IL FUTURO DELL’EUROPA

IL FUTURO DELL’EUROPA

NEL NUOVO DISORDINE MONDIALE

di  Giuseppe  Magnolo

  1.   Il ciclone Trump sovverte l’economia mondiale.    E’ passato poco più di un anno dalla riconferma di Donald Trump alla presidenza della Casa Bianca e sembra che un vero cataclisma abbia investito l’intero pianeta, con effetti destabilizzanti di cui ancora stentiamo a renderci conto. Il trumpismo rampante ha aperto le sue grinfie per afferrare tutto ciò che risponde all’interesse nazionale degli USA, calpestando precedenti vincoli e trattati internazionali, che per oltre mezzo secolo dopo la fine della seconda guerra mondiale sono riusciti a tenere in qualche modo a freno le mire espansioniste delle grandi potenze. La politica dei dazi pesantissimi imposti o minacciati da Trump ha innalzato barriere insormontabili all’esportazione estera verso gli USA, una misura perseguita nel tentativo di difendere la produttività delle imprese americane, duramente compromesse da decenni di improvvida delocalizzazione all’estero di impianti e cessione di know-how tecnologico, conseguenti agli effetti nefasti della globalizzazione. L’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, anch’essa saldamente collegata all’irrefrenabile fenomeno dell’internazionalizzazione dei mercati, ha finito col premiare i pochi investitori più facoltosi, mentre venivano penalizzati gli imprenditori di medie e piccole dimensioni, capaci di produrre beni e servizi pregevoli, ma su scala ridotta e inadeguata a reggere l’impellente concorrenza cinese. La sommatoria di questi processi ha finito col proiettarsi negativamente sui consumi, generando un diffuso malessere nella maggioranza della società americana,  che ha cercato un’illusoria soluzione alle proprie frustrazioni nell’esaltato decisionismo trumpiano.
  2. Protesta sociale e concorrenza spietata. Gli USA del Trump 2 sono un paese lacerato e in enorme sofferenza, che si trova a un passaggio cruciale della sua storia, una situazione di forte scompenso, in cui una maggioranza fortemente delusa e reattiva ha cercato nell’uomo forte la possibilità di riaffermare il suo predominio attraverso una concorrenza spietata, sia con gli antagonisti interni (la cosiddetta ala democratico-liberal) che con le potenze economiche rivali, vere o presunte. Tra queste l’Europa comunitaria riveste un posto di assoluto rilievo per le sue grandi potenzialità produttive e finanziarie, che hanno generato un marcato risentimento in un’America che ha preferito voltare risolutamente pagina anche in politica estera, decidendo di non contrastare l’espansionismo russo verso l’Ucraina e magari di usarlo in funzione anti cinese, e avanzando nel contempo le proprie pretese su territori di interesse strategico-difensivo, oppure commerciale. Le mire di Trump su Groenlandia, Venezuela, Canale di Panama, il confinante stato del Canada, oltre all’Iran e l’intero scacchiere medio-orientale, rispondono ad una concezione smisuratamente accaparratrice di ciò che è consentito alla superiorità strategico-militare degli USA. Nel contempo la Cina dimostra di non aver affatto intenzione di stare a guardare, ma continua la sua penetrazione in ogni angolo del pianeta, con accordi di collaborazione economico-industriale in vari paesi in via di sviluppo, puntando soprattutto a realizzare acquisizioni ben mirate di strutture commerciali e produttive, che le cospicue risorse finanziarie di Pechino rendono ampiamente possibili.
  3. Il disimpegno USA nella NATO e la difesa militare europea. L’annuncio di un ridotto impegno militare USA nella Nato ha costretto l’Europa ad aprire gli occhi sugli scenari possibili che si profilano all’orizzonte, chiamando in causa le responsabilità dei governi nazionali europei, affinché affrontino il problema di come porre in essere dei sistemi efficaci di difesa collettiva, anche a prescindere dalla disponibilità dell’imprevedibile ombrello americano. Ormai siamo avvezzi alle continue esternazioni di Trump e i membri della sua amministrazione, che non lesinano allusioni offensive verso la inaccettabile (per loro) posizione di inerzia dell’Europa, perentoriamente definita “un manipolo di parassiti”. La ragione di tale risentimento scaturisce dalla convinzione che finora gli effetti di un impegno asimmetrico sarebbero stati fronteggiati grazie alla enorme spesa militare USA. Nel frattempo il diffuso stato di allarme di alcuni stati europei di fronte alla minaccia di espansionismo russo verso l’occidente ha registrato una imprevista e tenace opposizione da parte dell’Ucraina, che ha potuto giovarsi di un convinto sostegno europeo, mentre l’America trumpiana si sfilava per avallare le pretese di Putin. Comprensibilmente questo cambio di rotta da parte degli USA ha allertato il lato settentrionale dello schieramento europeo dalla Scandinavia al Baltico. Risulta ormai evidente a tutti che a questo punto è vitale per l’Europa avere una milizia qualificata e dotata di sistemi difensivi all’avanguardia, ed è anche necessario che i diversi partners europei agiscano in sintonia, coordinando gli alti comandi di tutti gli stati dell’unione, specie a livello di intelligence.
  4. L’Europa al bivio: unione politica e non solo economica. Di fronte a questo nuovo stato di disordine mondiale, non del tutto inatteso e significativamente preannunciato dalla Brexit già a partire dal 2016, l’Unione Europea è chiamata a compiere una scelta epocale: o rafforzarsi politicamente e diventare una potenza globale in grado di competere con Cina e Stati Uniti, oppure cedere alle pressioni interne del populismo, che inevitabilmente generano rivalità fra i singoli stati, portando a ulteriore frammentazione e vulnerabilità. Dopo gli iniziali entusiasmi conseguenti all’ unione monetaria europea del 2001, che progressivamente ha portato a 27 il numero di adesioni, ossia la maggioranza degli stati geograficamente rientranti in Europa, l’avvicendarsi di nuovi problemi (crisi economica, covid, immigrazione fuori controllo) ha finito col generare diffusa ostilità verso l’intero progetto di unione comunitaria. In sostanza, per potersi trasformare in una potenza globale, a questo punto l’Unione Europea deve affrontare e risolvere alcune riforme di assoluto rilievo, adottando misure di elementare buon senso, che finora le hanno impedito di assumere decisioni di capitale importanza. Fra queste vi è innanzitutto il superamento del voto all’unanimità fra i 27 partners dell’unione, adottando il voto a maggioranza. A seguire va completata l’unione bancaria, realizzando un bilancio europeo comune, tale da consentire maggior volume di investimenti e poter stare al passo con le maggiori potenze internazionali. Nel contempo va rivista la legislazione sulla concorrenza (norme antitrust), in modo che le grandi aziende europee possano essere messe in grado di competere con Cina e USA in settori strategici come l’hi-tech, la difesa e la sanità. Rimane infine da sottolineare la necessità di un maggiore coordinamento comunitario su politica industriale e sicurezza energetica, quest’ultima fortemente condizionata dalla rinuncia ad acquistare il più conveniente gas russo, con la conseguente necessità di approvvigionarsi su altri mercati più dispendiosi (Norvegia, USA, Algeria, Azerbaigian, ecc.).
  5. La leadership tedesca nell’assetto della nuova Europa.  Qualora i partners europei non riuscissero a superare l’attuale stato di frammentazione provocato dall’amministrazione Trump, che si aggiunge alle già note difficoltà derivanti dai problemi di controllo sull’immigrazione, dai rigurgiti di rivalità nazionali mai sopite, o dalla volontà antagonista di alcuni stati (Francia, Polonia) pronti a difendere le diverse produzioni agricole nazionali con relativi sostegni comunitari, l’alternativa che si pone è quella di riorganizzare un’Europa Unita con la Germania come capofila. Questa soluzione ha di fatto diversi elementi a suo sostegno: lo stato tedesco ha la popolazione più numerosa in Europa (85 milioni di abitanti), è geograficamente posizionato al centro dell’Europa, vanta uno sviluppo industriale assolutamente avanzato e competitivo, e soprattutto ha una potenzialità economico-finanziaria assai solida e decisamente superiore a qualsiasi altro stato europeo. Avvertendo con apprensione la minaccia dell’espansionismo russo, il governo tedesco ha già avviato rapporti di collaborazione militare con i paesi scandinavi e con le ex-repubbliche sovietiche che si affacciano sul mar Baltico (Estonia, Lettonia, Lituania). Il cancelliere tedesco Merz si è risolutamente schierato con la coalizione dei paesi cosiddetti “volenterosi”, un gruppo di 31 stati guidati da Francia e Regno Unito, dichiaratisi disposti a sostenere attivamente la difesa dell’Ucraina. Successivamente ha annunciato un vasto programma di ingenti stanziamenti finalizzati al riarmo tedesco, una decisione rivolta ad affiancare e corroborare lo scudo atomico franco-britannico contro possibili attacchi. Dopo decenni di disarmo, il governo tedesco ha preso atto delle mutate condizioni circa gli equilibri internazionali, dichiarando la sua intenzione di superare le remore che sinora hanno agito da freno rispetto alle possibilità di affermazione della leadership tedesca, ossia il perdurare della sindrome espiatoria che per decenni ha gravato sul popolo tedesco, una pesante eredità connessa alla responsabilità morale derivante dagli stermini compiuti a suo tempo dal regime nazista. Ormai la convinzione prevalente tra la popolazione tedesca è che non sia più possibile rimanere inermi di fronte alle minacce di Putin.
  6. Segnali di coesione e difesa della civiltà occidentale. A ben riflettere già si sono verificate diverse circostanze che hanno dimostrato una volontà comune da parte dell’Unione Europea nell’operare in maniera unanime e condivisa. Gli esempi sono assolutamente evidenti: il sostegno all’Ucraina dagli inizi del conflitto ad oggi ha prodotto 19 provvedimenti di sanzioni contro la Russia, che sono state votate all’unanimità da tutti gli stati dell’Unione. Altrettanto si può dire per la raccolta fondi per la stessa causa e per l’offerta di ospitalità agli esuli ucraini che non possono rientrare nel loro paese. Allorché si è dovuta fronteggiare la devastante epidemia di Covid, l’unione europea ha saputo agire in piena sintonia, sia nel rendere disponibili i vaccini necessari in tutti i paesi membri, che per offrire sostegno economico nelle varie situazioni di difficoltà che si andavano presentando. Intenti comuni hanno anche permesso di fronteggiare adeguatamente la crisi energetica conseguente alla politica aggressiva della Russia sul confine orientale europeo. Inoltre per motivazioni di carattere difensivo l’Unione ha saputo attrarre verso le sue posizioni ostili a Putin paesi che si erano allontanati (Gran Bretagna), o che non ne avevano mai fatto parte (Norvegia), o che in precedenza solitamente si professavano pacifisti (Germania, Italia, Svizzera). È addirittura sorprendente constatare che, nel sostegno finanziario all’Ucraina in guerra, il contributo complessivo dell’Europa dall’inizio del conflitto (132 miliardi di euro) è stato superiore a quello degli USA (114 miliardi). Ma una decisiva prova di contrapposizione unitaria l’Europa ha saputo fornirla in occasione della pressante e immotivata pretesa unilaterale di Trump di annettersi la Groenlandia, con il pretesto che gli stati europei non sarebbero in grado di difenderla dagli attacchi di Russia e Cina.
  7. La fine della credibilità americana e la svolta autocratica. Assai significativo è d’altro canto constatare come ampiamente condivisa sia stata in tutti gli stati europei la condanna contro le violenze perpetrate negli USA, e specialmente a Minneapolis (Minnesota) dagli squadroni della morte della famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement). Queste forze paramilitari di istituzione presidenziale,  che nella perversa strategia di Trump dovevano contrastare l’immigrazione, hanno proceduto a raffica con operazioni di rimpatrio forzato, facendolo in modo indiscriminato ed inumano, arrivando a sparare su cittadini inermi e disarmati, che intendevano soltanto protestare contro le violenze compiute dall’ICE a danno di immigrati ed anche semplici cittadini. Di fronte a questi atti di scellerata barbarie, artatamente travisati sotto spoglie legalitarie di difesa della sicurezza nazionale, non c’è menzogna che tenga. Ormai il delirio di onnipotenza di Trump ha superato ogni limite di decenza. Le sue manie da autocrate indiscusso hanno minato alla radice il principio costituzionale di divisione dei poteri (Check and Balances), negando con la violenza le libertà fondamentali di ogni cittadino americano (Habeas Corpus). La sua già discutibile popolarità in Europa si è tramutata in aperta avversione, come attestano vari sondaggi di opinione. Ed è assai probabile che anche le elezioni di mid-term, che egli dovrà affrontare nel prossimo novembre 2026, registrino una battuta d’arresto e un’aperta condanna della sua politica discriminatoria e destabilizzante.

    Minneapolis, assassinio dell’attivista Alex Pretti (24.01.2026)

  8. La scommessa sul futuro possibile. Ormai è evidente che è compito dell’Europa difendere e preservare i valori fondamentali di quella che si definisce “civiltà occidentale”, una concezione della società basata sul rispetto inalienabile dei principi democratici, un sistema e una prassi in profondo contrasto con le derive autoritarie che ormai si affermano in varie parti del mondo. Il populismo euroscettico, in crescita in molti paesi membri a causa di crisi economica e immigrazione, alimenta sfiducia e ostilità verso l’intero progetto di architettura comunitaria. Ecco perché, come afferma Maurizio Molinari, “l’Unione Europea, già considerata un campo di battaglia nella guerra ibrida di Russia e Cina contro le democrazie, si trova davanti a un effetto-Trump che la obbliga a scegliere in fretta il suo orizzonte di riferimento[1]. Ma nonostante tutte le perplessità che si possono accampare, la validità dell’impegno in senso comunitario va riaffermata con piena convinzione. Perché l’Europa ancora oggi, nonostante i passi falsi, le aggressioni e le evidenti difficoltà, rimane “l’unico progetto politico al mondo che si basa su una scommessa razionale: popoli diversi che si uniscono non per paura ma per fiducia, non per conquistare o distruggere, ma per costruire”[2]. Sarà questo un compito inderogabile che già si impone, e a cui saranno inevitabilmente chiamate anche le generazioni a venire.

[1] MAURIZIO MOLINARI, La scossa globale, Rizzoli, Milano, 2025, p. 255.

[2] Cfr. CLAUDIO CERASA, L’antidoto, Mondadori, Milano, 2026, p. 135.