La cariola

LA CARIOLA

di Emilio Rubino

Col termine “cariola” non stiamo ad indicare la omonima piccola carretta usata dai muratori e sterratori per il trasporto di materiali vari (malta, tutina, conci, terra, ecc.), munita di una sola ruota nella parte anteriore e posteriormente da due piccole stanghe sollevate manualmente per poterla spingere in avanti. La “cariola” di cui stiamo per dire era, invece, un singolare arredo casalingo, esattamente un letto supplementare che, nei tempi passati, di giorno veniva riposto sotto il letto principale e la notte lo si tirava fuori per sistemarlo in un posto libero della casa: era, insomma, una lettiera mobile, costituita da una intelaiatura rettangolare su cui erano fissate delle tavole piane per appoggiarvi il saccone, ossia il pagliericcio pieno di “cacchiame” (paglia d’orzo) o di foglie di granturco (“sveglie”, così dette, forse, per il fatto che, per la loro rigida natura, provocavano un caratteristico sfrigolìo, fastidioso durante la notte per chi, insonne, aveva i nervi un po’ tesi) e fatta scorrere sul pavimento a mezzo di piccole ruote di cui era munita.

            Sia la “cariola” dei muratori che questo letto mobile derivano il loro nome dal greco “carrèo” col significato di “scorro” e, più estensivamente, “mi sposto”, “cammino”, “mi muovo” e simili, indicanti movimento. Spostamento dovuto alla necessità di utilizzare a pieno i ristretti spazi di quelle abitazioni occupate da gente molto povera, composte, il più delle volte, da un solo vano nel quale viveva ammassata una famiglia di 7, 8 e più persone.

            In quei tempi, le “famiglie numerose” costituivano la regola ed i cui componenti erano in proporzione della miseria che perennemente li coinvolgeva: quanto più poveri si era tanti più figli si facevano, non solo perché fare all’amore portava a dimenticare, anche se per brevi attimi, gli stenti della vita (del resto, a quei poveri, tolte le momentanee gioie di un intimo amplesso, cosa rimaneva?), ma anche perché quante più braccia (lavorative) vi erano in casa, tanto più apporto economico vi era in famiglia. Non solo, ma Mussolini, durante il ventennio, in cerca di giovani da mandare poi in Africa e in Russia, dava anche un “premio” in danaro per ogni figlio messo al mondo.

            Un solo vano, quindi, raramente due, per tutti, maschi e femmine, grandi e piccoli: i piccini per vivere e giocare, i più grandi solo per riposare dopo le lunghe ore di lavoro.

            Per una famiglia così povera e in una casa tanto piccola, larredamento doveva essere assai semplice: una panca che, all’ora dei pasti, accoglieva capienti piatti, ognuno dei quali serviva 2-3 persone insieme; alcune sedie solitamente impagliate; una rustica cantoniera dove riporre terraglie, bicchieri e qualche altra stoviglia; un comò ove sistemare la biancheria; un armadio per conservare i vestiti della festa, che poi erano solitamente quelli del giorno del matrimonio, conservati per decenni; più di una branda da ripiegare durante il giorno ed un letto matrimoniale composto da due alti “trastieddhi” (cavalletti), solitamente in ferro, su cui poggiare “li taule” e quindi il saccone. La parte sottostante del letto – come abbiamo già detto – accoglieva la “cariola”, ma anche un capace vaso da notte, il “cantaru”, che effondeva per tutta la casa i suoi nauseabondi effluvi. In un angolo della stanza vi era poi il camino (“fucalire”) per cuocere i pasti e in un altro  una bocca nel muro (“cessu”) ove vuotare il vaso da notte. Qualche ripostiglio accoglieva più di un contenitore, solitamente “capase” di terracotta, smaltate internamente, per riporre fichi secchi (gustoso ed energetico alimento dei poveri, oggi, invece, rara e pregiata leccornia) o leguminose (fave, ceci, piselli, ecc.). Come si vede, la casa, se pur piccola, era tanto piena che null’altro essa poteva contenere, sicchè assai problematico diventava tenere un “limbu” ove lavare gli indumenti, la menza” per prendere l’acqua dalla montanina, dal pozzo o dalla cisterna non sempre vicini, e una bacinella “limba” per le rare abluzioni personali. Se vi aggiungiamo qualche gatto che scorazzava per la casa in cerca di topi, non tanto rari, e qualche gallina per l’ovetto al più piccolo dei figli o a chi s’ammalava, il quadro è completo.

            In questi ristretti ambienti, molto spesso umidi e quasi sempre anneriti dal fumo del “fucalire”, si svolgeva la vita familiare, in una perenne promiscuità, diurna e notturna: i più grandi a lavorare nei campi sin dalle prime ore del mattino fino a sera tarda, i piccoli all’asilo o alle scuole elementari, qualche figlia più grandicella in casa a preparare i pasti. Poi, a sera, tutti a nanna: marito e moglie negli intimi trastulli con gli immancabili scuotimenti, assai rumorosi, del letto matrimoniale, ove dormiva anche il più piccolo dei nati, altri figli su singole brande, altri ancora sulla nostra “cariola”, fatta rumorosamente scorrere sul lastricato, qualche volta anche sconnesso.