Le “Strine” di Corigliano d’Otranto

Le Strine di

Corigliano d’Otranto

Alte espressioni di cultura e religiosità popolare del Salento

di Giovanni Leuzzi

Strine Melegari e gli strinari di Sud Ethnic

Dobbiamo al tenace e cosciente orgoglio per la propria cultura identitaria del popolo di Corigliano d’Otranto se il canto delle “Strine” si è salvato dall’inesorabile oblio del tempo ed è pervenuto fino a noi in forme sostanzialmente fedeli allo spirito e alle fonti che lo hanno ispirato.

E certo non è un caso se, nei paesi vicini a Corigliano, circola una fatidica domanda, quando ci si trova dinanzi ad un qualcuno ben duro di testa: “Ma tie si’ ttostu o si’ dde Curianu!?” E al loro carattere duro e tenace si deve forse (per altri sarebbe sinonimo di grossolana stupidità, stante un leggendario e ben noto racconto di un contadino, un asino e il mànganu) il nomignolo di màngani attribuito ai coriglianesi, dato che il mànganu è, in dialetto salentino, la maciulla, la gramola, un grosso arnese fatto con due assi di legno duro, usato un tempo per battere le fibre di canapa e lino.

Sta di fatto che solo a Corigliano, tra tutti i paesi della Grecìa Salentina, sono attestate le Strine, sia attraverso documenti scritti della fine dell’800, sia attraverso una tradizione orale di canto arrivata fino a noi, ma alla cui origine è difficilissimo risalire. Di notevole interesse è la versione di 12 strofe, dal titolo Canzone per la Strina, in griko, presente in “Canti Grecanici di Corigliano d’Otranto”, a cura di Salvatore Sicuro, Congedo Editore, 1978. E’ la benemerita pubblicazione di un volume manoscritto (uno dei “Quaderni” pervenutici), datato 6 febbraio 1895 di Vito Domenico Palumbo (1854-1918), calimerese, poeta, ricercatore e grecista, al quale risultano aggiunti 11 componimenti in griko coriglianese inviati al Palumbo da un suo trascrittore-informatore.

Strina

Strine”, plurale di strina, dal latino strēna (strenna, dono, regalo), che in Roma erano i doni augurali che ci si scambiava ad inizio anno, alle calende di gennaio, pratica che, secondo alcuni studiosi, sarebbe collegata all’antico culto italico della dea Strenua, Strinia o Strenna, ed è plurale perché le Strine sono due, una in lingua grika e l’altra in lingua salentina, con alcune diversità narrative, ma eseguite sulla base dello stesso motivo musicale. Sono, in sostanza, cantate popolari del periodo natalizio, eseguite di norma tra San Silvestro e l’Epifania, cantate popolari di questua, “portate” nelle case, nelle strade, nelle masserie del territorio da gruppi di cantori accompagnati dal suono di strumenti tradizionali, come l’organetto diatonico, tipico di Corigliano, la cupa-cupa (tamburo a frizione diffuso nel sud Italia), il tamburello, l’arpa a sonagli, rozze percussioni e, poi, la fisarmonica.

Ed era bello vedere, io li ricordo perfettamente intorno alla metà degli anni ’70 del ‘900, i vecchi cantori di Corigliano, raccolti intorno allo storico gruppo degli Argalío (telaio in griko), cantare le Strine agli incroci delle strade nel periodo natalizio, così come nel periodo pre-pasquale cantavano A’ Lazzaru detto anche I Passiuna tu Christù, con patos, trasporto e commozione, che si trasferivano agli ascoltatori disposti a cerchio intorno alla compagnia dei cantori.

Otello Profazio concerto canti di natale

I testi delle due Strine qui brevemente analizzati sono quelli “fissati” dal gruppo Argalío nelle ormai storiche pubblicazioni di “Musiche e canti popolari del Salento” a cura di Brizio Montinaro, Collana Albatros 1977-78 (Vol. I) per quanto riguarda la versione di 14 strofe in dialetto salentino; e di “Travùdia Paléa-Circolo Argalío”, a cura della Regione Puglia, 2000, per quanto riguarda quella in griko (24 strofe). Non mancano pubblicazioni con versioni leggermente diverse soprattutto riguardo alla sequenza delle strofe o per l’aggiunta di strofe, a volte chiaramente incoerenti.

I temi narrativi delle due Strine sono sostanzialmente analoghi:

  • Il saluto ai “padroni” e la lode delle case fabbricate (spíddia fabbricata) e degli abitanti;
  • Il racconto della nascita portentosa di Gesù con il vero e proprio cambiamento del mondo;
  • La partecipazione corale all’evento, con la discesa di molti angeli (ikalèzzane tossi anghèli), il cammino dei pastori (pekurari), degli “animalucci” e dei Re Magi, tutti guidati dalla stella (astèri);
  • La benedizione della masseria e delle terre seminate perché diano frutti certi ed abbondanti;
  • La questua rituale con la richiesta insistita e a momenti “minacciosa” dei doni, cui segue il saluto finale.

Più ricca ed articolata, riguardo ai contenuti narrativi, appare la versione in griko: il racconto della nascita in povertà è ricco di particolari, col richiamo alla grotta molto fredda (staddha oli zzichramméni), alla mangiatoia con la paglia (àchero), il bue (tamàli) e l’asinello (pulàri), alla inclemenza del tempo e alla disperazione di Maria e Giuseppe, stanchi e sfiniti, che non avevano nulla in cui avvolgere il bambinello, nemmeno qualche panno (sparganúddhia); il tema della benedizione e dell’augurio appare più analitico, con l’esplicito richiamo alla masseria e alla famiglia, alla madre-fata, ai figli (pedía) e al padre che è il generale (ton ciùri ka ene o generali), agli strumenti del pastore-casaro (ton merciàli-il vaso per mungere, o, forse, il manico della zappa); tin kazza (la schiumarola); tin tahèddha (la scodella); ton rutúli (il mestolo di legno); tin fískia (la fiscella di giunchi); ton kuddhúri (la tonda forma del formaggio), ai campi del grano (sitàri), delle fave (kuccía), dell’avena (avína), anche, in altre versioni, del lino (linàri). E i cantori benedicono tutta la gente che vi abita, e la lodano, perché “…qui dentro c’è la luna con il sole (…ittòssu echi ton fengo me ton ìjo).”

Strina cusintina

Efficacemente Salvatore Sicuro, nella sua prefazione al succitato “Canti Grecanici di Corigliano d’Otranto”, a pag. 20, così scrive: “Il componimento, però, che merita grande interesse è quello intitolato <<Canzone per la strina>>, non solo perché è conosciuto ancor oggi, sia pure per frammenti, a Corigliano, e soltanto a Corigliano, ma anche perché è l’unica testimonianza in greco salentino dei Kàlanta, cioè dei canti augurali che ancora oggi in Grecia i ragazzi sono soliti cantare a Capodanno per ottenere qualche regalo…..; quel che colpisce nel canto “griko” per la strenna è il carattere quasi rituale e pagano che trasforma il cantore in sacerdote benedicente i campi, i futuri raccolti, gli animali, le persone e l’abitato.”

Nel testo griko compare anche l’orgoglio del cantore per Corigliano, il paese che ha insegnato la strina a tutti gli altri, il paese in cui si tiene consiglio, il paese che ha il campanile spezzato, il cui richiamo è come una parola d’ordine per far aprire le porte della masseria, che spesso rimaneva ostinatamente chiusa, magari per paura di forestieri pericolosi.

Nella versione in dialetto salentino ho colto un tono più intimo, più profondo sul piano della poesia e del sentimento: come se, in quella notte di portento, a parlare, cantare e pregare ci sia un’umanità bambina, primigenia, innocente, stupita e affascinata dalla nascita del bambinello che già benedice e cambia il mondo, tra una cometa, angeli cantanti e musici, pastori adoranti, animali dotati di sentimenti umani; è tutto il mondo che si muove e partecipa a quella nascita che tutto cambia, che apre una nuova vita di gioia e speranza per l’umanità intera. E infatti: “E’ nnatu Ggesù Cristu Rredentore,/ lu mundu s’à ccambiatu ogni mmomentu,/ ca, ppena dese la bbenedizzione,/ e ffice scumparire ogni llamentu.” E ancora: “Quandu ‘lla grutticella su’ rrivati,/ truvara Ggesù Cristu cu Mmaria,/ la vaccarella ci sta llu fiatava,/ e Ggesù Cristu a ttutti bbenedía.” – “Ca l’angeli te celu su’ ccalati,/ tuttu lu mundu mìsera in allegria,/ e ppuru l’animalucci l’á cchiamati,/ cu stannu allu sou fiancu a ccompagnia.”- “Puru la pecurella vose scire,/ cu bbíscia Ggesù Cristu comu stia;/ lu pastorellu ci la secutava,/ sonandu lu fischettu se ne scia.”

La strina di Corigliano

Allargando lo sguardo su questi canti rituali di questua, non si può tacere che tradizioni di questo tipo non riguardano solo il mondo greco, ma sono riscontrabili in forme ormai molto vicine alla scomparsa, o rifluite in un folklore assai deteriore, in molte aree dell’Italia, specie meridionale, ma non solo. Assai interessante mi pare il fenomeno delle strine della Sicilia, nel cui folklore (specie nell’area di Palermo) la “Strina” o “Vecchia di Natale”, come attesta il grande Giuseppe Pitrè, è una vecchia e brutta “Befana” dispensatrice di doni; e della Calabria, dove è particolarmente nota la “strina cusintina”, diffusa per “ripresa” in moltissimi centri, con variazioni spesso importanti da luogo a luogo, a testimonianza di materiali demologici residuali, che conservano la memoria della tradizione, ma sono ormai defunzionalizzati e si vanno corrompendo sempre di più sia nei testi, che a volte sono quasi irriconoscibili rispetto alle versioni più antiche e documentate, che nelle modalità esecutive e nell’uso degli strumenti. Bellissima l’interpretazione della “cusintina” di Otello Profazio in “Gesù Giuseppe e Maria”, Fonit-Cetra, 1973.

Lo stesso amaro pessimismo e sconforto segna una riflessione del nostro amico Vincenzo Santoro, alessanese, oggi responsabile nazionale del settore Cultura e Turismo dell’ANCI nazionale, il quale in una nota su Salento Review del 4 dicembre 2013, titolata “La Strina, il canto di Natale della tradizione salentina”, così scriveva: “Oggi questo canto ha perso completamente il suo uso tradizionale, e viene eseguito raramente, peraltro in maniera quasi del tutto defunzionalizzata. Anche nei tantissimi “presepi viventi” che durante il periodo natalizio si allestiscono nel Salento, pur molto attenti alla riproduzione degli oggetti e delle scene di vita “tradizionali”, non capita quasi mai di sentirlo. Per le sue particolarità, è anche poco usato nei concerti dei gruppi di riproposta.”

Proprio per questo va sottolineata la battaglia culturale che, pur in condizioni del tutto avverse, porta avanti l’attuale Circolo “Argalío”, nel quale quasi tutti i vecchi cantori e musici sono scomparsi, ma che, riprendendo quanto scritto in “Pizziche e Tarante-Serenate Grike”, bello album del 2010, ha “l’obiettivo fondamentale di conservare, valorizzare e promuovere la lingua grika e le tradizioni popolari della gente del luogo, “tessendo” un ideale intreccio tra il passato e la realtà di oggi……e cerca in tutti i modi di tenere in vita queste tradizioni e di raccogliere le testimonianze superstiti di questa cultura ormai in via di estinzione.” Amara, amarissima consapevolezza.

Pur tuttavia, voglio segnalare l’iniziativa, se pur intermittente, della Grecìa Salentina, ma anche di diversi comuni in altre aree della provincia, di presentare i canti natalizi e pasquali all’interno di rassegne o di tour con più specifiche finalità turistico-culturali di promozione dei territori, così come molte istituzioni scolastiche utilizzano gli antichi canti come momenti e strumenti per veicolare, accanto alle testimonianze linguistiche, anche memorie, storie, tradizioni e valori.

Strine, Canti e Zampogne

Né posso tacere la tenacia e la forza con cui Antonio Melegari, con l’Ass.ne Sud Ethnic, già a partire dal 2009 e a volte anche con l’aiuto di Enti, parrocchie ed associazioni, ripropone la rassegna “Strina, Canti e Zampogne” che, partendo dalla nostra Cutrofiano, cerca di coinvolgere quanti più comuni possibile, perché antichissime forme di musica popolare, arte e visioni del mondo non vengano perdute. Da ciò un invito, che sento di fare, perché, al di là di quanto si scrive, ci si sforzi di partecipare a queste benemerite iniziative di riproposta con i cantori e nei contesti più giusti.

Un dovere della memoria, quindi, della ricerca e della vigilanza che credo debba impegnare la cultura, tutta, del Salento. Tanto più in tempi in cui le continue emergenze e la crisi delle identità locali rischia di tutto travolgere e cancellare.