I racconti della Vadea

LA LICENZA DI SCUOLA MEDIA

di Pippi Onesimo

Traduceva, durante un afoso, pigro e sonnolento pomeriggio della fine di giugno del 1951, in un’aula della Media“Pascoli”, nuova di zecca, un brevissimo passo del De bello gallico, come prova d’esame, tra l’altro, di licenza di scuola media, quando udì un tonar di ferree canne, che lo fece sobbalzare di botto insieme alla Commissione esaminatrice.

Si inaugurava, infatti, nella vicina piazza Cesari, l’apertura della terza edizione della Mostra Mercato, allestita

allora nelle aule dell’Edificio Scolastico del 1° Circolo Didattico.

Mentre il dr. D’Amico (don Carminucciu, il popolare medico che aveva fondato l’omonima Casa di Cura), che il Consiglio Comunale da pochi giorni aveva proclamato Sindaco (l’elezione diretta del Sindaco era, allora,

un sogno elettorale, che doveva ancora attendere altri quarant’anni per poter diventare effettiva conquista democratica!) porgeva il saluto di benvenuto alle Autorità presenti, la Commissione esaminatrice promuoveva Chicco con licenza di iscriversi, ove avesse avuto le possibilità economiche, alla quarta ginnasiale.

Una visita veloce a casa per informare dell’esito dell’esame e per avere in regalo una manciata di poche lire.

Sua madre, col volto teso e lo sguardo che nervosamente scrutava di tanto in tanto il lungo vialone della casa colonica, lo aspettava con apparente indifferenza seduta sull’uscio di casa.

Sferruzzava, incrociando freneticamente le dita fra i ferri e il filo che veniva su singhiozzando da un gomitolo

saltellante in fondo al paniere, su di una maglia di lana per l’inverno.

Quella ruvida e irritante a maniche lunghe, che si indossava imprudentemente senza alcuna maglietta di cotone a protezione della pelle, la quale aveva bisogno di alcuni giorni per superare la urticante aggressione

di prurito che procurava fastidio e insofferenza.

Già imbruniva e si aiutava con la luce fioca e rossiccia del lume a petrolio posato sul tavolo della cucina, da dove proiettava sulla volta a botte della stanza una tremula ombra ovale, sbiadita e dai contorni giallastri.

Suo padre, poco lontano vicino a llu pilacci, era intento, ma non estraneo all’attesa, a riparare con chiodi e martello qualche talaretto rotto, alla luce bianca e spettrale di una luna compiaciuta e sorridente .

Anche Fido, seduto immobile sulle zampe posteriori al centro del vialone con le orecchie ritte, orientate verso la strada principale e con la coda che con ritmo cadenzato ramazzava la terra battuta, aspettava impaziente di corrergli incontro e ritornare poi, saltellando, al suo fianco.

Lo aspettavano tutti, a casa.

E sua madre, nell’attesa, già da tempo aveva riposto nella tasca del suo mantile (grembiule da cucina) quei pochi risparmi.

Era certa che Chicco avrebbe superato l’esame.

A quei tempi i genitori (quasi tutti) non affollavano mai i gradini dell’Istituto scolastico, durante lo svolgimento

delle prove d’esame, per un ammiccamento di conferma o un cenno d’intesa con l’insegnante compiacente!

E comunque i genitori di Chicco non lo fecero mai.

Forse lo avrebbero fatto se avessero saputo come farlo, o se avessero conosciuto qualcuno a cui rivolgersi, o se avessero avuto le possibilità economiche per ripagare un favore ricevuto.

Nella scuola e nella vita, infatti, nessun favore può rimanere non ricambiato, perché in un modo o nell’altro va comunque ricompensato: “ci nu paca a llinu, paca a llana” (chi non paga con il lino, paga con la lana), ripeteva spesso sua nonna.

Ed è proprio così, perché, altrimenti, il favore ricevuto si trasforma in un inconfessato e sordo risentimento.

La loro partecipazione alla vita scolastica si limitava soltanto a controfirmare la pagella col risultato trimestrale, a scorrere attentamente i voti posti accanto alle materie di insegnamento e a sottolineare con

un diplomatico rimprovero, qualche cinque in matematica, che rompeva la sufficiente armonia degli altri voti.

Chicco aveva bisogno certamente di qualche lezione di ripetizione in matematica, ma le condizioni

economiche della sua famiglia non glielo consentivano.

Infatti era più facile per i suoi genitori far quadrare il cerchio, che il bilancio familiare!

Nemmeno quando venivano pubblicati gli scrutini finali sulla bacheca, i suoi genitori facevano una capatina a Scuola, perché si fidavano ciecamente di Chicco e si accontentavano delle notizie che riferiva loro con dovizia accurata di particolari.

Degli incontri scuola-famiglia nemmeno a parlare!

Chicco avrebbe gradito che almeno una volta l’anno, in occasione della pubblicazione degli scrutini, fossero venuti a Scuola.

Di questo se ne dolse e ne soffrì in silenzio, anche se comprendeva il loro schivo, naturale, riservato imbarazzo.

Uscire da casa in grande uniforme era per loro più impegnativo della solennità della liturgia di una Messa cantata, ma anche un grande impiccio e una notevole sofferenza .

Dovevano affrontare una particolare, accurata e solenne lavatura: cioè fare il bagno delle grandi occasioni.

Suo padre si lavava all’aria aperta an carzunette (mutandine di tela confezionate artigianalmente a casa da sua madre) e a torso nudo nel pilacci, di fronte alla ramesa, con un pezzo di sapone rettangolare, quello fatto in casa, duro e resistente di color camomilla e dall’odore di soda caustica.

Sua madre si arrangiava nel piccolo bagno di casa, posto

accanto alla camera da letto.

Poi vestivano l’abito nuovo, dall’odore di naftalina: l’unico per tutte le occasioni che conservavano, custodito gelosamente nell’armadio, come una reliquia.

Calzare le scarpe poi, quelle scomode scarpe sempre nuove col loro fastidioso scricchiolio, perché usate solo per la Messa o per il funerale o per la cresima o per il battesimo, era l’ultima sofferta incombenza per quei poveri piedi.

Infatti, in campagna, si camminava scazzati (scalzi) per tutta l’estate con la pelle della pianta dei piedi che diventava dura comu lu solu (cuoio), mentre d’inverno si usavano comodissimi gambali di gomma o scarpe vecchie e dimesse.

Ma la preoccupazione maggiore, che diventava quasi una angoscia, era quella di rischiare l’incontro con i genitori di compagni di scuola che non conoscevano e con i quali la buona creanza imponeva di scambiare qualche parola e magari sorbirsi le vave scolastiche (bave, millanterie, autoesaltazione) odiose, indigeste e noiose per gente semplice, solare e trasparente.

I genitori di Chicco, abituati sempre a dire pane al pane e vino al vino, come erano e come sono tuttora i nostri contadini, male avrebbero sopportato quelle sceneggiate, specialmente suo padre, che di diplomazia e di prudenza, a volte, aveva pericolosamente poca!

Non ci metteva molto a mandare qualcuno a quel… paese.

Per questo, in fondo in fondo, preferiva, come sempre,

che… avessero ragione loro!