DIALOGO CON CATULLO
Dove storia e amore si intrecciano
di Francesco Antonio Calò
Passeggiando una sera per le vie buie del mio paese, dopo la compagnia di amici tornavo a casa lentamente. D’improvviso i miei occhi divennero estranei a quel luogo: i miei piedi percorrevano una serie infinita di alberi e una stradina stretta. Rimasi stupito. L’angoscia m’assalì subito. Avevo l’impressione di essere guidato da qualcuno, o qualcosa a me sconosciuto. Una luce immensa poco dopo mi abbagliò. Quel cammino era terminato, e io con timore entrai in una sconfinata immensità. La paura svanì subito, perché notai un luogo arcano pieno di delizia. Il mio cuore fu rapito per l’amenità di quel luogo. Un ragazzo si avvicinò e chiese il mio nome. Io gli risposi incredulo, poi egli mi indicò con la mano e capii che dovevo seguirlo. Poi non feci caso a lui, perché il mio sguardo era rivolto solo a quel paesaggio da sogno. Gli alberi di pino, altissimi, erano in perfetto ordine, e avevo la sensazione che mi stessero aspettando. Totalmente circondato di verde, piante e fiori leggiadri e profumati, vedevo piccoli ruscelli che scendevano silenti sul percorso di questa boscaglia.
Tutto era muto e irreale. Lo sconosciuto non disse nulla, sorrise soltanto. Mi portò vicino a una roccia, poi mi chiese d’aspettare. Subito dopo un uomo di statura media e corporatura robusta mi venne incontro. Appoggiandosi ad un albero, mi guardò di sfuggita. “Sei nuovo?” mi chiese.
Lo guardai con sgomento, ma di quell’uomo mi fidavo.
“Sì” risposi.
“Non aver paura. In questo posto gli uomini sono tutti uguali e soprattutto amici fra loro”. Poi continuò: “Da dove vieni?”
“ Da amici” risposi senza pensarci.
Rise di gusto, poi abbassando lo sguardo ribadì: “No, voglio sapere da dove vieni”.
“Da un piccolo paesino pugliese”.
“Oh, la vecchia e cara Grecia”, dichiarò.
“La Puglia è in Italia”.
Rise di nuovo. Era una risata che trascinava chiunque gli stesse vicino.
“Adesso non so. Ai tempi miei si trovava nella suggestiva Grecia. Era una delle terre più belle, e patria di molti grandi poeti e letterati”.
Rimasi per un attimo muto, poi chiesi quasi senza pensarci: “Scusi, ma in che tempo”.
“Molti anni fa, nel 67 A.C. Io avevo circa ventitré ’anni ed ero pieno di speranze. Ricordo che Roma era nel massimo del suo splendore e dettava legge”.
“Scusi, ma era il tempo prima dell’arrivo di Gesù sulla terra?”.
“Esattamente”.
“Si può sapere chi è lei” chiesi curioso.
“Sono Catullo, un poeta latino, detto dagli storici anche neoterico”.
“Catullo!” esclamai meravigliato. “Io ho studiato le sue opere. Lei è il creatore della poesia nuova nella letteratura di Roma”.
“Sì, ho cercato di offrire un’immagine vera ad un’arte che credevo superata”.
“Lo sa, sono contento di conoscerla. Dagli studiosi lei è considerato un iconoclasta, perché voleva distruggere e criticare tutto quello che era stato scritto fino allora dai suoi colleghi”.
“Lo so! E’ vero”.
Ma mi dice come è arrivato a Roma, dal sua città nativa”.
“Certo! Sono partito da Verona, mio luogo nativo, sempre da me molto amato, per raggiungere Roma ed entrare nella vita intellettuale, ed affermarmi come poeta”.
“ È interessante quello che mi riferisce. Infatti nella società romana lei sembra si sia inserito con naturalezza, non solo per il peso intellettuale, ma anche per quello sociale. La sua vita si vociferava che fosse molto agiata”.
“Forse, ma oltre all’arte e al benessere, ho visto anche odio, guerra, schiavitù. L’Imperatore Giulio Cesare era spesso ospite a casa mia. Mio padre Valerio, che era un console di Roma, lo adorava. Io invece lo detestavo, perché era esuberante e pieno di albagia. Ho ancora in mente il suo grido alla vigilia di ogni battaglia, urlato insieme ai suoi generali mentre alzava il calice di vino: “SURSUM CORDA! ”.
Poi continuò con aria assorta: “Certo erano grandi vittorie, ma versando il sangue di soldati giovani e inermi. Poveri ragazzi, figli di mamme consapevoli che non avrebbero mai più visto i loro ragazzi. Non avrebbero assaporato la gioia e l’esultanza di vederli sposati, di accarezzare dei nipoti. Che orrore! Il mio cuore insieme a quelle donne disperate si riempiva di tristezza”.
“D’accordo, però Cesare è passato alla storia come uno dei più grandi generali ed un uomo di grande carisma che aveva conquistato mezza Europa. Inoltre fu il primo romano che sbarcò in Britannia dopo aver conquistato l’intera Gallia”.
“E’ vero! Una campagna militare durata otto lunghi anni dal 58 al 50 A.C., ma che costò la vita a molti uomini. Però lui aveva anche molti detrattori. Quando fu mandato come ambasciatore dal re Nicodemo IV in Bitinia per richiedere alcune navi per difendere Mitilene, i suoi soldati ed anche alcuni generali al ritorno a casa lo prendevano in giro. Dicevano alle sue spalle che il giovane Cesare aveva accettato le attenzioni di Nicodemo per molto tempo, come se fossero due amanti”.
A quelle parole, mi misi a sorridere.
“Pure Cicerone, mio nemico da sempre, scriveva che Giulio Cesare era “la moglie di tutti gli uomini e il marito di tutte le mogli”. Questo aveva suscitato molte maldicenze e battute ironiche su di lui. Solo una donna lo fece innamorare perdutamente, cioè Cleopatra, regina d’Egitto. Quando egli andò ad Alessandria in cerca di Pompeo per la resa dei conti, e seppe che era stato orrendamente decapitato, Cesare intendeva vendicarsi, ma Cleopatra giocò d’astuzia e lo accolse quasi nuda nella sua tenda. Lei aveva un fascino a cui nessun uomo avrebbe potuto resistere, e la sua voce era calda e provocante. Questo fu un altro dei suoi errori, che mise in pericolo la stabilità di Roma. Ma Cesare era anche capace di grandi gesti di generosità. Un giorno offrì a tutta la città di Roma un lauto pranzo mettendo insieme ventiduemila tavoli per tutta la città. Lui era così. I sui schiavi lo amavano, perché gli aveva dato dei privilegi che gli altri non erano riusciti a dare”.
Il mio interlocutore si voltò con aria austera chiedendo: “Tu sei uno schiavo?”
“No, no assolutamente” risposi sorridendo. “Sono un uomo libero, un uomo semplice. La schiavitù non esiste più da molti secoli”.
“Cosa vuol dire semplice?”.
“Vuol dire persona comune, un uomo che non comanda e che non è schiavo, che vive come milioni di esseri umani! Praticamente senza lodi e senza infamia”.
“Questo sistema non lo capisco” disse incredulo. “Ai tempi dell’impero romano non esisteva questo tipo di legalità”.
“Lo so, lo so” risposi.
Mi mise la mano sulla spalla, mentre ci allontanavamo da quel posto. Catullo mi fece guardare un luogo dietro la boscaglia dalla cima d’una collina, poi indicandola mi confessò: ”Guarda, quella è la gioia della mia vista. Quando mi sento solo, qui mi ritrovo ricordando il mio tempo passato, il tempo della mia gioventù e della mia felicità”.
Vi era una specie di parco, con in mezzo un grande lago, circondato da abeti. Da una roccia di fronte, sgorgava una cascata favolosa, mentre il Sole illuminava il limpido scorrere dell’acqua seguendolo fin quando inumidiva gli abeti, mossi da un soffio di vento.
Rimasi per un attimo immerso nella calma del luogo, poi il vecchio poeta, con gli occhi stanchi pieni di gioia, ma misti ad una sottile amarezza riprese. “Sai come chiamo questa cascata? La cascata degli angeli. Ti piace?“
“La cascata degli angeli è davvero armoniosa ” risposi.
Continuai a guardare quell’acqua baciata dal Sole, poi Catullo mi sfiorò con lo sguardo. “Mi ero innamorato di una ragazza. Si chiamava Lesbia, una creatura bellissima e dolce. Ma io ho sofferto molto, perché non sono stato totalmente ricambiato da lei. Questo paradiso assomiglia un po’ a quello della mia vecchia villa di Sirmione sul lago di Garda. In quel luogo trascorrevo intere giornate con Lesbia, dichiarandole il mio amore. Ecco perché lo amo da sempre”.
“Mi dispiace” risposi. “Anch’io ho sofferto per un amore finito”. Quelle frasi uscite dal mio cuore in un lampo, mi fecero diventare più triste di quanto non fossi già. Quelle piccole gocce d’acqua mi invasero leggermente, poi svelai un mio pensiero. “Credo che per tollerare le ferite dell’anima, la vita, anche se dolorosa, in qualche modo deve continuare. In questo luogo poi ti assale una quiete che quasi ti trascina in un oblio totale”.
Il Sole sembrava molto vicino, ma a guardarlo gli occhi non accecava.
Feci allora a Catullo una domanda, a cui la mente mia ancora non aveva avuto risposta.
“Ascolti Catullo. Lei che è un grande poeta! Che cos’è per lei questa vita, questa sofferenza, anche questa stessa bellezza che ora ci avvolge? Quale spiegazione può dare? La prego, mi dia una risposta, perché io questo mondo non lo capisco più”.
“Non lo so” rispose abbassando la testa. “Me lo sono chiesto molte volte, e prima di me molti altri uomini di valore. Nessuno ha mai dato una risposta appagante. Purtroppo è un percorso che porta al nulla, che conduce solo al tedio e al tormento dell’anima. Credo che sia una prova del dono di Dio, un dono da apprezzare. Bisogna dare al mondo il meglio di sé stessi per poter rimanere in vita, e anche oltre la vita stessa. Ricorda! Non bisogna mai abbandonare le proprie illusioni e i propri sogni. Io forse ho lasciato un po’ della mia sensibilità, la poesia della mia anima”.
”Questo è vero. Ma io non riesco ad essere felice, perché la mia anima a volte è piena d’angoscia. Anch’io mi sento un poeta, e forse anche per questo soffro”.
“Forse è per questo” rispose. “Ma la gente ha bisogno di te, della tua poesia, per insegnare un po’ d’amore agli altri”.
“Io non ce la faccio” confessai. “Ho bisogno di affetto per vivere e invece il mondo è pieno di odio ed egoismo. Sono stanco delle guerre, del potere di uomini pazzi! Vedo ogni giorno donne, bambini, uomini morire per un’ideologia assurda, che ancora non ho capito”.
“E’ vero! Nessun uomo di buon senso capirà mai le ragioni della guerra e l’odio che nasce dal cuore degli uomini. Noi siamo diversi. Io avrei preferito non esserlo, ma i poeti sono persone particolari, complicate e da molti non capiti”.
Guardai ancora quella cascata. Non so spiegarlo, ma avevo la percezione di vivere un sogno. Allora Catullo sorridendo mi disse: “Non dimenticare i miei consigli. La natura non ti ha creato un uomo profondo per nulla. Hai sofferenza nella tua anima, ma è proprio quella sofferenza la forza che può rendere felici le persone che ti sono vicine. Ho voluto vederti per dirtelo”.
“Ci proverò, grande poeta” risposi compunto.
Poi senza guardare nulla, con quei suoi occhi smarriti, continuò: “Vorrei da te solo una cosa: che tu metta dei fiori sulla terra dove riposa Lesbia, e le dica che l’aspetto ancora. Ho scritto una frase sulla sua lapide, ma non saprò mai se lei l’abbia letta: “DIFFICILE EST LONGUM SUBITO DEPONERE AMOREM”.
“Come vuole Catullo, io farò. Vorrei solo chiederle un’ultima cosa. Lei pensa che anch’io sarò felice un giorno?”.
“La felicità un uomo deve trovarla solo dentro di sé. Io spero di no, perché se così fosse, tu non saresti più un uomo diverso, ma soltanto una persona comune e saresti costretto a vivere una dorata mediocrità. Vedrai che arriverà il momento di continuare questa conversazione per sempre. AD MAIORA”.
Così egli svanì, come era apparso.
Poi rividi le case a me familiari, la foto di mia madre e quell’orto vicino casa mia, il garrulo stridore d’un passero indifferente volava intorno.
L’indomani mi alzai presto, pensando ancora a quell’uomo straordinario. Sentivo il profumo del caffè invadere la stanza, mentre mia moglie mi chiamava con dolcezza. Vidi il mio volto davanti allo specchio bagnato, forse per colpa del caldo, o forse per una carezza di quell’incantevole cascata degli angeli.


