’Andalusia, in Spagna) che guarisce i militari normanni attaccati dal ragnetto nero. Preghiere di Santi hanno in comune lo stesso tema. La taranta, con nomi diversi, è sempre stata ovunque, al sud come al nord, come nelle isole della Sardegna, Sicilia, Corsica e pure altre località italiane e straniere (soprattutto la Spagna).
Morendo il mondo contadino di una volta, muore il tarantato. Non muore il ritmo popolare, la musica scalzante e scazzicante, quella suonata e raccolta dai traghettatori del vecchio tarantismo, come Luigi Stifani, Uccio Aloisi, Pino Zimba (Mighali) e altri ancora, “alchemici” della taranta, portatori sani delle tradizioni folcloristiche musicali della taranta, strumento di cura del male. Si tratta di musicisti dell’antica Terra d’Otranto che raccolgono i canti popolari e le note delle tarante riproponendole nelle piazze con quei vaghi toni di allegria tali da essere impulso musicale. Tutte le storie e la correlativa forza stanno in quel “beddù è l’amuri e ci lu sape fa”. Parole significative e significanti se lette in un certo senso; forte dinamica relazionale comunicativa rivolta alla qualità dell’amore.
Significative parole che investono la speranza della buona sessualità, tabù innestato tra le righe delle canzoni folcloristiche popolari, tutte a doppio senso. Chi traghetta il folclore locale della pizzica punta gli occhi sugli anni cinquanta allorquando De Martino rende famosa la rievocazione storica e musicale, antropologica, della taranta. Momento che è fotografato anche da Gianfranco Mingozzi e Annabella Rossi: residui carboni di quell’antico mondo che sarebbe, di lì a qualche decennio successivo, del tutto cancellato. Di notevole intuizione i grandi menestrelli della taranta che si rendono conto della loro musica che è capace di spostarsi – nelle linee ritmiche – anche fuori dei loro perimetri salentini: prova ne è la geniale idea del Concertone della Notte della Taranta che è storia nella storia, mito nel mito. Mito anche per avere fuso le musiche nel mondo tra un tripudio di luci, suoni, canti e balli. Neo-tarantismo “musicale” che è idoneo a produrre e riprodurre, ogni anno, ricchezza economica, ma anche rimpianti per la terra del Salento, rassegnata ormai a perdere la sua identità antica.

Nella musica e nei ritmi allegri del neo-tarantismo non si parlerà mai della storia della taranta, né del suo controverso fenomeno, né dell’amara terra ove il male si riproduceva e si riproponeva a causa dei tabù, né della catarsi della terapia esorcistica e dei suoi colori, né delle tipologie delle tarantole avvelenate, né della pazzia e della follia del male. Al più passando dolcemente, con toni decisamente amorevoli, come il morso d’amore del Luigi Chiriatti od il pensiero musicale della rinascita di Pierpaolo De Giorgi.
Ci penseranno gli studiosi a colmare questo passato di storia.
Nota – Il latrodectismo è la sindrome causato dal veleno iniettato dal morso di certi ragni del genere “latrodectus”.