PIRRO E IL PREZZO DELLA VITTORIA

PIRRO E IL PREZZO DELLA VITTORIA

di  Giuseppe  Magnolo

Venti di guerra ed ansia di pace. Si sente dire spesso che la pace in assoluto non esiste e di fatto è solo una tregua temporanea più o meno prolungata tra due periodi di guerra. L’anelito costante alla pace, presente nella maggior parte delle persone comuni, deve fare i conti con chi invece considera la guerra una naturale e quasi fisiologica necessità, che contrappone i più forti e capaci ai più deboli ed inermi, in una sorta di selezione naturale tendente a modificare gli equilibri esistenti fra gli stati, specie quelli a vocazione bellicosa per indole o necessità. Gli esempi che in tale ambito si possono ricavare dalla storia sono molteplici in qualunque epoca, e mutatis mutandis possono ancora insegnarci molto su come fronteggiare le situazioni problematiche ad essi connesse.

Nella sua recente pubblicazione intitolata Il prezzo della pace (Milano, Rizzoli, 2025) lo storico Paolo Mieli passa in rassegna un’ampia serie di casi ed eventi connessi ad esiti di guerre, alcuni riferiti a presunti vincitori ed altri agli sconfitti, valutando sulla distanza gli esiti reali di importanti vicende belliche, che per il lettore possono assumere valore paradigmatico. Una di tali dissertazioni concerne Pirro, il re dell’Epiro che agli inizi del III° secolo A. C. mosse guerra contro Roma con l’intento di conquistare tutta la parte meridionale della penisola italiana. Alquanto significativo risulta il titolo del saggio, che con icastica, benché riduttiva, definizione suona: “L’ambigua vittoria dell’indomito Pirro”. Da esso si possono trarre vari spunti, alcuni presenti anche in questo scritto.

Sulla scia di Alessandro Magno. Pirro nacque nel 323 A. C., quattro anni dopo la morte di Alessandro Magno, di cui in qualche modo si riteneva l’erede, predestinato ad essere un sovrano guerriero incline all’avventura e il continuatore di una politica di conquiste a tutto campo, a cominciare dal regno di Macedonia, che era confinante con l’Epiro. Infatti a quel tempo il regno epirota comprendeva parte della Grecia nord-occidentale e l’attuale Albania, mentre la Macedonia a sua volta comprendeva la Grecia nord-orientale e parte dell’attuale Bulgaria. In realtà la morte improvvisa di Alessandro a soli 33 anni di età aveva lasciato l’immenso impero da lui conquistato alla mercé di alcuni dei suoi più valorosi seguaci, divenuti ben presto dei nuovi “monarchi avventurieri nonché costruttori di regni”.

Figlio di Eacide, re dell’Epiro, che vantava una discendenza da Achille ed una parentela con lo stesso Alessandro Magno, Pirro ebbe una giovinezza alquanto travagliata, trovandosi in costante lotta contro la Macedonia per l’indipendenza del suo regno. All’età di soli due anni perse il padre, ucciso in una rivolta popolare, e fu esiliato col resto della famiglia reale presso una tribù dell’Illiria, dove rimase fino all’età di 13 anni, quando fu rimesso sul trono dell’Epiro, per poi essere nuovamente detronizzato quattro anni dopo dal re di Macedonia. Nel 299 A.C. partecipò ad una guerra che contrapponeva alcuni stati greci a Tolomeo, sovrano d’Egitto, e in tale circostanza fu fatto prigioniero e quindi trattenuto come ostaggio ad Alessandria d’Egitto. Senza perdersi d’animo decise di sposare Antigone, figlia dello stesso Tolomeo, che lo rimise sul trono dell’Epiro (298 A.C.). Negli anni seguenti Pirro consolidò il suo regno sino ad estendere per qualche tempo la sua sovranità anche sulla Macedonia (284 A.C.).

La campagna militare contro Roma. Nel 281 A.C., su invito della città di Taranto che temeva di essere sottomessa dalla potenza egemone di Roma, Pirro decise di venire in Italia con l’intento di fondare un nuovo regno nell’Italia meridionale. L’avere un poderoso esercito al suo seguito gli assicurò non solo l’appoggio di tutte le città della Magna Grecia, ma anche un’alleanza con i Sanniti. Nel primo scontro con i romani ad Eraclea (280 A.C.) sulla costa ionica nei pressi di Taranto, l’epirota riuscì a prevalere grazie alla superiorità della sua cavalleria e soprattutto alla potenza dei suoi elefanti da guerra indiani (circa 20), che erano assolutamente sconosciuti in Italia, quindi in grado di incutere un terrore indescrivibile ai soldati nemici. Le perdite fra i romani furono di circa 7.000 uomini, mentre Pirro ne perse 4.000, ben presto rimpiazzati dai soldati di alcune tribù italiche e della Magna Grecia. Tuttavia il suo tentativo di proporre un accordo di pace a Roma da posizioni di forza ottenne un perentorio rifiuto.

Potendo controllare i territori della Campania e della Puglia, nell’estate successiva (279 A.C.) Pirro si scontrò di nuovo con i Romani ad Ascoli Satriano nell’attuale Capitanata, dove i romani furono di nuovo battuti  e persero 6.000 uomini, mentre gli epiroti ne persero circa 3.500. Tuttavia stavolta il rimpiazzo risultò alquanto problematico, dato che molte città meridionali, già schierate con Pirro, erano diventate sempre più insofferenti di fronte al suo comportamento da dominatore, divenuto quasi vessatorio. A questo punto il re epirota, consapevole della propria debolezza, ulteriormente accentuata dal trovarsi su suolo straniero, decise di cambiare i suoi obiettivi. Con i resti del suo esercito si diresse verso la Sicilia, accettando l’invito di alcune poleis siceliote (in primis Siracusa), che gli proponevano di scacciare i Cartaginesi dalla parte occidentale dell’isola, che era sotto il loro controllo.

La spedizione contro Cartagine. L’intento di Pirro di creare un’entità italica meridionale, che unita alla Sicilia potesse contrapporsi alle potenze di Roma e Cartagine, dovette tuttavia fare i conti con la decisione di quest’ultime di allearsi, unendo per la circostanza le proprie forze sia di terra che di mare contro l’invasore epirota. Il quale riuscì comunque ad arrivare a Siracusa, dove fu accolto da trionfatore e ben presto fu nominato re di Sicilia. Per qualche tempo egli fu in grado di contrastare efficacemente le truppe cartaginesi, imponendo quasi una sua dittatura su tutte le città greche dell’isola. Ma la notizia che i romani avevano nuovamente occupato gran parte della Magna Grecia, unita alla consapevolezza di essere inviso alle popolazioni locali, lo indusse ad abbandonare la Sicilia e tornare in Italia, pur subendo continui attacchi  da parte cartaginese, in particolare nel lasciare l’isola attraversando lo Stretto di Messina.

Lo scontro finale con i romani. L’esercito di Pirro dovette quindi affrontare un logorante viaggio di ritorno, risalendo l’Italia meridionale per mettersi alla testa di una nuova alleanza antiromana comprendente anche i Sanniti. L’intento del re epirota era stavolta quello di attaccare direttamente Roma, costringendo l’esercito romano a togliere l’assedio a Taranto. Ma il grosso delle truppe romane lo aspettava a Maleventum (poi significativamente ribattezzata Beneventum), dove si svolse una battaglia cruenta e decisiva (275 A.C.). Ormai i romani avevano imparato a contrastare la minaccia degli elefanti mediante l’uso di frecce incendiarie, per cui i pachidermi imbizzarriti finirono per creare addirittura scompiglio fra le truppe di Pirro. Sebbene leggermente inferiori per numero, i soldati romani ebbero la meglio grazie alla loro compattezza e determinazione. Invece Pirro pagò duramente il fatto di non poter contare sull’efficienza delle sue forze migliori, in particolare la cavalleria e la falange macedone, pesantemente compromesse da lunghi anni di guerra. Il re epirota fu quindi costretto a rinunciare al suo disegno di conquista in Italia, per affrettarsi a tornare in Epiro, dove il suo trono era nuovamente minacciato.

Il rientro in Epiro e la morte. Dopo il suo ritorno in patria nel 274 A.C., Pirro riuscì a riprendere il trono grazie alla fedeltà dei suoi sudditi. Ma ben presto egli dovette affrontare una nuova guerra contro le forze congiunte di macedoni e spartani. La triste e ingloriosa conclusione della sua esistenza avvenne nel 272 A.C., quando era cinquantunenne, allorché perse banalmente la vita in uno scontro minore ad Argo, mentre tentava di conquistare il Peloponneso. Penetrato in città con un drappello di soldati, secondo la narrazione che ne fa Plutarco, Pirro fu colpito accidentalmente da una tegola scagliata da una vecchia demente dal tetto della sua casa, per cui il re perse i sensi, permettendo ad uno dei nemici di decapitarlo mentre era in stato comatoso.

Il giudizio storico sul personaggio. Qualunque pronunciamento sulle qualità e i limiti del condottiero epirota deve basarsi su una valutazione oggettiva del suo operato, che, come spesso accade, presenta luci ed ombre. L’espressione convenzionale “vittoria di Pirro” implica generalmente una percezione alquanto negativa delle sue reali capacità realizzative, a supporto dell’evidenza che in guerra i risultati di qualunque scontro bellico preliminare  scompaiono di fronte agli esiti della battaglia finale. Non sorprende d’altro canto che i romani abbiano faziosamente cercato di demolire i meriti di un nemico formidabile, venuto ad insidiarli sul loro stesso territorio. Va detto che, prima della discesa di Annibale in Italia (218 A.C.), Roma non aveva conosciuto un capo militare di prima grandezza che potesse considerarsi alla pari di Pirro per coraggio, valore militare e capacità strategiche sul campo di battaglia. Tali meriti gli furono riconosciuti dallo stesso generale cartaginese, che lo riteneva il più grande condottiero dopo Alessandro Magno, superiore a Scipione ed anche a se stesso. Tra gli storici antichi, Plutarco (46–127 D.C.) nelle Vite Parallele lo accomuna  come perdente al console Gaio Mario, che nella guerra civile scoppiata a Roma nel I° secolo A.C. dovette soccombere a Silla. Al contrario gli storici Giustino (III secolo D.C.) e Ammiano Marcellino (IV secolo D.C.) ne esaltano la profonda conoscenza dell’arte militare. Gli storici moderni in genere convergono nell’ammettere la sostanziale inconcludenza dei suoi grandiosi piani di conquista, e tuttavia non esitano a riconoscere l’incredibile resilienza dimostrata dal condottiero epirota nel superare i suoi rovesci di fortuna, mettendosi rapidamente in condizione di affrontare nuove sfide con determinazione e ardimento veramente fuori dal comune.

L’aspirazione alla pace. Riprendendo l’enunciato iniziale di questo saggio, ben diverso è il discorso che si potrebbe fare dal punto di vista umanitario o semplicemente del quieto vivere, richiamando il desiderio che alberga nell’animo di ogni individuo di buon senso. Se provassimo a contare le decine di migliaia di vittime provocate dalle campagne militari di Pirro, il giudizio non potrebbe che essere di assoluta condanna per gli effetti cruenti derivanti dalle sue imprese. Ma è purtroppo innegabile il fatto che le stesse persone che ripudiano la guerra non esitano poi ad ammirare ed esaltare le virtù guerriere dei grandi condottieri che campeggiano nei libri di storia. Molti scrittori, filosofi e politologi hanno messo in luce questa contraddizione, cercando di affrontare il problema di come assicurare all’umanità una pace universale. Vengono in mente opere basilari come la Repubblica di Platone, o l’Utopia di Tommaso Moro, oppure il trattato di Emanuele Kant Per la pace perpetua. Evitando di entrare in dettagli che esulano dagli ambiti dell’argomento qui affrontato, si può sinteticamente affermare che i vari e molteplici riferimenti alla preferibilità di regimi rappresentativi e democratici, nonché alla necessità di rapporti federativi fra gli stati, e in generale di intenti apertamente collaborativi a livello internazionale, rispondono tutti a considerazioni in cui la ragione prevale nettamente sull’istinto. Ma la realtà è purtroppo ben diversa, e induce fatalmente ad optare per il rinvio sine die di un generale disarmo, idea che prontamente e con orgoglio ricusano i governanti di qualunque stato o regime, a dispetto dei desiderata della maggioranza dei cittadini che li eleggono, ed anche dei dettami derivanti dal comune buon senso.