AREE  DI  INFLUENZA

AREE  DI  INFLUENZA

Pulsioni imperiali e autorappresentazione del politico

di  Paolo Maria Mariano

La notte del 23 agosto 1939, Heinrich Hoffmann, fotografo personale di Hitler, scattò alcune foto nel Cremlino. In una di queste Stalin è tra il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop e il commissario degli esteri russo Molotov. Tutti e tre sono sorridenti. Quella notte avevano firmato il “Trattato di non aggressione tedesco-sovietico”. Nel dopoguerra, quel trattato era stato considerato come una mossa tattica che permetteva alla Germania nazista di completare la campagna di Polonia e a Stalin di ritardare il tentativo di invasione della Russia, che riteneva inevitabile. Nel 1941, fu lo stesso Stalin ad avallare questa interpretazione.

Molotov – Ribbentrop – Stalin

La prospettiva sul patto Ribbentrop-Molotov (altro modo di chiamare il Trattato) cambiò drasticamente negli anni ’90, dopo la pubblicazione del Protocollo che completava il Trattato. Nel Protocollo si sanciva essenzialmente un progetto spartitorio dell’Europa dell’est, dai Paesi Baltici alla Polonia, fino ai territori del sud. In Polonia, dove ogni laureato diventava ufficiale della riserva, alla spartizione del settembre 1939, seguì, tra l’aprile e il maggio 1940, l’uccisione di 22.000 polacchi prigionieri, di fatto la classe dirigente polacca. Stalin e alcuni membri del Soviet supremo, tra cui Molotov, firmarono l’ordine. Il succube Kalinin si occupò di organizzare l’esecuzione.

Kalinin

Quando perfino il primo ministro inglese Chamberlain, che già nel 1938 a Monaco aveva acconsentito all’annessione tedesca dei Sudeti, si rifiutò di sancire un secondo trattato che riconoscesse l’annessione della Polonia, Ribbentrop accusò l’Inghilterra di volere la guerra. Il 31 ottobre del 1939, “Molotov spiegò davanti al Soviet supremo che i ruoli ora si erano invertiti e che sia la Gran Bretagna sia la Francia si rivelavano potenze imperialiste aggressive” (C. Weber, Il patto, Einaudi, 2021, p. 92). Ribbentrop si era già espresso in maniera analoga in Germania. È noto come andò. Gli intenti spartitori dell’Europa dell’est crollarono con l’inizio dell’Operazione Barbarossa nel 1941: l’invasione tedesca della Russia. E allora la narrazione cambiò. Stalin, che si attendeva d’essere eliminato dal suo stesso “Politburo”, fu spinto a mobilitare la popolazione. Si appellò non tanto alla dottrina bolscevica, quanto alla Chiesa Ortodossa, fino ad allora avversata, agli eroi della tradizione e, in questo senso, alla letteratura che precedeva la catechizzazione e l’oppressione degli stessi scrittori, officiata da Gorkij. I russi reagirono in quella che chiamano “grande guerra patriottica” e in cui ebbero 23 milioni di morti. Gli intenti imperiali riemersero alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con il trattato di Yalta e la conseguente Guerra Fredda con l’Occidente, fino alla caduta del Muro di Berlino del 1989.

Maksim Gor’kij

Pantomime in cui X aggredisce Y, per poi convincere (o cercare di farlo) che i veri ruoli sono inversi, non sono esclusiva del Novecento. Conoscerle aiuta a interpretare il presente. D’altra parte, l’attività dello storico si sviluppa nella sua contemporaneità e di essa ha il bagaglio interpretativo. Sostenere il “diritto storico” di alcuni paesi ad avere aree di influenza per il solo essere considerati “grandi potenze” economiche o militari, a scapito dalla volontà di coloro che sono destinatari di questa influenza, implica attribuire a questi ultimi uno stato di minorità in termini di diritti. E questa attribuzione è tanto più intensa quanto più acuta è la sorpresa che si esprime quando chi è destinato al vassallaggio si oppone alla riduzione servile. Infatti proprio il rifiutarsi di soccombere al dominio autocratico ha portato la garanzia di alcuni diritti e libertà sancite da costituzioni, almeno in alcuni luoghi della terra. Il perché si formi uno “spirito del tempo”, che spinga a soccombere o a reagire, è sempre materia d’indagine. In quella formazione hanno ruolo fattori molteplici, quali le condizioni di vita attuali e la memoria storica di quelle condizioni, la costruzione di un “teatro della paura” e la reazione ad esso, così come ha ruolo il propagandista travestito da erudito, soprattutto quando è considerato saggio perché possiede le physique du rôle.

Piatakov, sodale di Lenin, affermava che “se il partito dice che il nero è bianco e il bianco è nero, un buon bolscevico deve crederci”. La frase si applica a tutti i contesti caratterizzati da un esercizio dispotico del potere. Chiarisce come la radicalizzazione di idee controfattuali e le scaltre torsioni dei dati storici (e talvolta anche scientifici) siano un oppio che maschera volontà di dominio che è anche sfogo di rancore. Nel frattempo, mentre i propagandisti rimangono in poltrona, civili inermi cadono lontano da loro. Si esercita volontà di appropriazione e sfruttamento, quando non sia solo l’appagamento del desiderio di mostrarsi potente e, soprattutto, imperiale. E forse questo desiderio è in sé l’espressione per lo meno di una impotenza interiore, di chi lo prova e di chi lo ammira.

Geroghy Piatakov

Più di altri, chi desidera o ha un ruolo politico su base elettiva mette in scena sé. Il suo rappresentarsi è al confine tra due tensioni differenti, talvolta perfino in conflitto. Da un lato ha il desiderio di “catturare” il maggior consenso possibile, sia esso raggiunto per forme di identificazione, o per rivalsa, o per mera convenienza. Dall’altro lato c’è quello che quella persona è, anche nei suoi aspetti inconsci: l’azione che esprime e la logica che la sottende, le sue capacità cognitive, la sua etica, in generale i suoi tratti psicologici. Quello svelamento, però, deve essere percepito, la qual cosa rivela anche la natura di chi osserva e quindi emette un giudizio, anche quando dichiara di non farlo. In questo processo di interazione (rappresentarsi ed essere osservati, e quindi valutati) emergono il senso che ciascuna persona coinvolta ha della dignità propria e degli altri, il modo in cui sono vissute la responsabilità, la pena e la gioia di essere nel mondo. Si disvelano le capacità cognitive, l’adeguatezza o l’inadeguatezza al ruolo che si ha o che si vorrebbe occupare; emerge l’effetto di desideri e di frustrazioni. Percepire e interpretare questi aspetti dipende dalla capacità di analisi di chi osserva, dal punto di vista in cui si pone, dal bagaglio di conoscenze possedute e dal modo con cui esse sono tra loro correlate.

In un sistema elettivo ciò che conta è “l’andamento medio” delle interpretazioni, cioè lo “spirito del tempo”. Il discorso politico tende dunque a raggiungere una maggioranza, nel desiderio di influenzare o nel tentativo di cavalcare lo “spirito del tempo”. Quel discorso può essere una argomentazione animata da un desiderio di verità, ma può anche essere effetto di manipolazione, il risultato della prevalenza del desiderio di potere su una visione etica di ciò che quel potere dovrebbe essere. Ed è un potere che non necessariamente deve essere fattuale, ma di certo deve essere percepito da chi lo anela in modo tale da soddisfare il proprio ego, se non la mera convenienza.

Alla manipolazione, e alla costrizione che essa implica, si oppone la conoscenza, la quale presuppone di essere accessibile. L’assicurazione di Thomas Jefferson, secondo cui “dove la stampa è libera e tutti sanno leggere, non ci sono pericoli”, presuppone che alla lettura si accompagni la comprensione, una capacità critica consapevole e informata, e la possibilità di azione. La libertà, infatti, per quanto possa essere intesa in maniere differenti, ha bisogno di una continua vigilanza, altrimenti finisce per essere inghiottita dal desiderio di avere vassalli. Questo desiderio può crescere sempre più nella singola persona che abbia una carica politica, quando l’effetto concreto dei suoi atti non corrisponde all’immagine che quella persona ha di sé e alla rappresentazione che fa di sé agli altri. L’eccessiva opinione di sé, rispetto a coloro che dovrebbero essere i destinatari del suo “servizio” verso la società, può sfociare nella tentazione di considerarsi superiore alla norma che regge il patto sociale, cioè alla legge. Può diventare desiderio di farsi re. E “non esiste re”, per citare ancora Jefferson, “che, avendo forza sufficiente, non sia sempre pronto a convertirsi all’assolutismo”, sebbene possa riempire il suo dire di termini suadenti che nascondano l’intento di avere mera servitù di persone, istituzioni statali e interi stati.

Le radici della democrazia – termine che ha varie declinazioni ma che è qui inteso in generale come altro dall’autocrazia o dall’assolutismo ideologico – affondano nella critica e, prima ancora, nella possibilità della critica. Ma la critica è chiacchiericcio, o vano rancore, se non emerge da uno sforzo di conoscenza, dal chiedersi cosa si può effettivamente conoscere e come si può agire, da una coscienza etica, dalla sua natura, e dal riflettere su cosa questa coscienza sia, o come possa variare evitando che la sua espressione diventi manicheismo. Un’azione continua di scavo non fine a sé stessa, bensì costruttiva, sebbene possa portare smarrimenti o momentanee illusioni, mantiene in esercizio la consapevolezza. Disvela le strutture di potere e la loro interazione – la natura della società – dal punto di vista della conoscenza (o almeno di uno sforzo di conoscenza), che è essa stessa una struttura di potere. Permette di indirizzare la propria azione, di avere una visione sempre più chiara del proprio “prendere parte”. Fa capire come le garanzie dell’equilibrio e della separazione dei poteri, che emergono da costituzioni formulate dall’incontro di spiriti differenti per idee e storia personale, ma accomunati da una percezione esatta del dolore e della lotta necessari per affrancarsi dalla costrizione ottusa del totalitarismo, sono una ricchezza da difendere. Semmai sono da rafforzare e migliorare, quando le condizioni storiche indichino la necessità di un miglioramento con evidente chiarezza. Mette in guarda dai tentativi di corrodere quelle garanzie, in un progressivo svilimento della loro sostanza.