Grigoriu lu sgherru

Ricordo di un simpatico bracciante neretino sempre impegnato

alla ricerca di una “sciurnata” di lavoro e di un pasto caldo

di Salvatore Chiffi

Capita spesso, ritrovandosi dopo molti anni fra amici, di raccontare, fra una risata e l’altra, aneddoti, episodi, bravate e fatti legati a personaggi che hanno fatto da cornice della nostra adolescenza.

Uno dei personaggi neritini degli anni ’60, che non manca mai nei ricordi della mia comitiva di quel tempo, è Grigoriu.

Grigoriu lu sgherru1, per l’esattezza, chiamato così a causa del suo carattere sempre canzonatorio, strafottente, da spaccone, il tutto sottolineato dai lineamenti del viso rugoso e da una palpebra sempre socchiusa per l’età avanzata che gli occludeva l’occhio destro, ma dal quale ci vedeva benissimo allorquando la sollevava col dito mignolo.

Grigoriu incarnava perfettamente la figura del bracciante agricolo, temprato dal duro lavoro nei campi da sule a sule2 e dalla scatena3;  nelle afose sere d’estate capitava spesso di vederlo arrivare alla Villa4 dalle campagne di Santu Cosimu, accaldato e impolverato, a cavallo della sua bicicletta nera, attrezzata con un portapacchi in legno assicurato con lo spago sul parafango della ruota posteriore in cui riponeva gli attrezzi del mestiere e l’immancabile mbile5 per l’acqua.

Era l’occasione per noi giovani studenti di assistere al rito di Grigoriu che,  rinfrescandosi alla fontana, ci divertiva soprattutto poichè usava far precedere da una naschiata le risposte argute che dava alle nostre domande o ai nostri sfottò.

La naschiata (da nasca: naso) è il rumore prodotto con l’aspirazione forzata di aria dal naso e il contemporaneo rumore prodotto dalle mucose nasali che riproduce il grugnito del maiale: la naschiata era per Grigoriu il suo inconfondibile biglietto da visita.

Dopo aver sistemato con accortezza la sua bicicletta accanto al marciapiede, Grigoriu era solito farsi una accurata stindicchiata6. Prima stendeva e ruotava le braccia vigorose e abbronzate, dava un paio di raddrizzate alla schiena aiutandosi con le mani appoggiate sui fianchi, effettuava qualche piegamento sulle gambe e, dopo essersi rimboccato le maniche, beveva a garganella, si sciacquava e risciacquava più volte la bocca sputando poi l’acqua su noi spettatori, pronti alla schivata.

Soddisfatta la sete, si guardava intorno, scuoteva la testa, e dopo aver naschiato abbondantemente: “Nah fatìa7, nah! Puera8 a bbui! Puera ddhri siri uesci9!”

Riprendeva quindi il suo rito: si lavava accuratamente le braccia impolverate e dopo essersi tolto gli scarponi, ricordo della II guerra mondiale, pieni di grumi di terra rossa e, tirati sulle ginocchia gli orli  dei pantaloni, passava al lavaggio dei piedi.

Durante questi effluvi la bicicletta era sempre tenuta sott’occhio perché c’era sempre qualcuno intento a rovistare nel panaru10 appeso al manubrio in cerca di fichi, uva o altra frutta di stagione.

“Sièrviti puru, basta ca ndi lassi ‘nu picca pi la Tetta mia” – era il suo generoso commento preceduto dalla solita naschiata vigorosa.

Terminati i lavaggi, dopo averli sbattuti accuratamente sul marciapiede per togliere il grosso della terra, dava una pulita agli scarponi con una pezzuola bagnata, li riponeva nella cassetta degli attrezzi e rimontando in bicicletta a piedi scalzi, con i pantaloni alla zuava ancora tirati su, riprendeva il ritorno verso casa naschiando e cantando: “Nah fatìa, nah!.. jata11 a ddhri mamme osce12 quando chiudinu l’uecchi13 e aprinu le cosce… nah fatìa, naaaaahhhh!”

Accadeva, talvolta, che qualche chiodo o una spina dispettosa, immancabile in campagna, bucasse una delle due ruote della bicicletta, consunte allo stremo. Grigoriu, allora, giungeva alla Villa spingendo il mezzo naschiando e imprecando contro tutti quei santi, colpevoli di averlo fatto nascere povero. Il rito del lavaggio veniva comunque eseguito e, quando qualcuno più spiritoso degli altri, alludendo alla gomma sgonfia domandava “Grigò, e la pompa no’ la tieni cchiù?”, il vecchio bracciante divaricava leggermente le gambe, piegava le ginocchia, si inchinava leggermente in avanti, alzava col dito la palpebra dell’occhio destro, guardava per alcuni istanti verso la patta dei pantaloni, si raddrizzava e dopo aver ripetutamente naschiato per annunciare la risposta all’insolente diceva “La tegnu, la tegnu!… La tegnu pi mammata e puru pi soruta la grande!”. Gridava ad alta voce per farsi sentire da tutti, suscitando grande risate tra gli astanti.

Grigoriu, però, era avanti con gli anni; i braccianti come lui erano stati lentamente e inesorabilmente sostituiti dalle macchine agricole, le campagne, poco redditizie,  abbandonate per emigrare verso le fabbriche del torinese e usate solo per villeggiatura e, quindi, la giornata di lavoro non sempre era assicurata.

“Tetta ce si mangia osce14?”

“Tu ce ha ‘nduttu?”

“Nienzi!”

“E allora osce si mangia nienzi. Comu lu uei in bbrodu o cu llu sucu?”

Questo dialogo si sentiva spesso in casa di Grigoriu. Erano tempi duri e allora il furbo bracciante escogitò un sistema sicuro per assicurarsi vitto e alloggio; anzi due, uno estivo e uno invernale.

Il primo prevedeva lo scontro con il Commissariu Pinna, un altro personaggio neritino di quegli anni, a cui era stato affibbiato l’appellativo di Commissariu per la sua cattiva abitudine di malangare15 tutti i cittadini, di cui conosceva vita, morte e miracoli, tanto da essere utilizzato dalla Polizia (si vociferava) come informatore.

Il furbo Grigoriu, nei periodi estivi, quando non trovava lavoro, andava a stuzzicare il Commissariu nei pressi della Triestina, frequentatissimo bar situato in Piazza Salandra, da dove costui era solito dominare la folla16 amorfa che vi si accalcava. Dalle parole, provocatore e vittima, tra la curiosità, l’ilarità e l’incitamento dei presenti, passavano poi agli insulti reciproci, agli spintoni, qualche schiaffo, qualche leggera scalfittura o contusione e, per Grigoriu, il gioco era fatto. Il Commissariu correva in ospedale per farsi medicare, poi col referto medico in pugno denunciava immediatamente l’aggressione ai Carabinieri e per Grigoriu si spalancavano le porte della camera di sicurezza… con pranzo, cena e alloggio assicurati. Il processo per direttissima veniva celebrato nel giro di due-tre giorni con l’inevitabile condanna al carcere per insulti e lesioni personali che gli assicurava vitto e alloggio a carico dello Stato per 10 – 15 giorni.

Il giudice, seccato dall’andazzo che Grigoriu aveva creato, una volta decise di punirlo con l’assoluzione, ma al termine della lettura della sentenza il nostro amico, alzando il dito, richiamò la sua attenzione. Ottenutola, nel silenzio generale, si portò il palmo della mano sulle labbra producendo una sonora pernacchia, naschiò e aggiunse: “Signor giudice questa portatila a casa e spartitila cu mugghierita17!”

Quella volta Grigoriu, felice come una Pasqua, di giorni di carcere ne prese 30 per oltraggio alla corte.

Al termine della pena, Gregoriu era solito suggerire alla guardia carceriera che lo metteva in libertà “lassa piertu18” sicuro che, se non avesse trovato subito lavoro per sbarcare il lunario, sarebbe ritornato da lì a poco grazie al collaudato metodo Commissariu Pinna.

Il secondo sistema per assicurarsi la sopravvivenza era molto più semplice e veniva sfruttato soprattutto nei periodi invernali. Una semplice lizzetta19 di un dottore amico e Grigoriu si assicurava una degenza in ospedale nel reparto geriatria per non meno di 30 giorni rinnovabili, metodo questo usato da molti anziani dell’epoca.

La fine di Gregoriu purtroppo fu tragica. Un pullman di pendolari lo travolse all’alba di un nebbioso mattino sulla strada per l’Avetrana mentre con la vecchia cigolante bicicletta si recava a potare gli ulivi di una chisura20.

Un funerale povero il suo, senza banda e senza corone di fiori, ma Tetta, la vedova, ebbe la gran consolazione, durante la cerimonia funebre, di vedere la Chiesa stracolma di persone che si accalcavano perfino sul sagrato, persone che si sarebbero contese l’onore di accompagnare a spalla il suo Grigoriu, umile contadino, fino al cimitero.

NOTE:

  1. Sgherru: Guercio, strabico, strambo, ma anche smargiasso, guascone
  2. Sule a sule: Da sole a sole, dall’alba al tramonto
  3. Scatena: Dissodamento profondo del terreno con la zappa che gruppi di contadini effettuavano con un ritmo scatenante incalzati dai proprietari del terreno
  4. Villa: Viale alberato che si dipartiva da Piazza Osanna verso la via per Lecce
  5. ‘Mbile: Fiasco di terracotta a collo stretto che conteneva acqua o vino
  6. Stindicchiata: Stiramento dei muscoli per rilassarli, stretching
  7. Fatìa: Lavoro, fatica
  8. Puera: Poveri
  9. Siri uesci: Padri vostri
  10. Panaru: Cesto in vimini con manico
  11. Jata: Beata, beate
  12. Oscie: Vostre
  13. Uecchi: Occhi
  14. Osce: Oggi, attualmente
  15. Malangare: Parlar male, diffamare
  16. folla: era costituita da braccianti che la sera si radunavano in Piazza in attesa di essere assunti per una o più giornate per il lavoro nei campi o nell’edilizia
  17. Mugghierita: Tua moglie
  18. Lassa piertu: Lascia la porta aperta
  19. Lizzetta: Ricetta
  20. Chisura: Uliveto cinto/delimitato da muri a secco