Un fenomeno sociale scomparso definitivamente solo trent’anni fa

LAFUCIUTA

La “fuciuta” rappresentava, per alcune coppie di giovani fidanzati, l’unico modo possibile di coronare il sogno d’amore, soprattutto quando la loro unione era osteggiata dai genitori

di Emilio Rubino

Oggi, con la vita completamente diversa rispetto a quella di una volta, non si sente più dire in giro che due fidanzati sono “scappati via” di casa per motivi d’amore, ma un tempo… un tempo, nei nostri rigidi e sonnacchiosi paeselli di provincia, era ricorrente venire a conoscenza che Tizio e Caia erano “fuciuti de casa[1]”.

Ma perché accadevano con una certa frequenza simili fatti, che oggi ci sembrano assurdi?

L’indagine è prettamente sociologica, anche se non si può escludere che vi siano dei motivi che con la sociologia non hanno nulla a che fare.

In una società contadina com’era la nostra, la gente si muoveva fra mille contraddizioni sociali e mortificanti squilibri economici, le cui note caratteristiche erano rappresentate dalla miseria generalizzata, dall’arretratezza secolare, dalla modesta cultura, dal vergognoso degrado in cui vivevano le masse, dal loro totale isolamento e dal disprezzo che si nutriva nei loro confronti. Era, perciò, impensabile che ci potessero essere dei rapporti sociali tra i ceti più facoltosi e quelli popolari. L’unico legame possibile era rappresentato dallo stato di atavica sudditanza dei contadini (i tanti) nei confronti dei ricchi (i pochi).

Se, quindi, non erano possibili collegamenti e rapporti tra i due mondi, era addirittura impossibile pensare che potessero verificarsi matrimoni fra componenti della “dorata società” e delle classi più umili o, per dirla più schiettamente, tra la figlia di un professionista o di un benestante e il figlio di un contadino, sebbene questi fosse un lavoratore onesto e garbato.

“Similis cum similibus facillime congregatur[2]”, sostenevano i nostri padri latini, ma non il contrario. Pertanto, vi erano degli invalicabili steccati che rendevano impossibile l’incontro fra giovani che non fossero di “pari” dignità sociale, per cui la figlia del ricco doveva necessariamente sposare un altro ricco, lu artieri la figlia di un artigiano, il contadino una contadina.

Si sa, però, che l’amore è cieco e che al “cuor non si comanda”, per cui poteva accadere, anche se eccezionalmente, che, in barba alle differenze sociali, due giovani appartenenti a ceti diversi si innamorassero l’una dell’altro. Allora, cosa avveniva nel caso in cui fosse la ragazza ad appartenere ad una famiglia economicamente o socialmente “cchiu ièrta” di quella del fidanzato? Cercando di rimuovere le barriere, la ragazza tentava in ogni modo di convincere i suoi a “far entrare il fidanzato in casa”. Cosa?!… Un furese in casa del falegname!… un barbiere in casa di un benestante!… un figlio di famiglia povera in casa di “don Pinco Pallino”!… Dio ce ne liberi: scoppiava il finimondo.

Fra grida e minacce, la giovane donna era umiliata, ingiuriata, chiusa in casa, segregata come una lebbrosa, privata di tutto, finanche esclusa dalle amicizie. Per lei era un inferno, le cui fiamme finivano spesso per soffocare i suoi dolci sentimenti verso l’altra metà. Ben presto la ragazza doveva rassegnarsi ad accettare quella triste e squallida realtà.

In alcuni casi, però, il fuoco dell’amore continuava a divampare nei due giovani innamorati, i quali, per nulla rassegnati a cedere alle imposizioni dei genitori, “scappavano” di casa, grazie all’aiuto di qualche complice. In tal modo i due mettevano le rispettive famiglie davanti al fatto compiuto.

Si scappava anche per altri motivi; ad esempio, anche quando i due erano fidanzati ufficialmente e frequentavano le rispettive famiglie. Ma attenzione, ciò non significava che potessero usufruire di momenti d’intimità. Manco a pensarla lontanamente! I due dovevano attenersi ad un rigido protocollo di frequentazione, che prevedeva due visite settimanali a casa di lei, ma sempre sotto l’attenta sorveglianza della futura suocera. Se, nonostante la più stretta “guardiania”[3], fra i due giovani “era thrasutu lu ‘erme allu casu, se cioè i due fossero riusciti ad eludere l’asfissiante vigilanza materna e avessero avuto rapporti intimi fatali, non rimaneva altro che darsi alla “fuga d’amore” per sanare, socialmente parlando, la situazione. In alcuni casi erano gli stessi genitori, posti di fronte all’irreparabilità della circostanza, a consigliare i due alla fuciuta.

Scappava anche la sorella più giovane che non intendeva aspettare il suo turno, scavalcando così la sorella più anziana.

Si scappava anche quando i genitori dei due fidanzati (quindi con il loro tacito consenso) erano impossibilitati a sopportare le rilevanti spese della cerimonia nuziale (banchetto per i numerosi parenti ed amici, vestito della sposa, addobbo floreale, bomboniere ecc.).

Si scappava, quindi, per tanti motivi, ma, ad eccezione del caso in cui vi fosse il consenso dei genitori, il gesto dei due giovani creava spesso veri drammi nelle famiglie, specialmente in quella di lei. La fuciuta era, soprattutto per la donna, assai disonorevole, poiché, col quel gesto, dimostrava di non aver saputo soffocare le sue brame sessuali e di essersi comportata al pari di una “puttanella”.

Più spesso un tal gesto trovava economicamente impreparata la famiglia, costretta ad indebitarsi per poter provvedere alla “tota” (dote), cioè all’acquisto della mobilia, della casa e di quant’altro era necessario per mettere su famiglia.

Scappando di casa, la ragazza si esponeva anche a grossi rischi, poiché il suo compagno, una volta soddisfatte le voglie sessuali, poteva abbandonarla o, nel migliore dei casi, pretendere dei vantaggi economici (come un fondo, una casa, ecc.). Insomma, l’altra parte poteva richiedere la cosiddetta “collettiva” ai genitori di lei, dietro minaccia di non sposare la ragazza (di questa estorsione, artefice principale, era spesso la madre di lui). Ad avvalorare quanto detto, si riportano due singolari casi di “collettiva”. Nel primo episodio il padre di lui, tra le tante, pretese finanche la corda ti lu sìcchiu. Nel secondo, invece, la madre di lei, una benestante, volle ad ogni costo che allo sposo fosse dato in dote un asino. Di fronte a tale richiesta la madre del giovane ebbe a rispondere: “Ma fìgghiata s’ha sposare fìgghiuma o lu ciùcciu?.

Ed era un grosso guaio se la donna fuciuta fosse poi lasciata: con ogni probabilità la poveretta era destinata a rimanere nubile. Come dire sedotta, abbandonata e… bidonata.

Il più delle volte i genitori di lei erano costretti a cedere di fronte alle smodate pretese di lui. I due potevano così sposarsi, ma fra le due famiglie rimanevano, solitamente, infrangibili rancori.

Qualche volta accadeva che la nuova situazione non era per nulla accettata dai genitori di uno dei due giovani, i quali arrivavano perfino a disertare il matrimonio, conservando un odio che difficilmente il tempo riusciva a cancellare. E’ da ricordare il caso eclatante dei genitori di una ragazza che per diversi anni vestirono di nero, in segno di lutto, considerando la figlia fuciuta morta per sempre. Così come va anche ricordato il caso del marito che vietò per sempre ai tre figli e alla moglie di aver rapporti di frequentazione con i propri genitori, perché questi non avevano dato il facciulittone[4] in dote alla figlia.

Come “scappavano” i fidanzati di allora? La ragazza, anzitutto, dopo aver preso appuntamento con l’innamorato, fingeva di recarsi da un’amica o da una parente, in chiesa o al vicino negozio, per poi non rincasare più, fra lo scoramento dei familiari e la malcelata sorpresa dei vicini che, per la circostanza, “si ssuppàvanu lu pane”, cioè, ci prendevano gusto. L’orario era generalmente quello serale, in modo che le tenebre proteggessero la loro fuga. Il mezzo poteva essere un biròcciu, prestato da qualche amico, se non addirittura la bicicletta su cui, febbricitanti d’amore, montavano i due innamorati. Il rifugio era spesso un solitario casolare di campagna, un furnieddhu, se non addirittura, d’estate, un improvvisato giaciglio realizzato in un vigneto, con le foglie di vite a far da materasso. La fuga durava solo pochi giorni, durante i quali gli amici provvedevano al vettovagliamento. Poi, sempre con l’aiuto di costoro e magari con l’intervento di qualche parente, i due tornavano dai genitori per chiedere perdono.

 “Ma’…” – pare abbia detto una ragazza al rientro dalla ‘fuciuta’ – “…Pirdòname, no’ llu fazzu cchiùi![5].

  E il dopo? Se non vi erano intoppi, si provvedeva in fretta e furia al matrimonio, che era celebrato in sagrestia, alle quattro del mattino (alla Messa prima), quasi di nascosto, alla presenza solo dei parenti più stretti, senza il codazzo variopinto degli invitati e senza la pompa delle cerimonie solenni.

Va precisato che, la sera precedente il matrimonio, i due futuri sposi dovevano trascorrere la notte ognuno in casa propria, perché non ancora coniugati.

    La sposa non poteva indossare l’abito bianco, poiché aveva perso la propria castità prima ancora di sposarsi.

    Una pubblica mortificazione, una feroce umiliazione, un marchio indelebile che accompagnava la giovane sposa per tutta la vita e che, per la gerarchia ecclesiastica, doveva servire d’esempio alle altre donne.

    Ed oggi come si comportano le giovani coppie?

“Osce, puru ca stonu fermi, si ndi fùcinu in ogni mumento…” – mi è stato risposto qualche tempo fa da un amico novantenne – “…Basta cu bbiti cce succede ti sera sobbra la villa!”[6].

[1] Fuciuti de casa – L’espressione è tipica di Nardò e paesi viciniori, mentre in dialetto galatinese si dice “fusciuti de casa”.

[2] Similis cum similibus… – Letteralmente: “Il simile con i simili si associa molto facilmente”.

[3] …la più stretta “guardiania” – La ragazza non poteva uscire di casa da sola. In pratica, non era concesso un solo momento di intimità tra i due innamorati, poiché la suocera-guardiana era sempre presente e si frapponeva fra il fidanzato e la figlia, cosicché i due finivano col non potersi scambiare neanche un innocente bacio o una semplice carezza, né tanto meno una confidenza, un ammiccamento o un sorriso un po’ malizioso.

[4] …il facciulittone – Era un grosso foulard di cotone o di seta, dentro cui si poteva mettere di tutto, dagli indumenti alle granaglie.

[5] Ma’, pirdòname… – Letteralmente: “Mamma, perdonami, non la farò più!”.

[6] Osce, puru ca stonu…” – Letteralmente “Oggi, anche se sembrano di stare fermi, scappano in continuazione… Basta vedere cosa accade ogni sera in villa!”.