Il potere e le sue maschere
“Nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.”
Luigi Pirandello (“Uno, nessuno e centomila”)
di Francesco Denisi
Ognuno di noi indossa una maschera con la quale ci presentiamo agli altri, quella che Eduardo De Filippo definiva “ la corda civile”, con la quale ragioniamo e conversiamo con i nostri interlocutori, mantenendo un contegno dignitoso e un registro lessicale adeguato alle circostanze. Ma tutti noi ne possediamo un’altra più nascosta, più intima, quella che Eduardo definiva “la corda pazza”, dietro la quale celiamo ciò che proviamo, o quello che vorremmo dire senza badare a modi, forme e registri. Anche la lingua italiana possiede queste sfaccettature, che vengono definite Antinosemie e Polisemie. Nelle Antinosemie il medesimo lessema definisce significati differenti: ad esempio Ospite può significare sia “chi accoglie” (l’ospite della casa), sia “chi è accolto” (un ospite a cena); Tirare può significare sia “attrarre verso di sé” (tirare una corda), sia “spingere lontano” (tirare un sasso). Le Polisemie, al contrario, derivano dalla capacità di un termine di estendere il proprio valore originario in una rete di accezioni correlate: Luce può essere una radiazione visibile (la luce del sole), un’apertura che lascia passare chiarore (una luce nella parete), oppure metafora di chiarezza (fare luce su un mistero).
Ora cerchiamo di fare luce sul termine “potere”. Il Potere non fa eccezione: potrebbe avere il significato che circoscrive quelle forze, palesi oppure celate, che governano società più o meno civili, oppure potrebbe avere un significato più alto, quello che apre orizzonti di senso differente, avere cioè le possibilità di migliorare le società, più o meno civili, nelle quali viviamo. Proviamo a dare corpo al primo significato affidandoci, come di consueto, alla saggezza dei progenitori del pensiero occidentale, i greci antichi.
Nel Protagora, tra i dialoghi più importanti dell’opera platonica, si dischiude un mito che, velato di poesia arcaica, pone le fondamenta ideali della vita politica. Nella narrazione, Epimeteo (colui che riflette dopo) e Prometeo (colui che riflette prima) si incaricano di distribuire alle creature viventi i doni necessari alla loro esistenza. Epimeteo chiese al fratello di poter fare da solo, riservando al titanico fratello il controllo postumo. Nella mente di Epimeteo la distribuzione delle facoltà doveva creare un equilibrio perfetto che permettesse agli esseri viventi di poter sopravvivere. Nella distribuzione, ad alcuni dava forza senza velocità, mentre donava velocità ai più deboli; alcuni forniva di armi, mentre per altri, privi di difese naturali, escogitava diversi espedienti per la sopravvivenza. Alla fine però il titano aveva distribuito tutte le facoltà agli animali, mentre per gli esseri dotati di ragione, gli uomini, non ne riservò nessuna. Accortosi dell’errore del fratello, Prometeo rubò ad Efesto ed Athena il fuoco e la perizia tecnica e li donò agli uomini. Ma non riuscì a donare loro la capacità politica, che si trovava nelle mani di Zeus, in quanto al titano non fu permesso un secondo furto.
Gli uomini intanto, grazie alla ragione e alla perizia tecnica, cominciarono a costruire indumenti, procurarsi il cibo ed erigere i primi altari dedicati agli dei, a intonare loro le prime preghiere e i primi canti, e questo piacque ai divini immortali. Tuttavia gli uomini, pur dotati di quelle qualità, non vivevano in comunità organizzate, ma in gruppi sparuti. Pertanto, malgrado l’abilità pratica permettesse loro di alimentarsi e sopravvivere, erano del tutto indifesi contro le guerre, poiché la perizia bellica fa parte appunto delle facoltà politiche. Tentarono di erigere delle città, ma essendo privi della politica, finirono nel contrastarsi tra loro disperdendosi nuovamente e rischiando di estinguersi. Allora Zeus, mosso a compassione e timoroso della rovina dell’umanità, ordinò a Ermes di recare sulla terra due doni supremi: Aidṓs (pudore, ritegno, rispetto verso sé e verso gli altri) e Dikē (giustizia, osservanza dell’ordine e delle leggi). E poiché senza tali virtù nessuna Pólis può durare, Zeus comandò che non fossero privilegio di pochi, come accade per le arti tecniche, ma patrimonio universale di ogni essere umano.
Secondo Platone quindi gli uomini possono costruire una comunità civile quando nella politica vi siano presenti Aidṓs e Dikē. Ma quali sono allora le forme migliori perché vi sia questo connubio? Ecco che il potere indossa la prima delle sue maschere, quella della ragione, che intende spiegare la sua ragion d’essere. Il primo documento che testimonia le forme di governo tuttora esistenti nel mondo lo troviamo nel terzo libro delle Storie di Erodoto (484 a.C.– 430 a.C.), in cui viene riferito un colloquio tra cittadini illustri dell’Impero persiano, tali Otane, Megabizo e Dario. Ognuno di loro cerca, all’indomani della morte di Cambise, di far prevalere la propria tesi.
Otane, propone di abolire la monarchia perché considera il potere di un solo uomo corrotto e ingiusto. Egli ricorda gli abusi di Cambise e del Mago, e sostiene che il re, essendo libero da ogni controllo, diventa inevitabilmente arrogante e invidioso, perseguita i cittadini migliori, ascolta i peggiori e accoglie le calunnie. Inoltre il monarca stravolge le leggi, opprime le donne e uccide senza processo.
In alternativa, Otane propone il governo del popolo, che chiama con il nome più bello, isonomia (uguaglianza davanti alla legge). In questo regime le cariche vengono assegnate a sorte: chi governa deve rendere conto delle proprie azioni e le decisioni sono prese collettivamente.
Megabizo concorda con Otane nel voler porre fine alla tirannide, ma rifiuta la democrazia. Secondo lui il volgo è ignorante, privo di discernimento e agisce alla cieca, come un torrente impetuoso. Consegnare il potere alla massa significherebbe cadere da un male (la monarchia) in un altro peggiore (l’anarchia del popolo). La soluzione, dice Megabizo, è l’oligarchia: il governo affidato a un gruppo ristretto di uomini saggi e competenti, capaci di prendere le decisioni migliori per il bene comune.
Dario si dice d’accordo con Megabizo nel rifiutare la democrazia, ma non con la sua proposta oligarchica. Secondo lui tra le tre forme di governo (democrazia, oligarchia e monarchia), la monarchia è di gran lunga la migliore. Infatti sostiene che, se a governare è un uomo saggio e virtuoso, nulla può funzionare meglio, in quanto egli guida il popolo con saggezza ed efficienza, mantenendo segrete le strategie contro i nemici. L’oligarchia, invece, genera inevitabilmente rivalità e lotte tra i pochi che vogliono primeggiare; da queste discordie nascono violenze, e alla fine si ritorna comunque alla monarchia.
Anche la democrazia favorisce la malvagità collettiva: i peggiori si uniscono per danneggiare lo Stato, fino a che uno di loro prevale sugli altri e viene proclamato re. Anche questo dimostra, per Dario, che la monarchia è l’esito naturale e più solido.
Se quelle descritte dai tre notabili persiani possono essere identificate come le forme con cui il potere assolve il suo compito di governo, altro discorso invece è quello attinente a chi, nella storia, ha usato o abusato del suo potere. Ecco la seconda maschera, quella che si presenta in modo ingannevole, per dirla con Dante Alighieri: “La faccia sua era faccia d’uom giusto, /tanto benigna avea di fuor la pelle, /e d’un serpente tutto l’altro fusto”. Una denuncia puntuale del disvelamento della maschera del potere la troviamo anche ne: “I sepolcri” di Ugo Foscolo, quando, parlando di Machiavelli, scrive: “Vidi ove posa il corpo di quel grande /che, temprando lo scettro a’ regnatori, / gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue”.
L’albero del Potere gronda lacrime e sangue scriveva Foscolo, e nel pendolo della storia dell’uomo, ha indossato solo formalmente le “fronde” del pudore e della giustizia. Lo fece Ottaviano Augusto, che nelle “Res gestae divi augusti” si definiva il restauratore della repubblica e finì per creare un impero che consegnò di fatto a suo figlio adottivo Tiberio. Ottaviano Augusto adornò il suo longevo impero con il sangue dei suoi oppositori condannati mediante le liste di proscrizione, in cui finirono molti cavalieri romani e centotrenta senatori, tra i quali Lucio Pompilio (fratello di Marco Lepido), Lucio Cesare (zio di Antonio) e Marco Tullio Cicerone.
Non fu da meno la “Spada della Repubblica francese”, il generale Napoleone Bonaparte che, come Ottaviano, dapprima si presentò come il baluardo della Repubblica francese, salvo poi assumere il ruolo di imperatore il 2 dicembre del 1804 nella Cattedrale di Notre Dame de Paris. Anche il suo potere fu macchiato dal sangue, come scriveva Manzoni nella sua ode “Il 5 maggio”. E ancora va ricordato Hitler col genocidio degli Ebrei, o Stalin con l’eliminazione dei suoi numerosi oppositori. E come dimenticare, andando avanti e indietro nel tempo, gli intrighi dei Borgia, la Congiura dei Pazzi nel rinascimento mediceo o, in epoca più recente l’assassinio su commissione di Trotskii, che vedeva sempre Stalin come mandante, sino allo sterminio provocato dalla bomba di Hiroshima. E per restare nell’Italia repubblicana, come scordare tutti gli apparati degenerati: dalla massoneria deviata, alla P2 di Gelli, o al caso “Gladio”, sino ai servizi segreti di tutti gli Stati che hanno finanziato colpi di stato, come quello in Cile del 1973, e tutti quei casi in cui si ha avuto il coraggio di smascherare il potere corrotto.
E oggi, qual è la maschera che indossa il potere in quella che è definita la “Seconda repubblica italiana?” Si possono citare le parole del giudice Gratteri quando parla dei “burattinai che muovono le fila del potere”, burattinai che trova dentro le fila della massoneria deviata, “persone senza scrupoli che non dimenticano e non perdonano”, individui spregevoli che vanno combattuti senza tentennamenti. Occorre ricordare sempre che parole e idee possono cambiare il mondo per dare al termine “Potere” un significato possibilistico.
Infine il pensiero va a chi ha combattuto per questa alta finalità: alle “madri di plaza de mayo”, alle madri delle vittime palestinesi, al Generale Dalla Chiesa, ai Giudici Falcone e Borsellino e gli agenti della loro scorta, a Peppino Impastato, a Renata Fonte. Chi ancora oggi è in prima linea deve poter sentire che la società civile è tutta dalla sua parte.




