Vibrazioni di vita nella fonosfera

Vibrazioni di vita

nella fonosfera

di  Francesco  Denisi

Cos’hanno in comune un feto, quel germoglio di vita che cresce dentro l’utero materno, gli Àuguri (*) dell’antica Roma che dal canto degli uccelli ricavavano gli auspici degli dei, lo storno di Mozart, “lu mesciu cazzafittaru”, il fischio dei pastori della Gomera nelle Canarie, oppure la teoria delle stringhe? Il suono, quello strumento meraviglioso che permette di amare, interpretare, comunicare e, perché no?, creare l’universo.

Il viaggio sonoro comincia dentro il grembo materno, in quell’arca generatrice di vita il feto ascolta le vibrazioni sonore che giungono ovattate, cadenzate dai battiti del cuore della madre, che sincronizzandosi al ritmo accelerato del figlio creano una forma di comunicazione unica, che li unirà per il resto della loro vita. In questo concento duale racchiuso dentro un unico corpo, la percezione che il nascituro ha del mondo è mitigata, protetta e purtuttavia vigile. Studi scientifici ci dicono che il feto apprende sin dal grembo materno e riconosce la voce della madre, della musica che la madre ascolta durante la gravidanza, in un modo che cambierà dopo la deflagrazione della nascita, ma che resterà vivo e cosciente, come un insieme di note, una canzone ancestrale, note vibranti di vita.  L’universo sonoro ha un linguaggio universale che l’uomo cerca di interpretare ascoltando i suoni della natura, come la pioggia che scroscia, il vento che fa stormire le foglie, un universo sonoro descritto magnificamente da Gabriele D’Annunzio quando scrive, ne “La pioggia nel pineto”, questi versi:

“…E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, /e il ginepro altro ancóra, /strumenti diversi sotto innumerevoli dita. /E immersi noi siam nello spirto silvestre,/ d’arborea vita viventi…”.

Il suono del corpo umano

Il mondo comunica con noi. Lo fa da sempre usando registri differenti a seconda delle epoche e della latitudine in cui l’umanità si trova. Se l’Italia è conosciuta per le arie della sua opera lirica, altrove le sonorità hanno creato linguaggi nuovi, come nel caso del Silbo Gomero.  Sull’isola di Gomera, nell’arcipelago delle Canarie, (terre conosciute in passato come le “Isole fortunate”, un luogo di beatitudine eterna, dove nasceva il “Giardino delle Esperidi”), i pastori si tramandano da sempre un sistema di comunicazione formato da fischi che somigliano a delle parole, attraverso il quale riescono a comunicare tra loro anche a lunghe distanze.  Lo chiamano “El Silbo Gomero”  (Il fischio di Gomera). Per non parlare poi della tribù dei Korowai in Papua (Nuova Guinea), che usa un linguaggio formato da urla gutturali capaci, al pari del Silbo Gomero, di creare un universo sonoro differente da quello conosciuto, e purtuttavia carico di umanità.

Il viaggio che stiamo compiendo attraverso le vibrazioni dell’universo sonoro umano ci porta indietro nel tempo. Proviamo a fare un esperimento. Chiudete gli occhi e concentratevi sui suoni che udite attorno a voi: potreste percepire le voci che provengono dalla tv; il rumore di un ciclomotore che passa scoppiettando per la strada, e ancora il suono delle campane. Ora invece immaginate di fare un salto indietro nel tempo di mille anni. Probabilmente il luogo dove vi trovate in questo momento un tempo era aperta campagna, quindi allora il paesaggio sonoro che giungerebbe al vostro orecchio sarebbe composto dai suoni della natura, quali le sonorità del canto degli uccelli.  Ma i più “fortunati” di voi che occupano una dimora storica probabilmente sentirebbero il rumore del “malleus”, che batte sull’incudine del fabbro,  (suono inserito mirabilmente da Giuseppe Verdi nel “coro degli zingari” nel suo “Trovatore” o da Strauss nella sua “Polka Francaise”).  Probabilmente riuscirete ad udire, senza distinguerlo, il rumore delle macine che triturano il grano per ridurlo in farina; qualora vi trovaste vicino alla piazza del mercato sentireste “il bando” dei mercanti che assicurano la freschezza o la bontà dei loro prodotti (anche queste sonorità sono state inserite da Fabrizio De Andrè nei minuti finali della sua “Crêuza de mä “),  e sicuramente potreste udire i rintocchi delle campane che invitano i fedeli alla preghiera del mattino o della sera.

Il suono delle cellule

Con un balzo indietro di altri mille anni, già il suono delle campane scomparirebbe.  Vedreste dei personaggi intenti ad osservare il volo degli uccelli, con piglio severo e serio ne ascolterebbero anche il canto. E ancora il paesaggio sonoro che potreste udire incontrando qualche vostro antenato della Magna Grecia, sarebbe non molto differente da quello romano, anche se cambierebbe il linguaggio, e gli strumenti utilizzati  per produrre la musica, perché come mutevole è il tempo, così lo sono anche i suoni prodotti dagli umani.  Un filo sonoro, una vibrazione dell’anima, unisce tutte queste epoche: il canto. Sino alla metà, e anche un poco oltre, del secolo scorso, per strada da noi si cantava.  “Me la scerrai la coppula/ subbra lu liettu tou,/ Carmela auzate e dammela/ ca su’ lu n’toni tou, cantava “lu mesciu llattatore”, quando passava una bella ragazza vicino al suo cantiere. E così le nostre nonne, intente a lavorare il tabacco nei campi, intonavano: Fimmine fimmine ca sciatu allu tabaccu / ne sciati ddoi e ne turnati quattru.  Erano canzoni legate al lavoro manuale, di quando il senso della comunità era saldo.  Oggi si canta meno, la sfera sonora è diversa, mutevole come la corrente del fiume, e non sapremo mai se i nostri figli canteranno ancora o non lo faranno più, se canteranno le nostre stesse canzoni o canzoni diverse.

Tornando all’antica Roma, la sfera sonora aveva anche un aspetto magico, legato alla figura degli Àuguri. Custodi dei segni divini, gli Àuguri di Roma prestavano ascolto al canto degli uccelli come a un linguaggio arcano degli dèi. Nel silenzio del “templum”, lo spazio da essi consacrato all’osservazione sacra, distinguevano con attenzione gli uccelli detti “oscines” (portatori di presagi) attraverso la voce, ad esempio il corvo, la cornacchia, il gufo e la gazza. Non era soltanto il suono a guidarli, ma anche la direzione da cui esso giungeva, il momento preciso in cui si levava nell’aria, la cadenza e la ripetizione del canto. Da questa trama di suoni essi traevano auspici di buon presagio o di sventura, interpretando la volontà degli dei. Così il semplice richiamo di un uccello poteva decidere il destino di un’assemblea, consigliare un comandante in armi, o sancire la solennità di un rito. Nella voce degli uccelli gli àuguri cercavano il soffio stesso del divino, che orientava la vita di Roma.

Non solo i poeti, ma anche i musicisti dell’antichità prendevano ispirazione dal canto degli uccelli per creare dei miti. Ad esempio: perché la rondine sembra non avere la lingua e gira in tondo, e cosa esprimono nella particolarità del loro canto l’usignolo e l’upupa? La spiegazione è nel mito greco, dove si narra che Procne, la moglie del re Tereo di Tracia, desiderando rivedere la sorella Filomela, chiese al marito di andare ad Atene a prenderla. Ma durante il viaggio di ritorno, Tereo, travolto dal desiderio per Filomela, la stuprò e, per impedirle di rivelare la violenza subita, le tagliò la lingua e la rinchiuse in una capanna nel bosco. Filomela, impossibilitata a parlare, riuscì comunque ad avvisare la sorella di quanto era accaduto, raffigurandolo su una tela da lei intessuta. Procne, sconvolta e furiosa, liberò Filomela e insieme decisero di vendicarsi: uccisero Iti (o Itilo), il figlio che Procne aveva avuto da Tereo, e lo servirono come pietanza al re. Quando Tereo scoprì l’atroce verità, inseguì le due sorelle per ucciderle. Allora gli dei dell’Olimpo, per porre fine alla violenza, trasformarono tutti in uccelli: Pausania e Apollodoro raccontano che Procne fu mutata in un usignolo (il cui canto sembra suonare in greco “Iti, Iti!”, lamentando in eterno la morte che ha procurato al bambino), Filomela in una rondine (l’uccello che non ha lingua); e infine anche Tereo in upupa (il cui verso in lingua greca sembra dire: “dove, dove?”, mentre cerca disperatamente il figlio).

Usignolo

Nei miti che leggiamo possiamo trovare queste vibrazioni di epoche passate che risuonano ancora oggi, perché la mitologia veicola un messaggio stratificato, la cui interpretazione è legata ai gradi di conoscenza di chi ascolta o legge le storie in esse narrate. Spesso ci si stupisce di come la scienza moderna e i miti del passato possano trovare un punto d’incontro anche con la fisica avanzata. È il caso del mito di ER narrato da Platone e della “teoria delle superstringhe”, che oggi potrebbe creare un ponte di congiunzione tra la relatività di Einstein, le cui equazioni descrivono l’infinitamente grande, e la meccanica quantistica di Planck, le cui equazioni descrivono l’infinitamente piccolo.  Quando le anime, prima di rinascere, passavano sotto il trono di Ananke, scriveva Platone, esse ascoltavano la musica dell’universo: “Il suo fuso e l’uncino erano di diamante, il fusaiolo una mescolanza di diamante e di altre materie. (…) Il fuso si volgeva sulle ginocchia di Ananke. Su ciascuno dei suoi [otto] cerchi stava una Sirena che, trascinata in quel movimento circolare, emetteva un’unica nota su un unico tono, e tutte e otto le note creavano un’unica armonia.
Altre tre donne sedevano in cerchio a eguali distanze, ciascuna seduta su un trono: erano Lachesi, Cloto, Atropo, le figlie di Ananke, le Moire, vestite di abiti bianchi e con serti sul capo. Esse cantavano in armonia con le Sirene: Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo il futuro” . Ecco l’origine della musica dell’universo.

Ma cosa dice la fisica teorica a proposito delle note e delle vibrazioni del cosmo? Trascrivo cosa dice il fisico teorico Michio Kaku a proposito della teoria delle Superstringhe: “In parole semplici la teoria delle stringhe è una teoria della musica.  Quante note può produrre una corda di violino? Un Si bemolle, un Fa diesis, proprio come le particelle subatomiche, non sono altro che vibrazioni di una singola corda. Allora cosa sono le particelle subatomiche? Sono note prodotte da una corda vibrante. E cos’è la fisica? La fisica è la legge dell’armonia di queste corde vibranti. Cos’è la chimica? La chimica è la teoria delle corde che interagiscono tra loro generando molecole e materia. E cos’è l’Universo? L’universo è una sinfonia di corde. E infine qual è la mente di Dio di cui Einstein scrisse con tanta eloquenza negli ultimi 30 anni della sua vita? La mente di Dio sarebbe la musica cosmica che risuona attraverso un iperspazio a 11 dimensioni”.

Mi piace pensare che anche noi vibriamo all’unisono con l’universo, suonando l’infinito spartito del tempo e dello spazio. Siamo note dello stesso spartito, e non importa che si creda che qualcuno lo abbia scritto, o che si autodetermini da sempre. Quel che conta è, come scriveva Walt Whitman: “Il fatto che il potente spettacolo continua, e che anche tu puoi contribuire con un verso.”

(*) ancora oggi si usa il termine “uccello del malaugurio” per indicare un individuo portatore di notizie funeste, oppure qualcosa di auspicabile per intendere un evento che si desidera avvenga, insomma tutto ha origine con il volo degli uccelli: “av-is (o au-is) = uccellovolatile + gero = portare”.