Un altro viaggio in Etiopia

Nella primavera del 2011 Giovanna Silva e Alberto Saibene, fondatori di una casa editrice di nome Humboldt dedicata alla letteratura da viaggio, mi hanno proposto di scrivere un racconto di viaggio per loro, che sarebbe stato accompagnato da un saggio fotografico di un artista. Naturalmente, ho accettato. Un anno dopo sono partito per l’Etiopia col fotografo/artista Armin Linke; un anno dopo, che è adesso, il libro è uscito, primo di una collana in cui sarà seguito da quelli di Dino Baldi e Marina Ballo (sulla Grecia) e di Claudio Giunta e la stessa Giovanna (sull’Islanda), in coedizione con Quodlibet. Il genere mi affascinava e spaventava al contempo. Grande amante del capitano Richard Francis Burton (un po’ come Veltroni potrebbe amare Roosevelt: da lontano e dal basso), non riuscivo tuttavia a non vedere la doppia ipoteca che oggi grava sulla letteratura di viaggio.

Da una parte ha a che fare col colonialismo: l’idea che un dilettante più o meno versato nella scrittura (un dilettante occidentale, ovviamente) possa estrarre una sintesi significativa dall’esperienza di un luogo lontano ci appare oggi arrogante e carica di pregiudizi. La storia stessa del genere, il cui apice e declino sono legati alle fortune dell’impero britannico, sembra confermarlo.

Ma c’è dell’altro: l’ambizione conoscitiva della letteratura di viaggio è ormai ridondante, quando non ridicola. Il suo scopo era principalmente offrire ai sudditi in patria una folata dei venti che spazzavano le colonie: ma oggi quei venti spirano attraverso ogni iPhone, ogni foto su Facebook, ogni pagina di Wikipedia. Da casa abbiamo a portata di mano più immagini e nozioni sui tropici di quante ne abbia potute raccogliere in una vita di viaggi Lévi-Strauss (certo, anche grazie allo stesso Lévi-Strauss).

Eppure proprio in questa assoluzione dallo scopo conoscitivo, dal “reportage”, mi sembra di cogliere il senso del tentativo di recuperare la forma del racconto di viaggio – che è il programma di Humboldt, per come l’ho interpretato io. Le guide turistiche cartacee finiranno per sparire, sostituite dai mille servizi online che già ci sono o dai diecimila che verranno. Cosa potrà offrire, in quel caso, un libro? Un testo i cui tempi di elaborazione superano i pochi minuti dedicati a una recensione su Tripadvisor; delle immagini che mostrino una bellezza e una profondità inarrivabili per l’istantanea improvvisata dell’iPhone; qualcosa la cui vita editoriale non sia soggetta al rapidissimo mutare degli indirizzi e dei luoghi. Non tanto informazioni, quanto forse esperienze; non solo spiegazioni, ma magari un quadro di idee in cui immaginare – anticipare – progettare un viaggio che forse si farà.

In questo spirito, se non altro, ho provato a raccontare il mio periodo in Etiopia. Inizia così: “Giravamo da tre ore il deserto arroventato quando abbiamo cominciato a dirci che forse avremmo dovuto prendere una guida.”

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Giravamo da tre ore il deserto arroventato quando abbiamo cominciato a dirci che forse avremmo dovuto prendere una guida. Avevamo lasciato Gibuti City dopo l’alba, diretti verso il confine con l’Etiopia; all’altezza di Dikil – un grappolo di baracche di lamiera stretto intorno allo sterrato – avevamo svoltato su una strada persino più sterrata, in cerca di un lago nel deserto, il Lac Abhe, a sessanta chilometri da lì. Erano le due e mezza del pomeriggio. E poi erano le cinque e mezza, e di chilometri ne avevamo percorsi quasi duecento, e scendevamo dalla Toyota per contemplare la situazione: di fronte a noi un rilievo roccioso che in lontananza diventava un massiccio collinare, alle spalle una nube di sabbia arrossata dal tramonto. Sarebbe stato buio nel giro di poco, il deserto ci si chiudeva intorno – e cominciavamo a dirci che forse avremmo dovuto prendere una guida.

A dire il vero avevamo un autista, che in un inglese rammendato di amarico aveva sostenuto di saper raggiungere il lago: e aveva continuato a sostenerlo a ogni dietrofront, a ogni dubbio, a ogni punto in cui la pista nella sabbia si sdoppiava fra i ciottoli e lui frenava, esitando per qualche istante prima di imboccare una delle due, tre, quattro alternative identiche. Lo aveva sostenuto anche l’unica volta che avevamo chiesto informazioni a un passante (il posto era stranamente popolato, per essere un deserto: ma ci avremmo fatto l’abitudine). Lo scambio, complicato dall’incongruenza delle combinazioni linguistiche – amarico e inglese contro arabo e francese – era cominciato con il nostro autista che indicava con una mano l’orizzonte, dicendo “Lac Abhe?”. Il passante aveva scosso la testa, puntando la stessa direzione: “No Lac Abhe”. “Lac Abhe?”, col medesimo gesto aveva insistito l’autista. “No Lac Abhe”, aveva spiegato lui indicando la strada che, pochi istanti dopo, abbiamo ripreso a seguire. Non c’era ragione di agitarsi. Avevamo tempo. Erano ancora le quattro.

E poi erano le cinque e mezza, e nella polvere che si posava alle nostre spalle si sono materializzate due bambine seguite da una decina di capre con le zampe incrostate di argilla. Si sono avvicinate in silenzio, guardandoci; quando abbiamo detto qualcosa hanno chiamato ad alta voce un uomo che le ha raggiunte poco dopo, indossando dei jeans tagliati corti sotto il tabarro verde degli Afar. A gesti ci ha fatto capire di sapere dov’era il Lac Abhe; gli abbiamo dato cento birr ed è salito accanto all’autista, in silenzio. Le bambine si sono alzate gli scialli fino alla fronte quando la Toyota è ripartita sollevandosi dietro una piccola tempesta di sabbia.

L’uomo ci ha guidati in silenzio. Dopo alcune svolte, e svariati chilometri passati chiedendoci come sarebbe tornato indietro, a piedi e senz’acqua, si è profilata una capanna in lontananza. Due uomini ne sono usciti quando ci siamo avvicinati e la nostra guida ha fatto cenno di fermarci. Ho abbassato il finestrino, pensando che volesse chiedere informazioni, ma lui anticipandomi ha aperto la portiera, è uscito e se n’è andato.

“What’s happening?”, abbiamo chiesto al nostro autista.

“Brothers”, ha detto lui, indicando i tre che tornavano verso la capanna, dove presto i fratelli ora ricongiunti sono spariti. Ci siamo guardati intorno. Il panorama era molto suggestivo, in quella parte di deserto, tutto porpora e arancio di sole morente, a mezz’ora circa dal buio.

Questo poteva essere l’inizio del racconto di un viaggio che ho fatto in Etiopia con il fotografo e artista Armin Linke. Da un certo punto di vista, andava bene. Ciò che racconta è accaduto davvero, scontato di una scusabile misura di epica. Il momento descritto è in qualche modo sintomatico dell’esperienza di un viaggio solo parzialmente organizzato in un paese lontano. I luoghi sono abbastanza esotici da evitare il déjà-vu. Il tutto, nonostante la drammaticità un po’ forzata, rispetta il carattere essenziale del racconto di viaggio, il suo essere portatore sano di panorami.

È facile immaginare, dopo la creazione della suspense, un salto all’indietro di un po’ di tempo che spieghi la partenza, la pianificazione, la composizione del gruppo, per poi ricongiungersi con l’anticipazione iniziale e portare allo scioglimento della vicenda (alla fine lo abbiamo trovato, il lago): e così via, e così via.

Ma il contenuto fondamentale di questo inizio non era un evento, un luogo o un panorama: il contenuto fondamentale di questo inizio era il bisogno di creare una tensione emotiva nel lettore, bisogno nato dalla sensazione o dal timore che il racconto di viaggio, privo di questa tensione aggiunta, risultasse scialbo o piatto o noioso. Il contenuto fondamentale di questo inizio, quindi, era la paura, o il tentativo di alimentare un interesse surrettizio, che a propria volta non nascondeva che paura.

Quale paura? La paura di cadere nella trappola dell’esotismo, o nel suo contrario; la paura di assumere con troppa facilità lo sguardo del colono, forzando tutto ciò che si vede in una griglia interpretativa fatta di tre nozioncine di antropologia culturale e qualche lettura della domenica; la paura di mancare dell’esperienza – di viaggiatore, di Africa, di persona – per evitare cliché e luoghi comuni nel parlare di qualcosa di evanescente e già impantanato negli stereotipi come il viaggio; la paura di trovarsi paralizzati nel campo minato della teoria post-coloniale e rifiutarsi di azzardare anche solo un’ipotesi perché potrebbe rivelare tutte le zone cieche dello sguardo occidentale.

Ma questa, come è ovvio, è una paura fondata: il mio è uno sguardo occidentale: è da qui che sto guardando, e forse era negare questo aspetto, negare la parzialità del proprio punto di vista, che rendeva possibile il racconto ingenuo e autoritario del viaggiatore ottocentesco. La mia paura, quindi, era di scoprirmi a scrivere non tanto di Etiopia, quanto di me. Più che una paura, a dire il vero, questo è un senso di colpa: io sto scrivendo di me. Sono voluto andare in Etiopia perché mia madre ci è nata; e mio nonno ci ha esercitato la professione di avvocato; e il mio bisnonno ci è stato spedito da Mussolini come procuratore del re per l’Africa Orientale Italiana, distinguendosi in quanto autore della teoria secondo cui, piuttosto che affidare alla giustizia etiope le indagini giudiziarie, se i testimoni si rifiutavano di collaborare con l’amministrazione fascista conveniva punire in blocco l’intero villaggio in cui un reato aveva avuto luogo. Per questo volevo andare in Etiopia.

Il discorso della paura si è materializzato anche nel pomeriggio, dopo il ritorno, quando io e Armin ci siamo visti nel suo studio a Berlino per scorrere insieme le foto che aveva scattato. Mi sono seduto di fronte a centinaia di pagine di provini, con una birra e un foglio di bollini verdi, in una stanza foderata di schedari quadrati. “Metti un bollino su quelle che ti piacciono”, mi ha detto.

Dopo alcuni minuti in cui ho osservato le immagini senza contrassegnarne neppure una, mi sono reso conto che erano in gioco gli stessi filtri o sistemi di frenata automatica che dovevo affrontare scrivendo. “Non sono molto raffinato”, mi sono schermito, quasi ridendo, per giustificare la mia indecisione e la mia predilezione per immagini banali. “Le foto che mi piacciono sono tutte di paesaggi drammatici, o donne che lavorano al mercato, insomma, cose così, un po’ pittoresche”.

Armin ci ha pensato su per qualche secondo. “Sai”, mi ha detto, “forse non mi interessa evitare il pittoresco”.

Ecco: il viaggio che abbiamo fatto, e il testo che ne è nato, sono il risultato, in controluce, di alcune paure e degli sforzi fatti per dissolverle, un po’ come la passeggiata di uno sminatore è il risultato, in controluce, del reticolo di bombe nel terreno. Dalla conoscenza della posizione delle mine, ovviamente, non segue affatto la capacità di aggirarle. (Vincenzo Latronico – www.doppiozero.com)