IL MITO DI ATALANTA
IL RISCATTO DELLA FIGURA FEMMINILE NELLA CULTURA GRECA
di Maria Pellegrino
Ero in libreria e vagavo tra gli scaffali, guardando attentamente vari libri, pronta a scegliere quello che sarebbe stato il mio prossimo compagno di avventure. Ho scelto il mito di Atalanta, incuriosita dalla trama che mi avrebbe portata poi in un mondo molto di verso da quello che conosciamo oggi.
Ritengo che Atalanta possa essere una guida per noi donne: coraggiosa, determinata e pronta a dimostrare la sua forza se qualcuno osa dubitarne. Non ha avuto una vita facile, ma caratterizzata da momenti di ardimento ed altri di debolezza, che però ha saputo affrontare con decisione, uscendone sempre vittoriosa.
Narra la leggenda che il sovrano di Arcadia, quando vide nascere una figlia femmina e non il suo attesissimo erede maschio, ordinò di abbandonarla sulle pendici del monte Partenio, dove sarebbe dovuta morire. Però il fato per lei aveva riservato una sorte diversa. Infatti venne trovata da un’orsa con i suoi cuccioli, che, spinta dall’istinto materno, la accolse e la allevò. Gli anni passarono e la fanciulla crebbe insieme ai suoi fratelli, educati dalla loro madre a procacciarsi cibo da sé e a saper sopravvivere ad eventuali predatori. Arrivò però il giorno in cui divennero abbastanza grandi da cavarsela da soli, l’orsa li abbandonò e Atalanta si ritrovò nuovamente sola.
Venne trovata dalla dea Artemide mentre era a caccia e questa la portò con sé dalle sue ninfe, che sarebbero poi diventate le sue compagne di vita. Artemide, essendo la dea della caccia, le insegnò tutto quello che sapeva facendola diventare una bravissima guerriera, forte e veloce quasi quanto lei. Ma le impose di promettere che non si sarebbe mai sposata e neanche avvicinata ad un uomo. Infatti Artemide era anche la dea della verginità e per chiunque avesse infranto quella promessa avrebbe riservato una dura punizione. La dea era molto dolce e affettuosa con le sue ninfe, ma non permetteva alcuna trasgressione.
Atalanta divenne così brava con il suo arco, che riuscì ad uccidere due centauri che la stavano attaccando, salvando dalle fiamme appiccate dai due animali un uomo chiamato Ippomene, che lasciò andare via nella speranza che Artemide non l’avesse vista.
Dopo alcuni giorni la dea le chiese se volesse far parte della flotta degli Argonauti in suo nome. Ma consultando l’oracolo di Delfi Artemide scoprì che, se Atalanta si fosse sposata, avrebbe perso sé stessa. Quindi si promise che non sarebbe mai accaduto. Finalmente Atalanta riuscì a convincere il comandante Giasone a far parte degli Argonauti. Quindi partì con loro trovando in Meleagro un suo nuovo amico, che fin dall’inizio si rivelò affabile con lei. La flotta era formata da uomini importanti, alcuni figli di divinità e capaci di gesta eroiche come Eracle, Orfeo, Peleo e altri personaggi famosi della Grecia.
Durante il viaggio gli argonauti sbarcarono sull’isola di Lemno, la cui storia è molto particolare: in città, quando gli uomini partirono, si diffuse un fetore insopportabile che a lungo andare peggiorò. Era stata Afrodite a scagliare questa punizione, ma le donne non capirono il perché e cercarono di profumare l’aria con i fiori o degli oli di essenze, ma non ci fu niente da fare. Quindi iniziarono a bruciare offerte sugli altari della dea supplicandola di perdonarle. Gli uomini, tornati dal viaggio, iniziarono ad allontanarsi da loro, fino a quando persino i mariti più devoti le lasciarono. Così le donne decisero di ucciderli e da quel momento l’isola era abitata soltanto da donne.
Il viaggio degli argonauti continuò e i pericoli non cessarono. Infatti incontrarono le Simpleadi, due ripide pareti di roccia che, anziché sorgere dal fondo dell’oceano, erano libere di muoversi ondeggiando avanti e indietro, grazie alla moto frenetico del mare in tempesta. Le rupi sbattevano una contro l’altra, scontrandosi con una forza terribile per poi separarsi, e ogni volta che si allontanavano, lo spazio tra loro veniva invaso da immensi torrenti di acqua salata. Dopo aver faticato a remare ed essersi bagnati dalla testa ai piedi, gli argonauti riuscirono ad oltrepassarle senza essere schiacciati. La paura fu tanta, ma l’impresa riuscì.
Durante il viaggio non mancarono altre prove terribili, che provocarono la morte di importanti uomini e per onorare la loro memoria si organizzarono dei giochi funebri su una spiaggia. Quando Peleo si fece avanti pronto a sfidare qualcuno nella lotta, Atalanta non si tirò indietro e stupendo tutti si offrì di combattere contro di lui. Sotto gli occhi di tutti i due si affrontarono e alla fine vinse Atalanta. Nessuno poteva più mettere in dubbio la sua forza. Il viaggio continuò e l’amicizia tra Meleagro e Atalanta divenne più forte fino a diventare amore.
Finalmente grazie all’aiuto degli astronauti superstiti, la spedizione raggiunse la Colchide, il luogo in cui era custodito il vello d’oro. Qui Giasone dovette affrontare un’ardua sfida, ossia domare due tori sputa-fuoco e con essi arare un intero campo in cui avrebbe dovuto piantare dei denti di serpente. Da quel terreno però spuntarono tanti soldati che aggredirono Giasone, ma egli, grazie all’aiuto e ai consigli di Medea, gettò una pietra verso il gruppo di guerrieri ed essi si accalcarono su di essa uccidendosi a vicenda. Così Giasone riuscì a impossessarsi del vello d’oro, domando il serpente che lo sorvegliava.
Il viaggio di ritorno fu allegro, ma Atalanta sapeva che avrebbe dovuto dire addio a Meleagro, per poi tornare da Artemide. Tuttavia il giovane invitò Atalanta a partecipare ad una sfida imposta dal re (suo padre) a tutti i suoi sudditi: riuscire ad uccidere un grosso cinghiale che stava rovinando i campi dei contadini e uccidendo i malcapitati che si trovavano sul suo percorso. Atalanta accettò la sfida, accompagnata nell’impresa da Meleagro e vari cacciatori. Alcuni di questi sferrarono colpi contro la bestia e altri ne rimasero uccisi. Finalmente una freccia di Atalanta trafisse al collo l’animale e lo fece vacillare per poi essere colpito mortalmente.
Dopo l’impresa i superstiti usciti vittoriosi litigarono per decidere a chi spettasse il bottino, non volendo ammettere di essere stati meno bravi di una donna. Atalanta non discusse, dicendo che del premio non le importava niente. Ma Meleagro andò in sua difesa scagliandosi contro tutti gli altri e quando un cacciatore si avventò contro Atalanta prendendola di sorpresa e facendola cadere a terra, egli lo uccise. Il malcapitato era zio di Meleagro, e quando tornarono davanti al re, egli ricevette solo accuse. Sua madre, la regina, presa dall’ira contro Meleagro, bruciò un ceppo che teneva ben custodito, e quando questo si incendiò del tutto e divenne cenere, egli morì d’improvviso davanti a tutti. La sorte di Meleagro infatti era stata segnata dalla madre una notte quando lui era ancora piccolo. Le Moire avevano deciso che egli sarebbe morto non appena il fuoco del ceppo che ardeva nel camino, conservato con cura dalla madrea, si fosse spento. Come appunto era avvenuto.
Atalanta fu presa da un dolore immenso e vagò per i boschi per un po’ di tempo, scoprendo di essere incinta. Quando arrivò da Artemide, non venne accolta come avrebbe desiderato, perché la dea si rabbuiò non appena vide la sua pancia. Le vietò di vivere con lei e le sue ninfe, così Atalanta dovette cercarsi una nuova casa nel bosco. Fu accolta nella casetta di due anziani per partorire e garantire una vita dignitosa al figlio Partenopeo. Lei invece dopo il parto tornò nella foresta e lì incontrò nuovamente Ippomene, l’uomo che aveva salvato tempo prima, il quale le disse che il re di Arcadia stava cercando sua figlia e che desiderava rivederla. Lei pensandoci bene e sperando che sarebbe riuscita a far crescere suo figlio nella ricchezza, accettò.
Una volta arrivata al suo cospetto, il re pubblicamente propose a tutti gli uomini di Arcadia una sfida: superare Atalanta nella corsa. Chi l’avesse battuta in velocità, sarebbe diventato il futuro re e l’avrebbe sposata. Se invece avesse perso, lo sfidante sarebbe stato ucciso. Atalanta non era per niente felice, perché non aveva alcuna intenzione di sposarsi. Il primo giorno di gara risultò fatale per tutti coloro che corsero e così nessuno si aggiudicò il titolo di re. Ippomene ormai era diventato suo amico e l’aiutava ad allenarsi ogni giorno, per fare in modo che nessuno la sposasse. Il secondo giorno si presentò anche lui nel gruppo dei corridori, cosa che stupì Atalanta.
Al via tutti scattarono veloci, ma in pochissimo tempo Atalanta li superò tutti e si mise in testa. Ippomene la raggiunse a fatica e decise di ricorrere ad un’astuzia: dalla sua sacca fece cadere una mela d’oro che rotolò sotto i piedi di lei e la fece incuriosire fino a fermarsi. La trovava bellissima e dopo averla raccolta, Atalanta si rimise in testa al gruppo. Così Ippomene rifece la stessa cosa, fino a che Atalanta non si fermò. Poi ancora una terza ed ultima volta, molto vicina al traguardo, sicché Ippomene riuscì a tagliare il traguardo prima di lei.
La folla era in delirio, tutti applaudivano e il re era entusiasta. Il matrimonio si celebrò all’istante. Ippomene era felice e Atalanta guardava confusa suo marito, vedendo nei suoi occhi la risposta ad ogni sua domanda, così lo baciò. Ora capiva che la vera libertà era poter decidere cosa fare della sua vita. I due però fecero infuriare la dea Rea nel suo tempio, che li trasformò in due leoni. Da quel momento vissero insieme nel bosco abbandonando Arcadia e controllando nell’ombra come cresceva in salute il piccolo Partenopeo. Così Atalanta poté anche riavvicinarsi ad Artemide, che quando la vide le sorrise e le accarezzò la schiena, maternamente protettiva.
Finalmente Atalanta era libera e poteva essere sé stessa.


