ALDO MORO E LA VEXATA QUAESTIO DELLA REGIONE SALENTO

ALDO MORO E LA VEXATA QUAESTIO DELLA REGIONE SALENTO

(Dal sogno infranto dell’inclusione in Costituzione ai fallimenti dei nostri tempi)

di Giovanni Leuzzi

Aldo Moro e Pietro Nenni

Normalmente, nelle ricostruzioni di buona parte dei pubblicisti leccesi, la mancata previsione in Costituzione della Regione Salento viene imputata ad un “accordo tra Aldo Moro e Palmiro Togliatti che cancellò dinanzi all’Assemblea Costituente il disegno di farlo diventare (il Salento nda) regione voluto da Giuseppe Codacci Pisanelli, non a caso padre putativo del nostro sogno”. (1)

Personalmente penso che la questione sia molto più complessa e forse vadano indagati percorsi di più alto profilo giuridico, politico e morale; e poi, il giudizio su due grandi costituenti come Moro e Togliatti, assolutamente pensosi sui destini del paese in una fase terribile della sua storia, e su tanti che parteciparono al confronto sul tema delle Regioni in Costituzione, per poi arrivare a dover chiudere un dibattito che si era sviluppato per mesi e mesi, con cambiamenti anche notevoli di scenario, può dipendere, come nel caso delle “colpe” imputate a Moro, dalla volontà, che in quella fase sarebbe stata davvero meschina, di tutelare privilegi e prospettive dell’area barese? Da ciò un’altra legittima domanda: nel caso in cui la DC leccese avesse accettato nel 1946 la candidatura del giovane Moro alla Costituente nel collegio del Salento, come richiesto anche dall’arcivescovo di Bari Mimmi, innervando così l’azione politica del già influente futuro statista nella sua terra d’origine, la Regione Salento sarebbe stata prevista in Costituzione, o nulla sarebbe cambiato? Sulla vicenda richiameremo qualche passaggio.

Con esultanza il 18 -12-1946 il costituente Vito Mario Stampacchia (1872-1959), socialista eletto nel Collegio di Lecce, telegrafava al sindaco di Brindisi Francesco Lazzaro per informarlo che la 2^ Sottocommissione della Commissione per la Costituzione, quella “dei 75”, aveva deliberato la istituzione della Regione Salento: “Esultante comunico che sottocommissione costituente in seduta plenaria accogliendo aspirazioni popolazione Terra d’Otranto sostenute tenacemente nostra indefessa azione ha deliberato costituzione regione Salentina”. Problema assai arduo, quello della “invenzione” delle regioni da prevedere in Costituzione, perché era un istituto inesistente negli ordinamenti precedenti, fondati su uno Stato centralizzato, sulle Province, emanazione diretta di esso e sui Comuni, anch’essi soggetti ad una assai relativa autonomia.

Telegramma di Vito Mario Stampacchia al Prefetto di Brindisi

Ma, ancor prima dello svolgimento del referendum Monarchia-Repubblica, i moti separatisti siciliani avevano portato alla istituzione della Regione autonoma siciliana con Decreto Regio del 15 maggio 1946, e nel settembre dello stesso anno, a margine della conferenza di pace di Parigi, viene stipulato l’accordo De Gasperi-Gruber (2), finalizzato alla inclusione e tutela delle popolazioni dell’Alto Adige, a maggioranza di lingua tedesca. Vicende queste che aprono la questione delle autonomie regionali, con urgenza e privilegio per quelle poi definite “a statuto speciale”, ma con la necessità di rivedere conseguentemente tutto l’assetto istituzionale dello stato, che doveva ormai essere fondato su un concetto nuovo, quello delle regioni, da inventare, definire e strutturare. Forti e trasversali furono le opposizioni alla previsione stessa di questo nuovo assetto, ma, una volta formalizzata la volontà del Costituente di realizzare tale percorso, si pensò giustamente di prevedere l’abolizione della Provincia, che veniva declassata a “circoscrizione amministrativa di decentramento regionale”, come determinato dalla 2^ Sottocommissione nella seduta del 14-11-1946.

  1. Ci si esprime così nel documento-manifesto del Movimento Regione Salento, fondato nel 2010 dall’editore leccese Paolo Pagliaro insieme ad altri esponenti prevalentemente “civici”, che, nel nome di un’antica identità salentina che avrebbe “radici ben salde nella storia messapica e magno-greca”, rivendicava con forza l’autonomia da Bari, denunciando il tradimento di tale aspirazione consumato nella stesura della Costituzione repubblicana. Ma anche altri studiosi si esprimono nello stesso senso. Ad esempio, Nazareno Valente, in un suo bel saggio in il GRANDE SALENTO.it del 19-11-2021, che val la pena di leggere, ritiene che Moro, se non fu né l’unico, né forse il principale artefice dello “scippo”, seppe sfruttare “la dura posizione assunta a riguardo da un’altra forza politica (il PCI, nda), … per salvaguardare gli interessi dell’elettorato barese”.
  2. Karl Gruber (1909-1995) fu ministro degli Esteri dell’Austria dal 20-12-1945 al 26-11-1953.

Cosa e come fare per le Regioni? Nell’ordinamento statuale tale istituto non era mai esistito. Nel sentire comune esse erano avvertite come aree geografiche più o meno definite, con intere province e distretti che potevano andare in una regione o in un’altra. Ma bisognava farle le Regioni, e in fretta, perché dovevano entrare in Costituzione, dopo che fu bocciato il tentativo di rimandarne a successiva normativa la loro precisa definizione, la perimetrazione geografica e la fissazione della città capoluogo. E la Costituzione, nella terribile congerie politica del 1946-47, doveva essere approntata rapidamente. Né il Governo aveva offerto un qualche modello ragionato che favorisse i lavori della Costituente su un tema così nuovo, complesso e conflittuale. Ci si appoggiò al concetto di regione così come coniugato nell’Annuario Statistico Italiano del 1912, che ripartiva il territorio in base alle “tradizioni storico-geografiche”, concetto abbastanza aleatorio, ma rispondeva ad esigenze burocratiche, che aveva portato tra l’altro a grossolani accorpamenti. Ma fu quando la Provincia fu declassata, e questo avvenne nella seduta della 2^ Sottocommissione del 14-11-1946, che, ovviamente, fiorirono le proposte di istituire nuove regioni, magari più piccole o ridefinite, anche per coprire l’avvertita esigenza di un Ente intermedio, che si aggiungevano a quelle derivate dalle “pubblicazioni ufficiali statistiche”, che erano state fissate a 18. Fu allora che, tra tante altre, alla 2^ Sottocommissione fu presentata la proposta di istituire la Regione Salento, che vide come suo padre nobile Giuseppe Codacci Pisanelli, che, accanto al grande Giuseppe Grassi, può essere considerato il più autorevole costituente della nostra terra. (3)

Giuseppe Codacci Pisanelli

Fu così che, nelle sedute del 16 e 17 dicembre del 1946, Codacci Pisanelli illustrò alla Sottocommissione la proposta della Regione Salento, anche a nome di altri sei firmatari, di orientamento politico trasversale, ma tutti nati nel leccese e/o eletti soprattutto con i voti dei leccesi: i due galatinesi De Maria e Luigi Vallone, Giuseppe Grassi (3), Antonio Gabrieli, Vincenzo Cicerone, Vito Mario Stampacchia. Il tutto nella apparente indifferenza degli altri deputati del Collegio, di area brindisina e tarantina.

La proposta era “protetta” sul fronte della già potente DC dall’autorevolezza di Codacci Pisanelli, su quello “liberale” da quella di Grassi e su quello delle sinistre, nonostante una diffidenza manifestata da Ruggero Grieco (PCI) contro le regioni in sé, che comunque, se andavano fatte, non aveva senso che fossero troppo grandi o troppo piccole, dall’attivo entusiasmo del socialista Stampacchia. Essa fu in effetti approvata il 18 dicembre dalla Sottocommissione senza particolari contrarietà, dalla qual cosa il suo immediato esultante telegramma.  Alla fine di un dibattito estenuante, la Sottocommissione licenzia un testo che prevede 22 regioni, rispetto alle iniziali 18: si aggiungono la Valle d’Aosta, il Molise, assai caldeggiato tra gli altri dal socialista Lussu, e il Salento; l’Emilia-Romagna viene distinta in due diverse aggregazioni, l’Emilia appenninica e l’Emilia e Romagna. Ma, cosa che dai nostri fu sottovalutata riguardo ai tempi, la Sottocommissione indicò che sulle regioni di nuova costituzione si desse comunicazione “… ai Comuni, alle Deputazioni provinciali ed alle Camere di commercio delle Regioni nelle quali le Regioni costituende sono attualmente comprese, perché, volendo, esprimano su tali delibere il loro voto”. La Commissione dei 75, cui spettava la proposta definitiva per l’Assemblea, esaminò la questione delle nuove Regioni nella seduta del 1-2-1947, e, su proposta anche di Moro, approvò un ordine del giorno col quale si sospendeva ogni decisione sulle nuove regioni rispetto a quelle “storiche”, in attesa dei dati sulla consultazione delle popolazioni interessate richiesta dalla Sottocommissione e avviata con nota di Saragat, allora presidente dell’Assemblea. Consultazione che, del tutto improvvisata, produsse dati spesso incompleti e parziali, di difficile lettura, ed ingenerò ulteriori incertezze e perplessità.

  1. Giuseppe Grassi (1883-1950), poi Grassi Apostolico Orsini Ducas dopo la sua adozione da parte dello zio materno principe Sebastiano, nacque da nobili famiglie salentine; inizialmente giolittiano, fu eletto al Parlamento nel 1913 e vi rimase fino al 1924; fervente interventista, fu poi sottosegretario all’Interno nel I Governo Nitti (dal 23-6-1919 al 22-5-1920). Lontano nel ventennio dalla politica, si dedicò soprattutto all’economia della sua azienda “Materdomini” e all’agricoltura, ma dopo l’8 settembre riprese l’attività politica: eletto alla Costituente nell’Unione Democratica Nazionale, partecipò attivamente ai lavori dell’Assemblea, fu segretario della Commissione dei 75 e nel Comitato di Redazione (o dei 18), incarico che abbandonò con la nomina a Ministro di Grazia e Giustizia nel IV Governo De Gasperi a fine maggio 1947. Carica che, rieletto al Parlamento nel 1948, mantenne anche nel V Governo De Gasperi, fino all’improvvisa morte in data 25-1-1950, che gli impedì di portare avanti importanti riforme nel campo della giustizia e delle carceri che avvertiva necessarie. Gli subentrò in Parlamento il galatinese Luigi Vallone.

Moro e La Pira

Nel caso del Salento, se le comunità leccesi si pronunciarono per un si compatto con 73 adesioni ed un diniego, nelle province di Brindisi e Taranto si registrarono 15 comuni che risposero a favore, 15 contrari e 9 che non risposero nemmeno, e di questi ben 6 erano brindisini; del resto proprio i tre costituenti “brindisini” Caiati, Lagravinese e Ayroldi avevano già dimostrato una malcelata indifferenza se non ostilità alla questione. Rimanendo pertanto sospesa la decisione, si affidò al Comitato dei 18 il compito di fare il punto sulle questioni non definite e, sulla questione “regioni”, di esaminare la documentazione che sarebbe giunta dagli Enti dei territori delle nuove regioni e portare la conclusiva proposta all’Assemblea. E’ vero, come scrive il nostro Nazareno Valente, che nel Comitato dei 18 “… c’erano Grieco, Togliatti e Moro, tutti potenzialmente ostili alla costituzione del Salento. Tuttavia Codacci Pisanelli e Stampacchia, avevano validi motivi per non preoccuparsi: nel Comitato di Redazione c’era Giuseppe Grassi, anch’egli convinto firmatario della proposta e personaggio di tale spessore da dare le più ampie assicurazioni che nessuno avrebbe osato tentare colpi di mano, lui presente”.

Scelta sbagliata quella di affidare al Comitato dei 18 la definizione del percorso, valutazione sbagliata quella dei salentini sul ruolo di garante di Grassi. Egli, infatti, a fine maggio ’47, chiamato a fare il Ministro di Grazia e Giustizia nel IV governo De Gasperi, il primo con le sinistre fuori dal governo dopo la crisi innescata dal famoso viaggio negli USA dello statista trentino del gennaio del 1947, dovette dimettersi dal Comitato dei 18, forse con conseguenze impreviste sul destino della Regione Salento.

Infatti, e purtroppo per le attese dei leccesi, stava maturando nel dibattito il “ripescaggio” della Provincia come Ente Autarchico, che viene sancito in Assemblea il 27 giugno del ‘47, con rimescolamento delle carte. La discussione sulle regioni, calendarizzata in piena estate, venne rinviata per la stanchezza dei deputati (da non dimenticare che la Costituente fungeva anche da Assemblea Legislativa), ma soprattutto per la delicatezza e complessità dell’argomento, che esigeva serenità d’animo e una approfondita disamina del problema.

Finalmente, ma davvero tardi, l’Assemblea ne discute il 29-10-1947 sotto la presidenza Terracini, subentrato l’8-2-‘47 a Saragat, che, dopo la scissione di “Palazzo Barberini” del gennaio ’47 e il distacco da socialisti e comunisti, sarebbe entrato poi nel IV governo De Gasperi; ma, quando viene data lettura delle regioni che venivano proposte alla discussione, la lista risulta diversa rispetto a quella licenziata dalla 2^ Sottocommissione e visionata dai 75: vi mancano il Salento e l’Emilia appenninica, e il Molise si trovò accorpato agli Abruzzi. Si apre un dibattito aspro e tormentato; in assenza di verbali del Comitato dei 18, è difficile ricostruire la vicenda. Codacci Pisanelli, con primo firmatario il campano Carmine De Martino, presentò un Ordine de Giorno, firmato da 21 deputati tra cui De Maria, teso a rinviare a Legge successiva il compito di definire numero, nome e territori delle regioni; proposta che non fece breccia visto, e giustamente, il rango “costituzionale” che si era deciso di dare al nuovo ordinamento su base regionale, anche perché il Senato della Repubblica, la Camera “alta”, doveva essere eletto su tale base.

A questo punto il nostro Codacci, pose una questione pregiudiziale, e cioè il fatto che il Comitato dei 18, il cui compito era solo quello di coordinare i testi, non avrebbe potuto modificare il testo approvato dalla 2^ Sottocommissione, poi “sospeso dalla Commissione dei 75, che -egli ribadì- era quello da discutere e votare in Assemblea. “Qui -denuncia il deputato salentino- sono state soppresse alcune Regioni che erano state incluse dopo accurata discussione e dopo votazioni. Sono state soppresse, senza che al Comitato di redazione fossero stati dati questi poteri”.

Cari lettori, ci fermiamo: sul prosieguo dell’appassionante ed assai attuale vicenda, come emerge dagli Atti Ufficiali della Costituente, daremo ulteriori informazioni su un prossimo numero della nostra rivista.