STORIE  DI  AUTOBUS

STORIE  DI  AUTOBUS

di Francesco  Denisi

Le immagini nitide del nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si reca alla giornata inaugurale dei Giochi Olimpici Invernali allo stadio Meazza a Milano a bordo di un tram, hanno fatto il giro del mondo, con il loro carico di armoniosa semplicità. È evidente che la scelta di usare un mezzo pubblico non può essere derubricata ad una stravaganza istituzionale, ma corrisponde piuttosto all’intento di veicolare un messaggio di inclusione sociale, la deliberata consapevolezza che la decisione di utilizzare i mezzi pubblici non è dettata dal censo, ma ha a che vedere con la civiltà di un popolo.

“Spostapoveri”, questo è il nome che lo slang giovanile attribuisce a tutti i mezzi pubblici su ruote o rotaie. Per una parte del paese, un po’ snob, utilizzare lo “spostapoveri”, come ha fatto Mattarella, è indice di indigenza, mancanza di classe, di gusto, perché comporta una mescolanza tattile e olfattiva con altre persone, un’esperienza difficilmente sopportabile per chi si sposta su mezzi privati. Ecco che, in questo contesto, la scelta del Presidente si ammanta di un significato simbolico di accettazione e apertura senza remore o discriminazioni, perché diffonde un messaggio che sdogana l’uso dei mezzi pubblici, avvalorato dal contesto, quello olimpico, che è nel suo insieme la sublimazione dell’incontro tra differenti nazionalità, culture e civiltà.

25 Maggio 1961: Una donna viene scacciata da una stazione ferroviaria in Virginia

Dall’antenato illustre a trazione animale, il famoso “Omnibus”, che i giovani lettori hanno avuto modo di incontrare tra le pagine iniziali del libro “Cuore” di De Amicis, passando a quello a trazione meccanica che ha unito, sin dal primo dopoguerra,  i centri dei  capoluoghi di provincia  di tutto il mondo alle periferie, passando infine dai pullman ipertecnologici delle società di calcio, che portano gli eroi del pallone agli stadi, a quelli più proletari e scalcinati che trasportano i tifosi desiderosi di assistere alle gesta di quegli eroi.  Col tempo poi  il mondo del trasporto pubblico  si è ammantato di figure leggendarie,  da quella  del bigliettaio, novello Minosse che stava a guardia della porta posteriore e staccava ed obliterava i biglietti, sostituito in seguito dal temuto controllore,  a quella dell’autista, chiamato dagli studenti del Liceo Classico, ”Automedonte” con evidenti riferimenti omerici all’auriga dell’eroe Achille. Sono i volti che nel corso dei decenni hanno accompagnato milioni di studenti e di operai, in una mescolanza generazionale che è stata il collante della nazione.

Omnibus

Dei mezzi di trasporto pubblico hanno parlato varie canzoni popolari, come quella di Pierangelo Bertoli, “L’autobus”, che recita:

“… è un unico pensiero l’autobus del mattino
Il prezzo della carne, la misera pensione,
i figli sulla strada della televisione
e dei disoccupati e della repressione,
gli affitti delle case, un’altra occupazione,
e l’autobus ribolle di giusta ribellione,
si parla dei soprusi compiuti dal padrone…

… ci esplode dal di dentro la voglia di cambiare
insieme alla certezza che adesso si può fare;
l’autobus ora è vita, il sole è entusiasmante.
Che bel mattino è questo: domani sarà raggiante!”

“Alice” di Francesco De Gregori ritrae un adolescente “Cesare” (Pavese), che attendeva sotto la pioggia, in una Torino del 1925 “il suo amore ballerina”, vale a dire una ballerina del “Caffè Margherita”, che non si presenta ad un appuntamento che gli aveva dato, e lo fa aspettare sotto la pioggia per sei ore.

Canta De Gregori:

 “ …E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’,
e il tram di mezzanotte se ne va,
ma tutto questo Alice non lo sa.”

Gli autobus hanno dato l’avvio a importanti carriere artistiche, ma anche a grandi eventi della storia, come la marcia per i diritti civili in una statunitense giornata di agosto degli anni 60. Il 17 settembre 1925, a Città del Messico: quella mattina una pioggia torrenziale colpisce la città rendendo le sue strade viscide. Una giovane ragazza perde il primo autobus perché torna a casa a prendere l’ombrello, ma sale sul secondo dove gli cede il posto un signore che reca con se un sacchetto di polvere dorata proveniente dal monastero della Vergine di Guadalupe, polvere dagli effetti salvifici con la quale la ragazza si fa dorare la fronte. Poco dopo l’autobus si scontra con un tram.  La giovane diciottenne riprende i sensi nella camera di un ospedale con fratture gravi e una ferita spinale che la costringe a restare immobilizzata a letto per un periodo lungo. La sua salvezza furono dei fogli portati dalla madre e dei colori con i quali la giovane ragazza volle esprimere il suo stato d’animo mediante dei dipinti. Quella giovane è Frida Kahlo, che diverrà una delle pittrici surrealiste sudamericane più famose del suo tempo. Il dipinto sul quale venne impressa la vicenda lo dipinse nel 1929, col titolo “L’autobus”.


ROSA-PARKS

Il 1 dicembre 1955, a Montgomery, Alabama (USA).  Quella sera faceva freddo e Rosa Parks, come ogni sera, finito il turno di lavoro, prese l’autobus per tornare a casa. Non trovando posto nella parte posteriore, decise di sedersi nei posti centrali.  A causa della segregazione razziale (*), vigente in quegli anni in Alabama, non poteva sedersi nei posti anteriori riservati ai bianchi, quindi optò per quelli posti al centro, che erano misti, vale a dire che potevano essere usati dai neri, ma essi avevano l’obbligo di cedere il posto qualora fossero saliti dei passeggeri bianchi. Accadde ciò quella sera e l’autista chiese ai passeggeri di colore di cedere i loro posti. Acconsentirono tutti, tranne Rosa Parks, che dichiarerà in una intervista in seguito:

“Le persone dicono sempre che non ho ceduto il mio posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente o non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro. Non ero vecchia, anche se alcuni hanno un’immagine di me da vecchia allora. Avevo 42 anni. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire”.

Rosa venne arrestata per “condotta impropria”. Ma quella sera stessa 40 attivisti per i diritti civili si riunirono e iniziarono una protesta non violenta. Quello che oggi viene ricordato con il nome di “boicottaggio dei mezzi pubblici a Montgomery”, durò 381 giorni. Il boicottaggio consisteva nel semplice rifiuto da parte della comunità nera di usare gli autobus per andare a lavoro, il che portò l’azienda sull’orlo della bancarotta, poiché la comunità nera era quella che più contribuiva, con i biglietti acquistati, a mantenere quel servizio.

Jim CrowIn Durham NC

Nel 1956 il processo arrivò alla Corte Suprema. Pronunciandosi sul caso Parks, la Corte decretò che la segregazione dei neri sui pullman dell’Alabama era incostituzionale. Martin Luther King in seguito dichiarò che il gesto di Rosa Parks fu “l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà”. Quell’autobus, che reca il numero 2857, è conservato oggi all’Henry Ford Museum di Dearborn. Il cammino dei diritti civili ebbe il culmine nella marcia non violenta di mercoledì 28 agosto 1963 a Washington, durante la quale il reverendo Martin Luther King pronunciò il discorso che passò alla storia col titolo “I have a dream”. Ma quei passi verso la civiltà iniziarono dalla fermezza che una donna afroamericana dimostrò sul sedile di un autobus in Alabama.

Di storie che riguardano gli autobus ne esistono diverse, da quella romantica e a lieto fine che narra dei due mezzi di trasporto che prendeva Maradona ai suoi esordi per andare ad allenarsi con i “Cebollitas” dell’Argentina Juniors, a quella straziante narrata da Agide Melloni, l’autista dell’autobus 37, che nella luttuosa giornata del 2 agosto del 1980 portò i corpi dilaniati delle vittime della strage della Stazione Centrale di Bologna alla camera mortuaria.

Speranze, inizi, lutti, letteratura, canzoni: è un mondo che si sposta, sogna, compete sportivamente. Un mondo che gira come le ruote che trasportano le nostre vite, sino a quando, come avviene nella poesia “Il viaggiatore cerimonioso” di Guido Caproni, diremo: “Scendo. Buon proseguimento.”

 (*)          La segregazione razziale fu un sistema sociale molto rigido che tendeva a tenere nettamente separate le persone di colore. Ciò avveniva sui mezzi di trasporto, luoghi e uffici pubblici, per non parlare delle scuole, dei posti di lavoro, della differenziazione dei bagni e dei ristoranti, e della negazione del diritto di voto. Gli afroamericani erano i ghettizzati.

Manifestazione pro Jim-Crow

Furono le cosiddette Leggi Jim Crow dei singoli Stati – emanate tra il 1876 e il 1965 – a creare di fatto una spregevole segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo una posizione di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di alcuni gruppi razziali diversi dai bianchi. Anche nell’esercito venne applicata la segregazione razziale, che fu dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema nel 1954, con la sentenza “Brown vs. Board of Education”.  Le Leggi Jim Crow furono abrogate soltanto dal Civil Rights Act del 1964 e dal Voting Rights Act del 1965.