LOCALI E REGOLAMENTI DELL’ORFANOTROFIO NELLA PRIMA METÀ DEL XIX SECOLO

di Pietro Congedo

Nell’Archivio dell’Ospedale S. Caterina Novella di Galatina (A.O.G.) è conservato un “Regolamento di disciplina dell’Orfanotrofio”, il quale, nonostante non sia né datato, né firmato, può essere ritenuto autentico e riferibile ai primi anni di attività dell’Istituto.

Chiesa della Purità

Quanto si evince da detto documento è qui di seguito riportato.

Responsabile dell’educazione e della disciplina dello “Stabilimento” (sic) era la “Maestra”, la quale, in caso di assenza o impedimento, era sostituita dalla “Vicaria”.

Quest’ultima doveva correggere e punire le irregolarità commesse dalle “Recluse” (sic) in sua assenza, purché non fosse presente anche la Maestra.

L’incarico alle predette veniva conferito dal Direttore e dagli Amministratori, i quali le potevano sostituire, se lo ritenessero utile all’Istituto.

L’onorario della Maestra era il doppio di quello della Vicaria.

Responsabile dell’economia interna era “la Dispensiera”, il cui incarico era annuale e veniva conferito, il primo gennaio, dalla Maestra e dalla Vicaria a una delle “Recluse professe” (sic), seguendo l’ordine di anzianità delle stesse.

La prescelta poteva non accettare la carica per determinati motivi, sulla cui validità si

dovevano però pronunciare il Direttore e gli Amministratori.

Eventuali motivi di malcontento riguardanti l’attività della Dispensiera dovevano essere comunicati all’Amministrazione.

Ogni ragazza ospitata nell’Orfanotrofio:

– doveva prestare “esattissima obbedienza” alla Maestra o a chi ne faceva le veci e, qualora ritenesse ingiusto quanto le veniva imposto di fare, poteva, dopo averlo eseguito, presentare le sue lagnanze al Direttore e agli Amministratori;

– poteva andare in parlatorio solo col permesso della Maestra o della Vicaria e sempre accompagnata dalla Reclusa professa a ciò incaricata;

– non doveva spedire o ricevere biglietti che non fossero stati prima letti e approvati dalla Maestra o da chi la sostituiva;

– doveva essere consapevole che se, in seguito alle perquisizioni effettuate saltuariamente, fosse stata trovata in possesso di scritti o di oggetti ritenuti “non convenienti”, l’avrebbero potuta punire anche con l’espulsione dall’Istituto.

– Era vietato alle Recluse ogni rapporto con le “Discepole”, che erano presenti nello Stabilimento nelle ore diurne e dovevano “sedere in una camera separata”.

– Una persona estranea poteva entrare nell’Orfanotrofio solo col permesso del Direttore o degli Amministratori e veniva guardata a vista dalla Maestra o da una sua delegata.

– Solo le “Gentildonne del Paese” avevano entrata libera e rispettosa accoglienza. Comunque, dopo le ore 24.00, nessuna persona era più ricevuta.

– Nelle ore in cui la Chiesa era aperta, le Recluse che vi volessero accedere dovevano

chiedere il permesso alla Maestra o alla Vicaria e, se lo ottenevano, venivano

accompagnate da una Reclusa professa.

– Chi per malattia o per altro grave motivo usciva dall’Istituto doveva comportarsi

“secondo le leggi della morale e della decenza”, altrimenti non vi sarebbe stata

più riammessa.

– In caso d’insubordinazione o altra irregolarità commessa, le Orfane incorrevano,

a seconda della gravità, in uno dei “mezzi di correzione”, che vengono trascritti

testualmente qui di seguito:

1° – La riprensione pubblica, o privata.

2°- Il silenzio per un determinato tempo, proibendo alle altre Recluse di poter discorrere con quella che è in pena, e se queste mancassero sarà pronunziato contro di loro anche qualche castigo. La rottura del silenzio sarà punita con una punizione più grave.

3° – Il castigo nei cibarj, togliendosi in tutto, o in parte il pranzo o la cena. Questa specie di pena potrà rendersi più afflittiva col farsi stare inginocchiata in refettorio durante il tempo del pranzo, o

della cena.

4° – Se l’irregolarità fosse di qualche gravezza, allora l’Orfana che avrà mancato potrà esser privata di qualche emolumento da sul terzo dei travagli che gli spetta secondo il costume, ma ciò non sarà posto in esecuzione se non consultati il Direttore e gli Amministratori i quali proporzioneranno la pena.

5°- Quando finalmente si osserva che la mancanza sia realmente grave o la reclusa sia veramente incorreggibile, allora sarà espulsa dal luogo, consultati il Direttore e gli Amministratori.

Il Regolamento disponeva poi che l’Orfana, alla quale fosse stata inflitta una pena, dopo averla espiata, doveva ringraziare la Maestra o la Vicaria, che l’aveva punita, e chiedere perdono in pubblico, promettendo che non sarebbe stata recidiva; inoltre raccomandava alle Recluse l’amore scambievole e nello stesso tempo minacciava pene severe per chi “osasse con parole o con fatti oltraggiare le compagne”.

Tutte le sopra riportate norme dovevano esser lette in refettorio, al termine del pranzo,

nella prima domenica di ogni mese.

Si possono meglio comprendere alcuni termini e passaggi contenuti nel testo del suddetto regolamento, tenendo presente il “Quadro analitico dell’Orfanotrofio di Galatina nel 1846” (conservato nel faldone n. 5 di A.O.G.)

 Questo documento è scritto su un unico foglio di cm 75xcm 50 e contiene una “analisi ristretta della fondazione e delle regole”, una “succinta descrizione del locale” e notizie sul personale in servizio, sulle ragazze ospitate nel 1846, sui criteri educativi adottati e sulle attività produttive praticate nell’Istituto.

In ordine a detti argomenti, fra l’altro, si legge:

-“Le regole vennero approvate nell’anno 1793 (dal re Ferdinando IV di Borbone) per mezzo della Real Camera di S. Chiara in 21 articoli il cui scopo è di formare delle donzelle quivi accolte (le quali devono essere orfane e povere, e non maggiori di anni undici all’ingresso) destinate a passare a marito (e divenire – n.d.a.) ottime madri di famiglia, ed

in conseguenza sono ordinate (sic) ad istruirle ne’ doveri della religione, della morale, e quindi nelle arti, e nei mestieri propri a questo stato.

Per dare poi a loro il commodo di fornirsi il corredo sono abilitate a travagliare (ovvero lavorare – n.d.a).

Ma quell’abilitazione è attualmente ridotta ad avere la terza parte de’ travagli (andando le

altre due terze parti a beneficio del Luogo) ed a travagliare per conto proprio l’intiero mese di agosto.

Godono bensì attualmente di una dotazione di ducati 24, quando passano a marito”.

La “descrizione del locale” viene riportata integralmente qui di seguito, in quanto interessante soprattutto per le notizie relative all’utilizzazione dello stesso.

E’ sito dentro l’abitato nella Contrada della Porta Nuova, confinante con le strade pubbliche da Borea (ovvero tramontana – n.d.a.) e Levante, e con altre abitazioni particolari dagli altri due lati senza recare né ricevere soggezione.

Vien composto di due piani.

Nel pianterreno verso la parte di Borea vi si trova la Chiesa, ch’è addetta al pubblico culto.

Si entra nel locale per un transito coverto con a destra il parlatorio.

Dal transito per un portone si passa in una corte scoverta, alla cui fronte vi è il refettorio, e dai due lati le officine, la sacrestia con altre stanze addette a vari usi.

Nel piano superiore un salone per travagliare, lateralmente al quale vari appartamenti per dormitori. Più un corridore (sic), all’un dei lati del quale c’è un altro salone pe’ travagli, ed altre stanze per dormire.

Da questo piano si scende nel coro corrispondente alla Chiesa.

Da questa descrizione si evince che nel 1846 l’Orfanotrofio era ancora sistemato soltanto nella “casa palatiata” di Ottavio Scalfo, opportunamente adattata, alla quale si accedeva dal portale a bugnato, che è sormontato dallo stemma di famiglia e che attualmente è munito di infisso metallico e contrassegnato col numero civico 3bis.

Verosimilmente, quindi, nella prima metà del XIX secolo non era stato ancora completato il corpo di fabbrica al quale si accede dal portone recante il numero civico 5, le cui caratteristiche architettoniche interne ed esterne sono molto diverse da quelle dell’antico palazzo

Scalfo, con il quale fu a suo tempo reso comunicante, perché ad esso era complementare. Anche il corpo di fabbrica che si affaccia sulle strade attualmente denominate “Via P. Siciliani” (a nord) e “Via Mory” (a ovest) sarebbe stato costruito dopo il 1846, esso infatti esternamente ha le stesse caratteristiche architettoniche di quello che ha l’ingresso al n° 5 di Via O. Scalfo.

Comunque è certo che il 12 febbraio 1863 l’Amministrazione pro tempore autorizzò la Superiora della comunità delle Figlie della Carità, a cui dal 1849 era stata affidata la gestione dell’Istituto, a costruire a proprie spese due saloni nel cortile dello stabile (v.

verbale della seduta del 12.02.1863 della Congregazione di Carità, conservato in A.O.G.).

Prestavano servizio nell’Istituto sei “oblate” e quattro “inservienti interne”.

Nel 1846 le “oblate” erano: la direttrice Leuzzi Vittoria, gentildonna di anni 60 (che riceveva il vitto e ducati 6 annui), la vicaria Marra Cesaria, artigiana di anni 66, la dispensiera Masciullo Domenica, artigiana di anni 40, la maestra delle esterne Bardoscia Carmela, artigiana di anni 60, e le altre due artigiane Rossetti Maria di anni 70 e Sambati Pietrina di anni 29.

Erano “inservienti interne”: la sacrestana Mele Angela, la portinaia Bonuso Rosa, Rossetti Carmina e Picaluca Girolama, maestra di lettura e scrittura.

Al suddetto personale erano affidate “ventidue educande, cioè sedici orfane alimentate gratuitamente dal Luogo (ovvero dall’Istituto), e sei che (pagavano) pensione, delle quali quattro (pagavano) annui ducati 30, ed una 24, e queste erano alimentate dal Luogo, ed una (pagava) ducati 8 per solo calpestio, alimentandosi a spese proprie”.

Le educande “(apprendevano) le virtù religiose e morali, lettura, scrittura, aritmetica elementare, dottrina cristiana, canto ecclesiastico per le funzioni nella… chiesa, (a) tessere, cucire, filare, ricamare fiori, ecc., oltre alle arti grossolane per servizio interno della famiglia con metodo pratico”.

L’Istituto era in grado di produrre su commissione tele di lino, tessuti di cotone o lana e ricami, perciò era adeguatamente attrezzato di filatoi e di telai per la tessitura e per il ricamo.

Alle oblate, alle inservienti interne e alle orfane veniva fornito: “un giuppo (sic) e un paio di scarpe l’anno”, la biancheria da letto e da tavola, un terzo del ricavato dal prodotto giornaliero e il guadagno del lavoro “in conto proprio, giusta le regole”.

Da quanto già detto sul funzionamento dell’Orfanotrofio si rileva che, alle ragazze in esso ospitate, veniva anche insegnato a leggere, a scrivere e a far di conto.

Questo, dal punto di vista sociale, è senza dubbio un fatto di grande importanza, ove si consideri che alla fine del XVIII secolo e nei primi decenni XIX non esistevano in Galatina scuole, né pubbliche né private, per i poveri.

Infatti nessuno dei sei Ordini religiosi (Frati Minori, Domenicani, Olivetani, Clarisse, Cappuccini e Carmelitani), che avevano convento in Città, aveva ottemperato alle ordinanze 17 e 24 aprile 1789 del governo borbonico, le quali disponevano di aprire scuole maschili e femminili nei propri conventi o in alternativa versare il 10% delle proprie rendite alla cosiddetta Azienda dell’Educazione, che era preposta all’apertura di Scuole Normali pubbliche.

Solo nel 1836 l’Amministrazione comunale di Galatina riuscì a mettere in funzione le prime scuole pubbliche, peraltro frequentate soltanto da alunni di sesso maschile.

Si può affermare che la meritoria iniziativa del canonico O. Scalfo di destinare le rendite del suo patrimonio all’istruzione dei poveri, osteggiata dal governo borbonico col divieto ad istituire a Galatina le Scuole Pie, trovò alla fine una parziale attuazione nell’erezione dell’Orfanotrofio femminile, nel quale sin dal 1794 a diecine di povere ragazze era reso

possibile il riscatto dall’analfabetismo.

Nel 1849 la Commissione di Beneficenza di Galatina ritenne opportuno affidare la direzione dell’Orfanotrofio alle Figlie della Carità, le note Suore istituite alla metà del XVII sec. da S. Vincenzo de’ Paoli e da S. Luisa de Marillac per l’esercizio delle opere di misericordia.

Queste elaborarono un nuovo Regolamento interno, che presentava elementi innovativi

rispetto al precedente soprattutto per quanto riguardava la formazione e la disciplina delle ragazze, non più indicate col termine “recluse”.

In esso, infatti, dopo l’affermazione che nell’Istituto potevano essere accolte soltanto “orfane nate da onesto matrimonio…, realmente povere”, che non avessero meno di sette

anni e non più di dodici e che non fossero “affette da principio alcuno contagioso”, si stabiliva che coloro che erano ammesse:

– potevano ricevere visite dei propri parenti solo una volta al mese, dovevano vestire “in modo uniforme” e avrebbero avuto “una mutanda (sic) di abiti diversi per le domeniche e le feste”;

– dovevano dormire in sale comuni, “ma non mai due nel medesimo letto”;

– erano tenute al rispetto dei ritmi giornalieri di sveglia, preghiera, messa, studio, lavoro, pranzo, ricreazione e sonno, che erano fissati “in tutti i giorni e per tutte”;

– ricevevano più volte alla settimana l’istruzione religiosa ed era loro assegnato un confessore;

– erano loro insegnati lettura, scrittura, grammatica, calcolo, storia sacra e “l’Evangelio”;

– effettuavano “il lavoro più necessario del paese abitato” e veniva loro insegnato a fare la maglia, a cucire e a ricamare;

– erano indotte all’adempimento dei propri doveri con l’avvio ad “una solida vita di pietà” e anche mediante la concessione di “ricreazioni straordinarie con uscite”, dalle quali venivano escluse coloro che erano in punizione.

Le ragazze indisciplinate potevano incorrere in una delle seguenti punizioni:

– essere private di una parte del pranzo o dover mangiare solo pane secco;

– rimanere in giorno festivo con le vesti da lavoro o tenere in testa nelle ore diurne una cuffia da notte oppure un’iscrizione, a seconda della gravità della mancanza;

– espulsione dall’Istituto nei casi d’incorreggibilità.

Al compimento del ventesimo anno di età (e mai prima) le orfane erano dimesse dall’Istituto, ma in particolari stati di necessità potevano ottenere la dilazione di un solo anno.

Al momento delle dimissioni ricevevano un “terzo del fruttato del loro lavoro”, computato a partire dal giorno del compimento del quindicesimo anno di età, mentre gli altri due

terzi andavano a beneficio dell’Orfanotrofio e, essendo destinati all’acquisto di biancheria e vestiario, rimanevano nelle mani della Superiora, che alla fine di ogni anno ne rendeva conto alla Commissione.

Dal confronto dei due regolamenti sopra riportati risulta evidente che quello introdotto dalle Figlie della Carità è pervaso da un maggiore senso di umanità e riserva particolare attenzione alla formazione della personalità delle orfanelle.

Infatti nel primo è molto accentuato il ricorso ai divieti e alla repressione, invece nel secondo si nota la tendenza a prevenire le deviazioni e l’indisciplina mediante una buona educazione morale da ottenere con una costante attenzione e cura per la sfera spirituale e religiosa di ciascuna ragazza.