Maree di scrittura dalle mie predilette Isole Tremiti

L’asino di Diomede

di Rocco Boccadamo

La regola e/o il convento dell’Ordine dei Commentatori (l’ho inventato io, adesso) vorrebbero che ci si astenesse da notazioni o esclamazioni del genere “mai in precedenza… era successo, eccetera eccetera.” (o di contenuti similari), già che esistono, intorno a noi, stuoli diffusi di saccenti o benpensanti, anzi, a parer loro, depositari del verbo più autentico e profondo, pronti e lesti a ribattere “osservazione fuori luogo, meraviglia ingiustificata, c’è sempre una prima volta” (o di tono analogo).

E, però, invero, al vostro narratore, per via della cospicua gerla di almanacchi che si porta appresso, non tocca più, fortunatamente, di dover sostenere esami e selezioni perigliosi, con incorporato rischio bocciatura, e quindi gli viene di esprimere e manifestare con decisione, giustappunto, il seguente commento “in questa circostanza, la ventesima di una lunga serie, sono rimasto del tutto sorpreso e spiazzato rispetto ai precedenti e alle aspettative”.

Amen, sia come sia, vada come vada.

Isole Tremiti

Il ragionamento insito in tale premessa non è per niente astratto, a modo d’esempio di scuola, si cala, bensì, e calza realisticamente, accanto al mio fresco arrivo, venerdì 31 maggio 2019, nell’arcipelago delle Tremiti, per la rituale, si può dire, a ragion valida, consolidata, settimana di vacanza sulle isole che, come è noto, fronteggiano, proprio a portata di mano, il promontorio del Gargano.

A onore del vero, dalla penna qui in esercizio, non fuoriesce alcunché di nuovo, dal momento che, nel caso presente, la partenza per il soggiorno/relax marino aveva alle spalle avvisaglie meteorologiche e climatiche tutt’altro che promettenti e rassicuranti, cioè a dire agli antipodi rispetto ai canoni medi tipici dell’estate vicina.

Ma, del resto, i programmi sono fatti anzi tempo e con largo anticipo, non ci sono tabelle e previsioni che tengano fino in fondo.

La “differenza” rispetto alle passate trasferte si è appalesata sin da bordo dell’elicottero “Alidaunia”, il vettore per la breve traversata da Foggia a S. Domino.

L’agro del Tavoliere, come pure l’estensione dei laghi costieri e la stessa incipiente distesa dell’Adriatico sottostante non presentavano i consueti sfavillii di luce e di colori, i riflessi dei raggi solari mattutini s’affacciavano timidi e appariva un po’ esitante finanche il rapido approccio con la consistenza dell’isola più prossima e d’atterraggio, la sopra ricordata S. Domino.

Rocco Boccadamo

Del resto, il cambiamento, nel senso di deciso arretramento stagionale, traspariva pure dall’abbigliamento dei viaggiatori. In altri casi, magari, una semplice maglietta di cotone su un paio di calzoncini, nella fattispecie, al contrario, pantaloni lunghi, camicia, maglietta o maglione, se non, addirittura, giacche a vento.

Infine, folate di vento indicative sia all’atto dell’imbarco, che durante la discesa sulla piazzola dell’eliporto isolano.

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A questo punto, mi corre, però, l’obbligo di motivare il perché della scelta dei due soggetti, così chiaramente dissimili, contenuti nel titolo.

Il primo fa reale riferimento a un prestante e solido esemplare, anche se in genere viene considerato il più umile, della categoria degli equini, presente, da alcuni anni, in un possedimento agricolo privato, dotato di una sorta di tettoia a uso ricovero notturno e per il riposo dell’animale, adiacente al villaggio T.C.I. di cui sono immancabilmente ospite. Così vicino, che, più volte nell’arco della giornata, specie se il vento spira da sud est, i ragli dell’amico asino giungono nitidamente agli orecchi dei villeggianti.

Il quadrupede staziona normalmente in prossimità della rete di recinzione del campo e sembra voler fraternizzare con i turisti di passaggio, dai quali si aspetta, e talora riceve, qualche assaggio di cibo.

Stamani, mentre lo ammiravo intento a brucare ciuffi di erba fresca e profumata di pioggia, mi è venuto in mente di battezzare formalmente l’amico equino delle Tremiti, imponendogli il nome di Biagio.

Attualmente, dunque, nell’isola c’è, ed è divenuto una realtà, questo simpatico e quieto compagno a quattro zampe, ormai familiare ai più dei frequentatori, così come, in anni pregressi, qui regnava, ed era allegra, la compagnia di esemplari di cani, di taglia medio grossa, tranquilli e innocui, liberi, senza padroni ma non randagi, che avevano la caratteristica prevalente di correre quasi incessantemente e, in tal modo, coprendo, in lungo e in largo, gran parte della superficie di S. Domino.

Il secondo soggetto menzionato nel titolo, veramente agli antipodi rispetto al primo, come dire, posto su un altro cielo, si identifica, non casualmente, con il leggendario e famoso eroe greco, distintosi fra i principali protagonisti della guerra contro Troia.

Al termine di tale conflitto, secondo il mito, Diomede intraprese un lungo itinerario di spostamenti, compreso, da ultimo, quello in direzione dei lidi italici, svolgendo un’immensa attività di civilizzazione dei paesi in cui approdava.

Diomede

Si fermò sulle isolette Adriatiche prossime al Gargano, che, da lui, trassero e tennero a lungo il nome di Diomedee e, solamente molti secoli più tardi, avrebbero assunto la corrente denominazione di Tremiti.

Dopo una lunga serie di importanti imprese e vicissitudini, giunse, per Diomede, il momento del compimento dei suoi giorni, fine che avvenne sull’isola di S. Nicola. Sempre secondo la leggenda, la dea Afrodite trasformò i compagni dell’eroe in grandi uccelli marini, che presero, anch’essi, l’accezione nominativa di Diomedee, che lo avrebbero perennemente pianto e, con le conseguenti lacrime, avrebbero tenuto sempre bagnato il suo sepolcro

Svariate volte, in occasione delle mie venute nell’arcipelago, dopo l’arrampicata fino alle mura fortificate e la visita della pregevole Abbazia dedicata a Santa Maria al mare (luogo di culto insigne che ha visto, nel tempo, la presenza di ben tre ordini religiosi, i monaci Benedettini, i Cistercensi e i Canonici Lateranensi), ho compiuto la camminata a piedi di traverso all’isola di S. Nicola, sfilando davanti al punto che si vorrebbe identificarsi con la tomba di Diomede.

Come anche, ripetutamente, ho partecipato alle apposite gite notturne organizzate in direzione del vecchio faro di S. Domino, nei cui paraggi, tenendosi in silenzio nel buio della notte, sul ciglio di strapiombi rocciosi, era quasi sempre dato di essere testimoni uditivi di piccoli concerti di vagiti delle Diomedee (il nome scientifico di detta specie di uccelli è “calonectris diomedea”, in gergo comune e corrente “berta maggiore”).

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Lasciando stare l’asinello menzionato prima, a proposito di battesimo, risale all’anno 2000 quello mio con l’arcipelago delle Tremiti.

Quest’ultimo, per quanti non ne fossero a conoscenza, comprende quattro isole: S. Domino, Cretaccio, Caprara o Capraia, che spuntano e si ergono a brevissima distanza, solamente un esiguo braccio di mare, l’una dall’altra, e Pianosa, situata, invece, a venti chilometri di lontananza, in direzione Nordest.

Volendo essere più precisi e completi, dell’insieme, fino all’ultima guerra mondiale, faceva parte anche una quinta isola, denominata Pelagosa, ora appartenente alla Repubblica di Croazia, comune di Comisa.

Come adesso, agli sgoccioli del millennio, correva l’inizio di giugno, ma, allora, il clima e il mare erano da piena estate.

Sbarcato a S. Domino nella mattinata, presi, perciò, subito confidenza con la Cala degli inglesi, l’attraente rada a scogliera che rientra nell’area “privata” del Touring Club Italiano, formandone parte integrante e importante. Me ne stavo lì anche nel pomeriggio avanzato, quando fui colpito dalla visione di una giovane turista, all’incirca dell’età dei miei figli, presumibilmente appena arrivata, la quale andava prendendo, dando a vedere di goderselo letteralmente e beatamente, un prolungato bagno in quelle invitanti acque, anche se il sole si avviava all’occaso.

Tremiti

Mi sentii talmente coinvolto da non resistere a raggiungere fra le onde la sconosciuta compagna di vacanza, che seppi, poi, essere milanese e chiamarsi Barbara; pochi minuti e s’instaurò un rapporto cordiale, attesi, quindi, che concludesse a suo piacimento il bagno, dopodiché l’accompagnai verso la sua sistemazione nel villaggio.

Lì, erano stati appena installati moderni bungalow in legno, tuttora esistenti, efficienti e confortevoli, e io, per me, avevo prenotato proprio uno di detti nuovi alloggi.

L’amica milanese, invece, ne occupava uno, fra quelli residuati e da sostituirsi a breve scadenza, del genere preesistente, ovvero un “guscio”, appellativo mutuato, per via della forma, forse, dalla noce, ma, al fine di rendere l’idea in altro modo, simile a un igloo.

Risicato lo spazio disponibile, assenza di bagno o doccia esclusivi e, però, la giovane non si lamentava e, anzi, sembrava a proprio agio.

Ci facemmo compagnia durante tutto il soggiorno a S. Domino, per i bagni, a tavola, per qualche passeggiata nel paesello o all’interno delle pinete, queste ultime ovunque diffuse e degradanti fino a contatto immediato con gli scogli e le stesse distese azzurre.

Piccola e particolare notazione, al termine della vacanza, imbarco per la terraferma previsto nel pomeriggio, Barbara ed io ci recammo insieme a mangiare qualcosa in una piccola trattoria, a impronta marcatamente casalinga, dove, accogliendoci, la proprietaria, una donna anziana ma sveglia, di fronte alla coppia di ospiti e pensando chissà che cosa, prese a incitare Barbara a fare un ultimo bagno alle Tremiti, avanti di salire sul traghetto, in una baia sottostante al suo locale, precisando che l’immersione in quelle acque avrebbe fatto sicuramente miracoli, ad esempio agevolato senza alcun dubbio il concepimento di un …bambino.

Da parte nostra, ovviamente, giù cavalloni di risate.

Scambiatici i recapiti, incontrai di nuovo Barbara alle Tremiti l’anno successivo, ma, poi, niente più, salvo sporadici contatti telefonici a distanza di un migliaio di chilometri.

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Dirigeva, in quel periodo, il villaggio TCI, un simpatico scapolone, Hubert, molto professionale, capo animazione era Rocco, da Tricase (LE), quindi quasi mio compaesano, coadiuvato da un’altra giovane leccese, Barbara, ancora questo nome, bella, attraente e abile ballerina.

L’asino

Hubert era amico del più illustre ospite delle Tremiti, il famoso cantante e autore Lucio Dalla, il quale, talvolta, la sera, se ne veniva nel villaggio, non senza puntualmente raccomandare che non gli si chiedessero autografi, né tantomeno gli si accennasse di esibirsi. Da parte sua, non mancava peraltro di seguire, da un angolo dell’anfiteatro, le performances dilettantistiche di qualche bella voce e, mi risulta che, riguardo a un paio di promesse canore, ne abbia per qualche tempo seguito il percorso artistico, non so però fino a quale punto o livello o sbocco.

Ricollegandomi brevemente alla giovane turista meneghina Barbara e al “guscio” in cui alloggiava nel villaggio Touring, mi piace qui annotare che lo stesso Dalla, da ragazzo, conobbe le Tremiti arrivandovi insieme con la madre e sistemandosi giusto nell’insediamento Touring Club Italiano e, esattamente, in un guscio, all’epoca unico genere di alloggi disponibili.

A conoscenza di tale dettaglio, il direttore Hubert, nel momento in cui i gusci furono sostituiti, si fece autorizzare dai vertici del Club a far dono all’artista proprio di un guscio, che, ormai da quattro lustri, si trova quindi ben campeggiante, nella sua struttura originale, all’interno della pineta, affacciata sulla splendida Cala Matano, dove sorge la grande villa, con sala incisioni e prove, già a lungo residenza preferita del grande e compianto cantante.

Anche se, da un bel lasso di tempo, quella casa e il guscio accanto sono, purtroppo, vuoti e silenziosi, Dalla ha lasciato tracce incancellabili nell’arcipelago, fra esse vale la pena di rammentare la grande statua di San Pio da Pietrelcina da lui fatta erigere e collocare nei fondali adiacenti all’isola di Capraia; tutti i residenti lo ricordano e io stesso, tremitese d’adozione dal 2000, lo rivedo nei saltuari incontri e scambi di saluti, vuoi all’interno dell’insediamento Touring Club Italiano, vuoi in paese e nei pressi della chiesetta per la comune partecipazione alla Messa festiva.

Personaggi stanziali dell’arcipelago divenuti miei “amici”, sono Arturo Santoro e la moglie Giusy.

L’uomo, esperto pescatore e profondo conoscitore dell’intero arcipelago, isola di Pelagosa inclusa, protagonista di memorabili battute di pesca con prede di assoluto rilievo, possiede, fra l’altro e insieme con la consorte gestisce, la pensione – ristorante – bar “Belvedere”, fiore all’occhiello ubicato in posizione incantevole sulla piazzetta panoramica di S. Domino.

Anni fa, indirizzai a detto esercizio una giovane coppia a me vicina, da poco coinvolta in un rapporto affettivo e, al presente, felicemente accasata e già con una bambina. Lei, Carolina, in particolare, tiene sempre a mente quella sistemazione a S. Domino, che, a suo dire, le ha portato bene e anche Arturo e Giusy si ricordano dei due giovani “così a modo e ben educati”.

Panorama

Bellezze naturali e ineguagliabile fascino a parte, sono ovviamente cambiate, almeno in qualche aspetto, le Tremiti, sulla scia di un processo inevitabile collegato al trascorrere delle stagioni. Ad esempio, con riferimento alla presenza e alla circolazione di veicoli, è più o meno aumentato, dal 2000 a oggi, di cinque volte il numero di mezzi utilizzati dai residenti, cui, per di più, si devono aggiungere i numerosi furgoni e camioncini dei corrieri e dei vari fornitori o tecnici per riparazioni e assistenza, mentre una volta tutti i materiali, le merci, le provviste che occorrevano sull’isola arrivavano esclusivamente via nave e i destinatari dovevano ritirarli direttamente al porto.

Secondo problema, in apparente accentuazione, le aree adibite a stregua di depositi disordinati e raffazzonati di robaccia d’ogni genere, insieme con diffuse aree di terreno o edificabili, attigue a unità abitative del paese, tenute incolte, perlomeno, venendo io qui di solito in giugno, fino al cuore della stagione estiva.

In occasione di alcuni contatti, ho avuto modo di intrattenermi su tali criticità con il sindaco delle Tremiti (pro tempore, Antonio Fentini), ma purtroppo invariabilmente univoca suona la risposta: c’è consapevolezza dei problemi e della necessità di ovviarvi, purtroppo i mezzi finanziari sono inadeguati.

Da osservatore e visitatore esterno innamorato di questi luoghi, mi chiedo se la Regione Puglia e lo stesso Stato Centrale non possano dare una mano risolutrice.

Nota confortante, da alcuni anni le isole Diomedee, hanno un nuovo parroco, giovane, di origini siriane, padre Massimo, attivo e carico di entusiasmo e di iniziative e, soprattutto, ben voluto dagli abitanti.

Brevissime note sul mio arrivo a S. Domino del 31. 5. 2019: quel mattino, era contraddistinto da sostenuti spifferi di tramontana, il cielo era più grigio che sereno, il mare di Cala degli inglesi ovviamente molto mosso e. in quell’atmosfera, non era dato neppure di rincuorarsi con la visione delle onde, al solito calme, sul versante opposto dell’isola.

Per concludere, in questo ventennio di frequentazione delle Tremiti, in particolare nell’ambito del villaggio Touring, mi è stato dato di essere inconsapevole testimone o spettatore anche di sequenze e sprazzi d’attrazione sentimentale/amorosa: sia nell’ambito del personale che presta servizio, sia anche è più spesso fra ospiti, sia, talora, fra i clienti (specialmente persone in vacanza da single), con ragazzi/e dello staff.

Sono, in assoluto, un autentico paradiso naturale in terra, le Tremiti, e io, dal profondo del cuore, auspico che abbiano a preservarsi tali per numerose generazioni a venire che avranno modo di conoscerle, apprezzarle e innamorarsene.