Note di diario da Marittima: fra “Arciana”, “Palummaru”, “Ariacorte” e “Santa Lucia!”

Verso il tramonto, con la calura un tantino attenuatasi, il nonno Rocco e il nipotino Andrea decidono di compiere una camminata a piedi per le vie di Marittima, che il piccolo non ha mai percorso. Ovviamente, ci sono numerosi incontri con persone del posto e da me ben conosciute. Mi piace soffermarmi sul primo, ossia quello con  G., abitante, da sempre, nell’Ariacorte, ossia il rione in cui è nato e vissuto sino a diciannove anni il ragazzo di ieri autore delle presenti righe. Immediata e automatica la sua domanda: “Chi è questo bel bambino? Come ti chiami?”. Parimenti pronta e senza esitazione la risposta di Andrea, il quale spiega anche, alla compaesana, di essere figlio di Pierpaolo, noto a G. da quando aveva la stessa età di Andrea. Osserva, quindi, scherzosamente, G., di non aver, al contrario, mai veduto il nonno accompagnatore nella passeggiata. Quando, nella realtà, altro che lo conosce e le è familiare, giacché hanno trascorso insieme tutta l’infanzia, la fanciullezza e l’adolescenza, in stretto contatto.

Come per incanto, rivedere G. dà, all’osservatore di strada, adesso dai capelli scarsi e bianchi, l’estro per ricordare, vedere riaffacciarsi e ripercorrere, con gli occhi e con la mente, quasi fossero accadimenti e figure di ieri, una serie di  particolari, volti e vicende relative alla vita nel rione Ariacorte.

La casa d’abitazione di G. comprendeva, e include tuttora, pure un vano scantinato e proprio lì, laggiù, un tempo si davano appuntamento e riunivano numerosi bambini, maschi e femmine, del rione. I gruppi imbastivano o improvvisavano semplici giochi, tipici di allora, in genere di assoluta innocenza, salvo soltanto, saltuariamente, qualche sconfinamento: l’osare consisteva nella circostanza che, fra giovanissime coppie, si poneva mano, sì proprio così, a isolati contatti fisici ravvicinati, prototipi di confidenze intime, che, all’epoca, non so francamente se, adesso, siano di moda e come si chiamino, si definivano “giochi al dottore”.

E’ vero, atti non proprio innocenti, ma, ad ogni modo, privi di premeditazione e di malizia.

Il rione Ariacorte era un agglomerato circoscritto, un piccolo insieme di case e di famiglie, circa un centinaio di persone. All’interno di detta comunità, per via della semplicità degli schemi che regolavano la vita e degli stessi sentimenti e livelli di suggestione e immaginazione, accadeva di condividere in assoluto e completo unisono, ogni evento, le circostanze più disparate: nascite, battesimi, prime comunioni, cresime, fidanzamenti, matrimoni, malattie, decessi e funerali.

Ciascuno conosceva nomi e fatti di tutti gli altri, indistintamente, abbracciando insomma neonati e anziani.

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Intorno agli anni cinquanta dello scorso secolo, pressappoco nello stesso periodo, convolarono a nozze, o meglio si maritarono, due coppie: una, composta da mesciu P. e mescia G., entrambi artigiani, l’altra, da due contadini,  M. e V.

Passò poco e i primi coniugi anzi indicati si trovarono in attesa di un figlio, mentre i restanti non riuscivano a centrare tale obiettivo. Rammento le domande, curiose e nel contempo interessate, sull’argomento, che M. rivolgeva a mesciu P. nella bottega di quest’ultimo e, l’interpellato, pronto a rispondergli con sicurezza e disinvoltura: ”Vedi, caro cugino, non ci vuole una particolare fatica o soverchio impegno, io, in breve volgere di tempo, ce l’ho fatta, per altro senza la necessità di “salire ogni giorno in palazzo”. “Perciò, non ti scoraggiare, certamente ci arriverai pure tu”.

A onor del vero, la coppia dei “mesci”, di figli, ne ha poi  procreato non uno bensì tre, invece l’altra è rimasta senza.

Nell’Ariacorte, giusto di fronte alla casa natia dello scrivente, esisteva ed esiste una bella abitazione, con giardino dotato di pozzo d’acqua sorgiva, in cui, attualmente, viene di tanto in tanto a dimorare un giornalista del Nord, il quale, ormai da un pezzo, ha rilevato l’immobile dagli eredi dei legittimi proprietari di quando io ero bambino, cari amici nonché compari dei miei genitori.

Della famiglia allora dirimpettaia, faceva parte anche M. R., quasi mia coetanea e con la quale, da adolescente, ho trascorso una parentesi confidenziale maggiormente avanzata rispetto ai “giochi al dottore” rievocati prima. Beninteso, niente di trascendentale, si parla di epoca lontana, assolutamente diversa su tutti i fronti, inclusi i canoni di svolgimento dei rapporti sentimentali fra ragazzi e anche fra giovani

Accadde che, durante un pomeriggio, avendo captato che nella casa dei vicini c’era unicamente M. R., oltre al vecchio nonno cieco e giacente su un letto, nel mentre i genitori si trovavano fuori per lavoro, pensai bene di intrufolarmi fra le pareti domestiche dell’amica, dove la favorevole situazione m’incoraggiò a passare, in un baleno, ad approcci concreti: baci, abbracci, carezze, strette,  e altre iniziative e azioni similari. Un insieme di effusioni, che, nel silenzio assoluto dell’ambiente, finì col produrre piccoli vocii e rumori, avvertiti, ahinoi, dal vecchio nonno allettato e non vedente, e, come effetto, per voce dell’uomo, si susseguirono alcune grida domande e invocazioni, in questi termini: “M.R., che sta succedendo, cosa fai?” e poi ancora, ripetute invocazioni “Santa Lucia!”, “Santa Lucia!”

Nonostante le interferenze reattive del nonno, mi trattenni lì e mi diedi da fare nel migliore dei modi per una decina di minuti.

Purtroppo, l’accaduto, ancorché senza che potesse essere accompagnato da precise immagini, finì con l’essere spiattellato dall’anziano alla madre di M.R., immediatamente, non appena ella fece ritorno a casa. Ovviamente, la donna non impiegò molto a capire tutto, anche inquisendo la ragazza, invano giustificante l’episodio con il fatto che io ero semplicemente entrato in casa loro, come in precedenti occasioni, esclusivamente per attingere e bere un sorso d’acqua fresca del loro pozzo.

Sta di fatto che, a distanza di pochissimo tempo, ricordo che stava sopravvenendo il buio, il giovanissimo dongiovanni s’imbatté nella genitrice di M.R., la quale, senza perdere un istante, lo investì con una reprimenda chiara e inequivocabile: “ Come, con la scusa dell’acqua fresca, te friculi (ti strusci) con la figlia mia?” E a seguire: “Vattene via, brutto scostumato, ma non finirà qui!”.

Detto fatto, il trasgressore se la squagliò in un baleno.

Correvano stagioni differenti anche per ciò che attiene ai rapporti interpersonali tra famiglie. La brutta “partaccia” da me consumata, si portò appresso qualche segno nel senso di freddezza e di minore assiduità nel dialogo tra vicini, amici e compari, per la precisione non successe del tutto così con riferimento a M.R.; ad ogni modo, dopo alcuni anni, le tracce e i postumi dell’episodio si cancellarono e dissolsero.

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Ritornando alla passeggiata a piedi con Andrea, ho condotto il piccolo sino all’inizio della Via Vecchia per Andrano, con sosta all’altezza della “Arciana”, terreno una volta di proprietà dell’arciprete vecchio di Marittima.

Tale fondo è stato storicamente caratterizzato da un filare di altissimi e centenari pini, proprio lungo la strada che porta al vicino centro abitato di cui sopra e da una torre colombaia. Sfortunatamente, un paio d’anni fa, le piante sono state purtroppo vittime di una violenta tromba d’aria proveniente dal mare, che le ha divelte come fuscelli e abbattute pressoché totalmente, ne è   rimasta in piedi appena una.

La torre colombaia è invece rimasta indenne e si presenta quasi così com’era cinquant’anni o un secolo addietro.

E’ mutato solamente il numero degli “abitanti”, nel senso che, ora, si scorgono sui cornicioni e all’interno del manufatto sì o no una decina di colombi, mentre, quando ero bambino, gli ospiti si contavano nell’ordine di qualche centinaio. Addirittura, il loro tubare, per approssimazione  “guu”, guu”, “guu”, attivava un vero e proprio concerto, con notevole risonanza acustica, che noi ragazzini avvertivamo a distanza, ci sembrava che i volatili  dicessero “Gesù”, “Gesù”, “Gesù”, provavamo un certo spavento ed eravamo eccitati e esitanti ad avvicinarci alla “Arciana”, soprattutto da soli.

Ad Andrea, ho illustrato gli aspetti salienti intorno alla “Arciana”, vuoi riguardo agli storici pini e alla tromba d’aria, vuoi a proposito della torre colombaia; quanto, in particolare, a quest’ultima, gli ho riferito che, in dialetto salentino e marittimese, colombo si dice palummu e di conseguenza la torre colombaia è detta semplicemente palummaru. Gli ho, da ultimo, spiegato che, in epoche passate, la carne di colombo era considerata di particolare pregio e in special modo leggera, così che, in occasione di una nascita, nel paese non v’era famiglia, anche fra le poverissime, che non si adoperasse per acquistare un esemplare di colombo, con cui preparare, immancabilmente, un tazzone di brodo fumante e una pietanza di carne delicata a beneficio della neo mamma. (Rocco Boccadamo)