San Grigoriu cu la sarda…

SAN CRICORIU CU “LA SARDA ‘N BOCCA”

di Emilio Rubino

Il Meridione d’Italia – come si sa – durante il periodo estivo, soffre di tanta sete. L’acqua è un elemento molto prezioso per le campagne assolate, per le colture sitibonde che facilmente vanno in malora, con gravissime conseguenze economiche per le nostre popolazioni, che vivono di agricoltura e da essa traggono i mezzi di sussistenza.

L’acqua, insieme all’aria, alla luce e al calore del sole, è uno degli elementi indispensabili ed insostituibili alla vita. Quando, pertanto, per una prolungata mancanza di acqua, dovuta essenzialmente alla siccità, si crea uno scompenso nella quantità di questo elemento vitale, l’organismo ne soffre prima, muore poi se elevate percentuali e periodi prolungati quello scompenso raggiunge.

Anche la terra, al di là di una disastrosa incapacità a fornire i suoi elementi nutritivi alle piante, modifica la sua struttura organolettica e, quindi, le sue componenti mineralogiche, tanto da diventare inadatta all’uso di cui comunemente l’uomo di essa fa.

Al fine di ovviare agli endemici scarsi risultati che l’agricoltura di casa nostra dava nel passato, gli agricoltori salentini sono soliti, da qualche decennio, di utilizzare l’acqua del sottosuolo mediante la perforazione del terreno e la creazione di pozzi artesiani. E’ l’unico modo per ovviare alla quasi totale mancanza estiva di acqua piovana.

In passato, invece, il problema era gravissimo ed impossibile da evitare. I contadini, perciò, rivolgevano lo sguardo in cielo, nella speranza che qualche generosa nuvola decidesse di “aprire i rubinetti”.

    Il più delle volte, però, il sole bruciava la terra, i suoi prodotti ed anche… le speranze degli agricoltori. Era più che logico, quindi, che l’intera comunità si rivolgesse ai santi in cambio di una preziosa e salvifica pioggia. La disperazione s’ingigantiva talvolta sino a diventare rabbia, soprattutto quando nuvole passeggere facevano sentire l’odore dell’acqua, ma poi tutto finiva per dissolversi… in poche gocce. Non bastavano le preghiere, le intime raccomandazioni che ognuno, nel silenzio del proprio cuore, rivolgeva al Santo preferito, quello che, più di chiunque altro, sentiva vicino a sé.

Spesso, anche i Santi rimanevano sordi al grido di dolore che si sollevava dall’intero popolo. Nonostante tutto solo una fede smisurata e cieca tratteneva le persone a non lasciarsi andare a bestemmie o ad inveire contro le divinità invocate. Anzi, era proprio il bisogno, la disperazione, le sventure vissute da un intero popolo a rinsaldare, più che spezzare, i vincoli della fede. Se il Santo non concedeva i suoi favori, se egli non rendeva le grazie invocate attraverso continue preghiere, era perché nel mondo il peccato governava sovrano. Come logica conseguenza di tale inconcepibile teorema, nessuno era degno della fiducia e dei favori del Santo. Pertanto era necessario mondarsi l’animo, con preghiere sincere ed opere di bene, per assicurarsi la benevolenza delle divinità offese. Ma, se anche ciò non fosse bastato, il popolo si rivolgeva, come ultima possibilità, a colui che è preposto alla salvaguardia e al benessere della comunità, cioè al Santo Protettore.

Eccoci, allora, giunti a San Gregorio, il Santo Patrono di Nardò e delle sue terre, il santo che i neritini accolsero nei secoli passati entro le mura e lo custodirono contro la furia iconoclasta. San Gregorio – pensavano i cittadini – non può essersi dimenticato del suo popolo che ha sete, sete di acqua per le campagne inaridite dal sole cocente dell’estate. Sarà, quindi, il nostro Santo protettore che bisogna invocare, che bisogna onorare. Si verificava che a Nardò, durante i giorni di dramma, quando vi era appena acqua per bere e per soddisfare gli usi domestici necessari, la gente venisse da lontano, sin dal lontano Arneo. C’erano massari, contadini, agricoltori di tutte le contrade a chiedere alle Autorità ecclesiastiche il permesso di poter “disporre” di San Gregorio, perché rendesse loro la grazia. E allora il Vescovo non poteva dir di no, non poteva tradire le legittime aspettative di un intero popolo, ed autorizzava di metter fuori dalla propria nicchia il Santo protettore. Si dava inizio alle funzioni sacre, al “Tritu”, durante il quale per tre giorni si celebravano messe cantate, preghiere e prediche al Santo perché facesse piovere abbondantemente per dissetare i campi riarsi.

Però, nonostante tante messe, tante preghiere e tante prediche, poteva anche non piovere ed allora voleva dire che il Santo non era contento di invocazioni così brevi ch’erano durate appena tre giorni. Bisognava, quindi, aumentare gli sforzi, correre più numerosi in Chiesa, intensificare con più fede le preghiere, far penitenza più lungamente. Ed ecco prepararsi la novena, 9 giorni di penitenza, 9 giorni di preghiere, di messe, di prediche, di invocazioni intense.

Se, nonostante il “Tritu”, nonostante la novena, nonostante che la statua del Santo fosse illuminata da una miriade di candele, la pioggia tardasse a venire, era perché il Santo considerava i neritini figli ingrati, peccatori incalliti, indegni della sua bontà. Quindi bisognava pentirsi. Ma in che modo? Si organizzava una “processione di penitenza”, una lunga processione che si snodava per le vie principali, composta da tanta gente che, con un cero in mano, contrita, quasi muta, angosciata per tanta sventura, sfilava, recitando silenziosamente le orazioni preferite dal Santo protettore.

Per inciso bisogna dire che San Gregorio veniva portato in processione anche in caso contrario, anche nel caso, cioè, che da lungo tempo continuasse a piovere e ciò impediva l’effettuazione dei lavori nei campi o la raccolta dei prodotti che con le acque abbondanti andavano in malora.

In ogni caso, se durante la “processione di penitenza” il Santo avesse fatto il miracolo di far piovere e qualche sprovveduto avesse osato aprir l’ombrello per ripararsi, erano guai per lui, sia che fosse uomo o che fosse donna, perché veniva aggredito dai partecipanti alla processione e percosso di santa ragione, era il giusto castigo per la sua irriconoscenza verso il Santo che tanto aveva fatto ed ora veniva in tal modo ricambiato.

Poteva accadere anche che, nonostante il “Tritu”, la novena, la “processione di penitenza”, preghiere, prediche e candele, il Santo non facesse ancora piovere. Beh, allora, era troppo, che cavolo altro poteva volere il Santo? Ora stava esagerando un po’, stava veramente abusando della pazienza di centinaia, di migliaia di cittadini che guardavano al Santo ed al cielo nella speranza che cadesse qualche goccia di pioggia. Allora bisognava punirlo di tanta protervia e si decideva quindi di lasciare anche San Gregorio a fare penitenza. Per tre giorni, allora, egli doveva stare al buio in Chiesa, gli venivano tolte le candele di torno, gliene veniva lasciata solo una per non farlo stare completamente al buio, niente più messe cantate, niente più infervorate invocazioni, niente più prediche, ma solo qualche semplice rosario e ciò finchè il Santo non decideva di far piovere su queste terre che aspettavano l’acqua per dissetarsi. Cosa si fa al bambino quando ruba la marmellata? Non si dà più marmellata, finchè non promette di fare il buono e così anche per San Gregorio, niente più invocazioni, messe e preghiere, finchè non avesse fatto il buono anche lui.

Se la pioggia arrivava, allora, si facevano solenni ringraziamenti per la grazia ricevuta ed era il Vescovo, il più delle volte che scendeva dal suo palazzo a celebrare la Messa di ringraziamento, mentre fuori, fra la gioia di un intero popolo, fra le speranze rinate, venivano fatti sparare numerosi fuochi d’artificio.

Quelli di Galatone ci hanno sempre rimproverato che noi neritini per indurre San Gregorio al miracolo della pioggia, gli mettevamo in bocca una sarda salata. In tal modo il Santo, esasperato dall’eccessiva sete, si decideva finalmente a far piovere.

Noi neritini non ci siamo mai scoraggiati di questa “calunnia”, anche in altre città, come Ostuni o Galatina, si era soliti comportarsi allo stesso modo, cioè di mettere una sarda salata in bocca a Sant’Oronzo e a San Pietro per costringere i santi alla pioggia.

Ora, in verità, non vi sono più Messe, non vi sono più preghiere, né “Triti”, novene e processioni di sorta. Oggi si può morire arrostiti dal sole, però San Gregorio non viene più messo fuori, né portato in processione. Chissà perché?