Antonio Giulio Acquaviva

Giulio Antonio Acquaviva

Il cavaliere era intervenuto in difesa della gente di Soleto e Galatina contro i turchi 

di Piero Tre

Il 7 febbraio 1481 con i Turchi ad Otranto, Galatina e la vicina Soleto vengono attaccate dalla cavalleria turca. Quel giorno infausto per le popolazioni del luogo finisce in una razzia generale, che porta bottino e schiavi per l’Oriente.

Il generale Giulio Antonio Acquaviva, che aveva sposato una delle figlie di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, sentitosi colpito in prima persona dall’accaduto, reagisce inseguendo le truppe turche.

L’antefatto

La leggenda di Otranto parte da un importante fatto storico. Maometto II è desideroso di veder sventolare in un porto del Salento la “bandiera verde” del Profeta. Pertanto appronta una grande flotta, formata da 200 navi e diciottomila soldati, al comando del Gran Visir Acmet Pascià (detto lo sdentato), lanciandola contro il porto di Brindisi. La città, però, è ben protetta e difficilmente potrà essere conquistata.

Maometto

Pertanto Acmet decide di spostare le sue mire sulla cittadina di Otranto, più esposta ed abbordabile. Alla fine di luglio del 1480 inizia l’assedio della città, che resiste ed oppone una valida resistenza, ma non per molto tempo. Infatti, per diversi giorni i cannoni delle navi turche lanciano contro le mura di Otranto palle di pietra e di piombo, alcune delle quali fanno ancora bella mostra di sé, adagiate al suolo in alcuni angoli della città vecchia. I turchi, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, sbarcano su diversi punti della costa, trasformando lo scontro in una battaglia di terra. Per giorni, fino al 12 agosto, Otranto viene bombardata da mare e da terra. Gli eroici Otrantini, aiutati da alcuni contingenti giunti in loro soccorso, difendono coraggiosamente la città contro gli agguerriti guerrieri venuti da Oriente.

L’eccidio degli Otrantini

Alla fine il loro sforzo risulta inutile. Meglio armati ed in numero soverchiante, i soldati di Allah conquistano dopo giorni e giorni di furiose battaglie la città, esaudendo il desiderio di Maometto II di “fare della casa di Cristo, la stalla per i suoi cavalli”. Ottocento persone sono decapitate dai Turchi, arrabbiati per l’ardua resistenza e per il rifiuto di abiurare il loro credo religioso ed abbracciare quello islamico. I resti dei Martiri sono custoditi in apposite teche nella famosa Cattedrale di Otranto, a testimonianza della grave e inconcepibile strage.

L’intervento di Giulio Antonio Acquaviva

Nelle varie scaramucce contro i turchi, un importante ruolo è ricoperto da Giulio Antonio Acquaviva, conte di Conversano e luogotenente di Alfonso d’Aragona, principe di Napoli.

Abile spadaccino, il conte fa scempio di turchi ma, alla fine, viene decapitato da un colpo netto di scimitarra. Stando alla leggenda, il cavaliere, anche se privo di testa, continua a combattere, seminando morte e sgomento tra i nemici. Poi il fido cavallo si dilegua nelle campagne e conduce il conte decapitato al castello di Sternatia, una piccola città che dista una ventina di chilometri da Otranto. Nel cortile del palazzo, il cavallo si ferma e il cavaliere stramazza al suolo.

Galatina (LE) – Corte Vinella – Scala dedicata ad Antonio Giulio Acquaviva – Statua del cavaliere decapitato ai piedi della scala

Nella Chiesa Maggiore di Sternatia, il cadavere del conte viene ricomposto e sepolto, poi è traslato in altra cappella.

A Conversano, capoluogo del feudo degli Acquaviva, nella Chiesa di S. Maria dell’Isola, sculture e scritte circondano il cenotafio del povero conte Giulio Antonio.

Galatina (LE) – Corte Vinella – Scala dedicata ad Antonio Giulio Acquaviva – Testa del cavaliere decapitato in cima alla scala

Questa leggenda, però, non concorda pienamente con la verità storica, poiché il conte muore combattendo contro i turchi nel 1481 e non nel 1480. Viene effettivamente decapitato da un fendente nemico e il corpo esanime, fermo sull’arcione, è trasportato dal cavallo sino al castello di Sternatia.

Viene allora da chiedersi: “Come mai il cavaliere non viene sbalzato a terra, dopo essere stato decapitato?”. La risposta è univoca. A quei tempi, i cavalieri erano bardati di corazze e legami metallici, al punto che quasi facevano un unico e solido blocco con il destriero. Ciò spiega il mistero del cavaliere che rimane in sella senza testa.

La leggenda dello spettro, però, sopravvive. Sono molte le persone che giurano di aver visto, nelle notti di agosto, un cavallo montato da un cavaliere senza testa che agita la spada nell’aria, brandendola contro dei soldati Ottomani intorno agli antichi bastioni di Otranto.

Tutto si svolge, perciò, intorno alla vecchia fortezza otrantina, esattamente quella che ispirò, nel 1764, allo scrittore inglese Horace Walpole uno dei primi romanzi storici, intitolato per l’appunto “Il castello di Otranto”.

Otranto – Cattedrale – Altare dedicato ai martiri otrantini