PERIODO IPOTETICO

di Paolo Vincenti

 

Se anche avessi il gorgoglio della pignatta al fuoco,

sarei più poeta di quanto sono,

cioè un poeta da niente, un poeta da poco?

se avessi il dolce crepitio che fanno i ceppi nel camino,

mi sentirei forse partecipe, più umano?

e se avessi il fischiettio del muratore al mattino

sarei più lirico di quanto sono?

se avessi il dindondio delle campane,

nella domenica mattina,

saprei scrivere una filastrocca paesana?

saprei mischiarmi alla festiva buriana?

e se avessi il vocio di una piccola piazza,

sentirei l’abbraccio dei miei simili,                      come una calda carezza?

se avessi il tintinnio di campanelli,

nei giorni che precedono il Natale,           e il profumio dei gelsomini e delle viole

e un grande campo dal sole illuminato,

sarei un poeta più bucolico, meno disincantato?

naufrago e perduto, sarei più innamorato?

e se avessi lo sciabordio delle acque famigliari,

saprei coltivare più miti pensieri?

e se avessi il brillio di occhi sinceri,             mi ripiegherei sempre sullo ieri?

se dagli amici fossi circondato,

intonando nell’aia quei canti alla stisa,

saprei cantar le grazie di una bella carusa?

saprei, il suo cuore, al mio cuore legare

se al miracolo del giorno mi lasciassi andare?

se avessi sonagli, nastrini, zagare, mentuccia e un cappello magico,

sarei un uomo meno tecnologico?

e se tutto questo lo avevo, come l’ho,

perché allora far poesia non so?

oppure, se per colpa mia l’ho perduto,

perché piango sul latte versato?

in un tramonto di ali e di perdono,

come questo, che sulla terra stende

un caldo effluvio, che alla vita mi arrende

perché alla tristezza più nera mi do?

e se tutto questo lo avevo, come l’ho,

perché allora far poesia non so?