Prigionieri di guerra e
internati militari italiani
di Salvatore Chiffi
Prima dell’8 settembre 1943, giorno in cui il gen. Badoglio annunciò l’avvenuto armistizio con le forze alleate, le sconfitte militari italiane in Africa, in Unione Sovietica e in Sicilia avevano prodotto un elevato numero di prigionieri.
Secondo alcuni dati i soldati italiani catturati dagli Inglesi in Africa settentrionale e in Etiopia furono circa 400.000 e 125.000 quelli presi dagli Americani in Tunisia e in Sicilia. Alle truppe francesi gli anglo-americani, in dispregio della Convenzione di Ginevra, consegnarono 40.000 militari e civili italiani da internare nei campi di concentramento in Tunisia, Algeria e Marocco. A questi vanno aggiunti i 95.000 in Unione Sovietica.
I prigionieri furono deportati in centinaia di campi di concentramento, che spaziarono dall’Inghilterra al Medio Oriente, dal Sudafrica all’India.
L’interesse degli Alleati per i prigionieri fu dovuta, innanzitutto, al loro utilizzo di manodopera a basso costo.
Le condizioni di vita dei nostri militari, generalmente, era accettabile eccezion fatta quelli detenuti dai francesi, dai tedeschi e dai sovietici, che soffrirono la fame e vennero sottoposti al lavoro forzato e a vessazioni di ogni genere e dove alla fine si contarono decina di migliaia di decessi.
Molti altri furono internati nei campi in Olanda, Germania, Polonia, Kenya, Sudan, Sierra Leone, India, Australia, Stati Uniti, Canada e in molti stati del Sud America.
Sui prigionieri internati negli Stati Uniti occorre precisare che molti di loro vennero ceduti agli americani dagli inglesi e francesi, in violazione della Convenzione di Ginevra che vietava il passaggio di prigionieri da una nazione alleata all’altra.
Le condizioni di questi militari italiani furono naturalmente molto diverse da quelli detenuti negli altri campi, tant’è che molti di loro conservarono un buon ricordo di quella esperienza. La prima fondamentale differenza fu sicuramente l’abbondanza di cibo.
Da ricordi e testimonianze appare, infatti, che i militari venivano riforniti di cibo e di ogni conforto, dalle scarpe al sapone, dalla schiuma da barba fino al dentifricio, dagli indumenti alle sigarette, senza dimenticare coca-cola e dolciumi. Addirittura non mancarono casi in cui, invece di aspettare pacchi da casa, erano i prigionieri stessi a mandare aiuti ai propri cari in Italia.
Fra i tanti prigionieri di guerra deportati con viaggi interminabili e sofferenze atroci, in giovane età e lontano dagli affetti più cari, durante la seconda guerra mondiale, tra il 1939 ed il 1945, anche tanti salentini e circa duecento galatinesi. I trasferimenti erano solitamente effettuati con carri bestiame ferroviari privi di finestrini o via mare con navi sovraccariche e con forti limiti in termini di servizi sanitari e di distribuzione del vitto. Prigionieri e cooperatori allo stesso tempo, questi uomini pagarono con il loro contributo di lavoro gli aiuti economici che gli alleati stavano concedendo all’Italia. Finita la guerra furono trattenuti nei paesi ospitanti ancora per molto tempo, con la giustificazione delle difficoltà di trasporto per il rimpatrio, ma in realtà perché utili, anzi fondamentali, per l’economia del paese.
Tra coloro che persero la vita o furono catturati dalle forze alleate, naturalmente, tanti erano di origine salentina e con poche informazioni fornitemi dai familiari ho raccolto alcune notizie su alcuni nostri concittadini molto conosciuti che hanno vissuto la triste condizione di P.O.W. (Prisoner of War) : il sig. Antonio Mangia, un arzillo signore di 96 anni, il sig. Luigi Romano che fino a pochi anni fa gestiva una rivendita di tabacchi situata accanto alla Porta Luce e il sig. Antonio Zamboi che risiedeva in Via Zimara.
Dalla viva voce del sig. Antonio Mangia apprendiamo che egli prestava servizio a Durazzo (Albania) nel Genio Marconisti con la 11^ Divisione “Brennero” sotto il comando del gen. Aldo Princivalle.
Alla fine del settembre ’43, il gen. Princivalle, si adoperò per convincere i propri comandanti che il passaggio ai tedeschi fosse l’unica scelta per salvare i soldati dai tedeschi. Ottenute formali assicurazioni per l’incolumità di ufficiali e soldati e la promessa di mantenere intatta la Divisione al proprio comando in un futuro esercito collaborazionista, ordinò ai reparti della Brennero di consegnare le armi.
Princivalle sostenne a più riprese la necessità di dimostrare la propria affidabilità ai tedeschi, salvo poi concedere che ognuno, una volta arrivati in Italia, si comportasse come meglio avrebbe creduto. Molti, e fra questi il nostro concittadino, non aderirono alla proposta e nell’ottobre del medesimo anno furono consegnati ai tedeschi.
Fu così che il sig. Mangia fu deportato dapprima in Olanda nel campo di transito di Westerbork dove gli fu assegnato il n° di prigioniero 53.707. Trasferito poi a Duisburg, in Germania, fu destinato come forza lavoro per l’economia del Terzo Reich nella fabbrica Thyssen e sottoposto a un trattamento disumano, subì umiliazioni, fame e le più tremende vessazioni.
“In prigionia pesavo appena 37 Kg, mi racconta con gli occhi lucidi per la commozione, e tutti noi prigionieri eravamo infestati da pidocchi. La sveglia nel campo era alle 4.00 del mattino, ci era concessa mezz’ora per vestirci e per radunarci in terziglie davanti al cancello per l’appello1. Alle 5.00 si partiva a piedi per raggiungere la fabbrica della Thyssen situata ad un’ora di cammino calzando zoccoli di legno e a stomaco vuoto. Ai prigionieri era riservato l’ingresso in fabbrica dalla porta n° 7 e la nostra attività lavorativa terminava alle 18.00.
I tedeschi alle 9.00 si fermavano mezz’ora per fare colazione e alle 16.00 per il pranzo, mentre a noi prigionieri era concesso solo un litro d’acqua a mezzogiorno. Poi alle 19.00 ci radunavano nuovamente nei pressi della porta n° 7 per il rientro al campo di prigionia. Qui ci veniva distribuito un filone di pane da dividere in sei persone e la cena costituita da una brodaglia fatta con erbe dal sapore amarognolo e senza alcun condimento. Non ricordo di aver mai mangiato un pasto caldo. Sistematicamente appena servita la brodaglia che per noi costituiva colazione, pranzo e cena venivamo accentrati in cortile per l’appello che veniva ripetuto più volte al fine di demoralizzarci e far raffreddare il pasto.
Alla fine delle ostilità, durante un trasferimento verso Oldenburg fummo abbandonati in un campo, ne approfittammo per fuggire ed io, febbricitante, ed alcuni commilitoni trovammo, ospitalità e cibo presso una fattoria in aperta campagna. In cambio, la proprietaria ci chiese di lavorare per lei e fu così che ci ritrovammo a piantare verze in Bassa Sassonia sino a quando un anziano poliziotto, avvertito da qualcuno, ci scoprì e ci invitò a seguirlo verso la città, ma anziché arrestarci, viste le pietose condizioni in cui versavamo, una volta in aperta campagna e lontano da occhi indiscreti, ci indicò la direzione da prendere per raggiungere la ferrovia e, voltandosi dalla parte opposta, fece finta di non averci mai incontrati e ci lasciò andare.
Raggiungemmo la ferrovia e, sempre col benestare della polizia, nascosti su treni merci, raggiungemmo la nostra amata Italia”.
Il sig. Luigi Romano, invece, prestava servizio in Marina in qualità di magazziniere e dai documenti rinvenuti sul sito gestito dal governo australiano (www.naa.gov.au) risulta che fu catturato a Tobruk (Libia) il 22 gennaio 1941. Da qui trasferito in Australia con la nave Queen Elizabet e sbarcato a Sydney il 13.10.1941 fu internato nel Campo 12 di Camp Cowra, Nuova Galles del Sud, col n° di identificazione POW 48632 e registrato col n° 164876. Dai documenti risulta che all’epoca non era sposato e che al momento della cattura non possedeva denaro, monili d’oro e orologi.
La libertà, per il nostro concittadino e insieme ad altri prigionieri in Australia arrivò solo dopo sei lunghi anni di prigionia, nel gennaio del 1947, ad un anno e mezzo dalla fine della guerra, allorquando a bordo del vapore Otranto approdarono a Napoli per far rientro a casa. La fine di un lungo incubo che li segnò per sempre.
Il Sig. Antonio Zamboi, Sotto Tenente di Artiglieria degli Alpini fu catturato a Sciacca (Agrigento) il 20 luglio 1943 dai paracadudisti americani della VII Armata durante lo sbarco in Sicilia (Operazione Husky) e trasferito in Tunisia nel centro di smistamento di Medjez el Bab. Dopo essere stato immatricolato col n° di identificazione 81-I-49303 fu internato nel campo di prigionia P.W. 126 situato nei pressi di Orano (Algeria) sotto il comando americano. La prigionia non era certamente una condizione piacevole, ma il trattamento che ricevevano i prigionieri in consegna alla U.S. Army era molto adeguato a quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra. Essi non avevano problemi di vitto o di vestiario e nei campi era loro concesso svolgere attività ricreative e sportive.
Altrettanta fortuna non ebbero però i 40.000 prigionieri che gli alleati anglo-americani consegnarono ai francesi al termine della guerra in Africa Settentrionale conclusasi il 13 maggio 1943
Particolarmente detestabile fu il comportamento dei comandi militari Alleati che, dopo la battaglia di Enfidaville, per vendicarsi della combattività degli italiani, consegnarono tutti i prigionieri alle truppe golliste ben sapendo che queste erano animate da un atavico rancore verso gli italiani e non avevano viveri sufficienti per tanti prigionieri.
I francesi sottoposero i prigionieri italiani ad umilianti perquisizioni personali e ad interrogatori violenti e offensivi. I soldati più disonesti ne approfittarono per depredare i prigionieri degli effetti personali, soldi, orologi, catenine e fedi d’oro e a chi osava protestare era assicurata una congrua razione di percosse.
Dopo l’immatricolazione e una selezione nel campo di Medjez el Bab nell’entroterra tunisino i prigionieri italiani furono trasferiti con una drammatica marcia forzata di 500 chilometri lungo le coste tunisine sino al campo di prigionia di Costantina in Algeria. Una marcia disperata sotto il cocente sole africano, ai margini del deserto, con un vitto costituito da 100 grammi di pane al giorno e brodaglia di rape e una scarsissima razione di acqua.
A guardia dei prigionieri i francesi utilizzavano truppe di colore, goumiers marocchini, spahis e senegalesi al comando di ufficiali e soldati della Legione Straniera.
Al termine delle ostilità in mano francese erano rimasti circa 37.000 soldati italiani. Il loro ritorno in Italia non fu facile poiché i gollisti, accampando pretesti e cavilli burocratici, mandarono le cose per le lunghe e solo sul finire del 1945 diedero il via al rimpatrio che avvenne con 40 viaggi di navi civili e militari.
- L’appello, nei campi tedeschi e francesi, era una pratica di controllo senza alcuna funzione o utilità se non quella di rinvigorire l’ordine. Tutte le testimonianze concordano nel considerare questa pratica quotidiana, ripetuta più volte al giorno, un vero supplizio: ore e ore al gelo, in Germania, o sotto il sole cocente, in Africa, malcoperti o nudi, inermi. Si viene chiamati con il numero di matricola con cui all’ingresso nel campo è stato registrato ciascun prigioniero. Tale pratica sfibrante è una strategia per far crollare le resistenze a proposte di collaborazione.



