Uno dei pochi spiriti liberi dell’Ottocento salentino

ANTONIETTA DE PACE

Osò sfidare le regole della società del tempo, schierandosi dalla parte dei poveri e difendendoli. Grazie a Epaminonda Valentino e a Luigi Settembrini, s’iscrisse alla “Giovine Italia” napoletana e aderì ai primi fervori liberali e repubblicani

di Rino Duma

Per comprendere meglio la figura di Antonietta De Pace è necessario fare un breve excursus del momento storico in cui è vissuta. L’Europa dell’Ottocento, grazie soprattutto alla Rivoluzione Francese, che inculca in ogni individuo gli ideali di giustizia e libertà, viene pian piano fuori da un periodo buio e retrivo. Fermenti ed inquietudini si riscontrano in ogni dove. In Italia si costituiscono le prime sette carbonare, alle quali aderiscono, oltre a braccianti e artigiani, anche nobili liberali. Con la “Giovine Italia” il Mazzini dà l’avvio al movimento nazionale che trasformerà in pochi anni l’intero stivale. Anche se un po’ in ritardo, il nostro Meridione, incravattato da rigide e insopportabili regole di vita imposte dalla ricca borghesia borbonica, strizza timidamente l’occhio alla voglia di rivalsa e di riscatto che ormai va diffondendosi ovunque.

Nel capoluogo campano cominciano ad emergere le prime figure eroiche rivoluzionarie, che tentano in ogni modo di scuotere lo spirito “dormiente” dei cittadini dalla loro atavica letargia e rassegnazione.

Antonietta De Pace è già eroina nel grembo di sua madre; nasce a Gallipoli il 2 febbraio 1818 da don Gregorio De Pace, ricco banchiere e sindaco della città, e da Luisa Rocci Girasoli, nobildonna di origine spagnola, i cui fratelli avevano partecipato alle sommosse rivoluzionarie della Repubblica Napoletana del 1799.

Ultima di quattro sorelle (Chiara, Carlotta e Rosa), è avviata allo studio dell’economia e della finanza sin dalla tenera età, unico modo per dare continuità all’attività paterna, giacché non vi sono discendenti maschi. L’educazione è affidata allo zio paterno Antonio De Pace, canonico ed astronomo, che le infonde le prime idee liberal-democratiche, essendo un irriducibile carbonaro e Gran Maestro di una delle vendite[1] di Gallipoli.

Antonietta, all’età di otto anni, perde il padre, forse avvelenato dal figlio adottivo, che tenta di impossessarsi dell’ingente patrimonio familiare. La fanciulla, insieme alle sorelle, è rinchiusa nel convento delle Clarisse di Gallipoli.

Antonietta è una ragazza libera, ribelle e intraprendente, ha uno spirito inquieto, non sopporta le ingiustizie sociali e lo sfruttamento dei contadini da parte dei ricchi proprietari terrieri.

La madre ha grandi possedimenti nella zona dell’ugentino e qui spesso si reca per aiutare i poveri e lenire le loro pene, umane e corporali. La gente è malnutrita, vive in casupole umide e in condizioni igieniche estreme, non ha acqua potabile ed è esposta a numerose malattie, tra cui il tifo e la malaria. La mortalità, soprattutto quella infantile, è molto alta. La sua vita è caratterizzata da numerosi episodi di sostegno e solidarietà a favore della misera gente; di questi, uno in modo particolare la segnerà duramente.

Antonietta, ogni qualvolta si reca a Ugento, rende visita a Tonina, una povera donna maltrattata dal marito; a lei riserva premure e attenzioni, le dona del vestiario, del cibo e dei medicinali per curare alcune malattie. Fra l’altro le regala anche un temperino per consentirle di tagliuzzare il cibo, poiché è priva di denti. Tonina, invece, si serve della piccola arma per uccidere nel sonno il marito e venir fuori dal suo perenne stato di soggezione e umiliazione. Antonietta paragona Tonina al mondo degli oppressi e il “marito padrone” alla classe dei ricchi e dei nobili sfruttatori. Allora la sua mente è un continuo ribollir di idee liberali e repubblicane.

Dopo alcuni anni la sorella maggiore si sposa con lo zio paterno Stanislao De Pace, Carlotta muore di tisi, Rosa conosce Epaminonda Valentino (Mino), lo sposa e si trasferisce a Napoli, portando con sé la sorella più piccola. Il trasferimento nella città partenopea fa maturare ancor di più in lei lo spirito libero, che le continua a lievitare in petto. Grazie alle conoscenze del cognato Mino, fervente mazziniano, entra in un circolo di rivoluzionari, che inizialmente la rifiutano, perché donna; ma lei insiste e dimostra di avere la stessa determinazione del più convinto dei cospiratori. Entra nel gruppo e occupa un ruolo di primo piano.

Nel 1848, travestita da uomo, è sulle barricate in una via di Napoli e qui si distingue per ardimento e coraggio. Suo cognato Mino è arrestato, processato e rinchiuso nel carcere di Lecce, in un ambiente umidissimo, senza luce ed aria. Mino, da qualche tempo malato di cuore, muore per collasso cardiaco, nonostante il medico militare abbia fatto di tutto per tirarlo fuori da quell’inferno. Ma invano: il giudice è inflessibile. Anche questo sarà un colpo tremendo per Antonietta, che però insiste nella sua battaglia.

Sotto lo pseudonimo di Emilia Sforza Loredano mantiene sempre vivi i collegamenti con gli altri rivoluzionari. Purtroppo, nel 1855, è smascherata ed arrestata dalle guardie borboniche, che la traducono in carcere. Prima di essere ammanettata, Antonietta riesce ad ingoiare alcuni messaggi del Mazzini, giustificandosi con le guardie di aver preso dei medicinali. La donna è stipata in un camerino strettissimo, in cui a mala pena riesce a distendersi. Rimane in quell’ambiente per quindici lunghi giorni, conservando un contegno fiero e senza confessare la sua identità. In seguito è tradotta in un carcere femminile e qui rimane per oltre un anno e mezzo. Durante la prigionia è sottoposta a ben 46 udienze in Tribunale. Sopporta stoicamente le sofferenze e le accuse più infamanti, ma lei continua a dichiararsi estranea ad ogni incriminazione. Rischia di finire sul patibolo: il tribunale militare la proscioglie solo perché tre giudici su sei sono contrari alla pena capitale. Insomma, se la cava per il rotto della cuffia.

Antonietta viene fuori da quest’amara esperienza distrutta nel corpo e nell’anima. Dopo poco tempo s’innamora di Beniamino Marciano, un repubblicano di Bergamo, che sposerà più tardi. In precedenza si era legata al colonnello Luigi Fabrizi, ardimentoso garibaldino, che però muore dopo lunghe sofferenze, a seguito di ferite di guerra mal curate.

Intanto Garibaldi ha già annientato le resistenze borboniche in Sicilia e, risalendo la Calabria, si appresta ad entrare in Campania. La donna si reca a Salerno, dove suo marito è a capo di una setta di rivoluzionari, pronti ad accogliere il condottiero dalla camicia rossa. Il 7 settembre 1860 l’eroe dei due mondi entra a Napoli trionfalmente, portando accanto a sé l’ardimentosa eroina gallipolina, avvolta in un grande tricolore.

Nel 1861 partecipa con grande cordoglio a Torino ai funerali di Camillo Benso, conte di Cavour, e siede in prima fila accanto alle massime autorità. L’anno successivo è promotrice di una singolare iniziativa: aiutata da altre ferventi compagne, promuove una raccolta di fondi a sostegno dei garibaldini impegnati nella terza guerra d’indipendenza. Garibaldi le scrive una lettera, della quale stralciamo solo le parti più importanti.

Grazie a voi e grazie alle nobili vostre amiche. Degno del vostro cuore è il generoso sussidio mandato ai miei compagni. Voi donne, interpreti della divinità presso l’uomo, molto già avete fatto per l’Italia: molto ancora dovete operare per l’avvenire. Molto confido nelle donne di Napoli. Vi accludo rispettosi ed affettuosi saluti”.

Antonietta s’impegna ulteriormente nella grande impresa di fare di Roma la capitale e di unificare il Regno d’Italia. Piange di gioia e si lascia andare a scene d’indescrivibile entusiasmo quando apprende che i bersaglieri sono entrati a Roma attraverso la breccia di Porta Pia.

Ormai il sogno si è avverato, ma il suo impegno verso i più deboli e i più diseredati non cesserà mai. Ora scavalca le barricate di Napoli, dove ha combattuto per conquistare la libertà, e si lancia contro le barricate costituite dall’ignoranza e dalla scarsa cultura della gente, soprattutto femminile. A quei tempi, infatti, l’analfabetismo tocca alti livelli. In uno dei suoi tanti discorsi rivolti ad alcuni ragazzi, ricorda che la “liberazione” della gente sarà effettiva e completa solo quando saranno sciolte le catene interiori che condizionano da sempre l’animo dei meridionali.

“Abbiamo sconfitto e cacciato i Borbone, ora tocca annientare un nemico più subdolo e resistente che è presente in ognuno di voi. Dovete combattere una guerra dentro di voi stessi, per vincere la quale è opportuno che vi dotiate di un’arma infallibile: l’istruzione. Non delegate mai ad altri, ciò che spetta a voi di fare”.

Che splendida donna!

Con l’incedere degli anni e con i primi acciacchi fisici, va allentando il suo impegno sociale, ma non smette mai di dare consigli, utili indicazioni e sostegni morali e materiali alla gente misera e indifesa.

Si ammala gravemente di bronchite e spira tra le braccia del marito, dopo aver bevuto due calici di spumante, forse volendo brindare alla sua vita, spesa in modo esemplare. E’ l’alba del 4 aprile 1894, quando la sua anima “ribelle” si saluta dagli affetti più cari, a Portici, lontano dalla sua terra natia, che tanto aveva amato e per la quale aveva speso la miglior parte di sé.

Chiudo questo mio breve scritto riportando una bellissima considerazione di Augusto Buono Libero, autore di un interessante lavoro dal titolo “Antonietta De Pace, rivoluzionaria gallipolina”.

“Fu donna dalla tempra eccezionale, anima senza frontiera, ma anche «donna di marine» e perciò istintiva, ardente, passionale, coraggiosa. Fu una rivoluzionaria per vocazione e temperamento e perché riuscì a rompere schemi, abbattere barriere, aprire nuove riviere con quel suo sguardo proiettato verso orizzonti lontanissimi e in cui si leggeva una determinazione estrema. Non accettò mai le ingiustizie e i soprusi, e fin dall’inizio le sue scelte furono nette e radicali, tese a difendere i deboli, i poveri, i malati, gli ultimi, e all’un tempo a sovvertire quelle istituzioni ingiuste, tiranniche e disumane, che consentivano un simile stato di cose, limitando pesantemente i diritti delle donne”.

Fosse vissuta nei nostri tempi, sarebbe stata messa all’indice da qualche noto personaggio politico italiano che l’avrebbe senz’altro definita giacobina, bolscevica, brigatista e, da ultimo, giustizialista.

Noi, invece, non possiamo fare altro che continuare a magnificarla e a testimoniare alle giovani generazioni il suo mirabile esempio di vita.

[1] …Gran Maestro di una delle vendite – Così erano chiamate, per ovvie ragioni, le sette carbonare.