L’assetto istituzionale
dell’Italia all’alba del
terzo millennio
di Pierlorenzo Diso
Premessa.
Nel primo decennio degli anni duemila, alba del terzo millennio, l’assetto dello Stato italiano (Regno d’Italia dal 1861, poi Repubblica italiana dal 1946) fu caratterizzato da profonde innovazioni istituzionali. Ferma restando la cornice unitaria dello Stato, per effetto della riforma del Titolo V della Costituzione repubblicana[1], venne ridisegnato l’equilibrio tra potere dello Stato e autonomie locali (Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni), potenziando soprattutto l’autonomia delle Regioni, introdotte nell’ordinamento sin dall’entrata in vigore della Costituzione nel 1948.
Alla riforma degli enti locali in senso federalista, si aggiunse la cessione della sovranità monetaria, vero e proprio pilastro della sovranità nazionale, ad un organismo sovraordinato agli stati nazionali quale la Banca Centrale Europea (BCE), mentre col Trattato di Maastricht la Comunità Economica Europea (C.E.E.), fondata col Trattato di Roma del 1957, si evolveva in Unione Europea.
A livello politico, nel primo decennio del terzo millennio si alternarono al governo del Paese coalizioni di centrodestra e di centrosinistra all’insegna di un comune denominatore: nessuna delle due riuscì a mantenere il consenso dei cittadini dopo la prova del governo.
La riforma della Costituzione in senso federalista
Per effetto della riforma, viene introdotto nel Titolo V[2] della Costituzione il concetto di ‘Repubblica delle autonomie’, il federalismo amministrativo (o di esecuzione), il riparto delle competenze legislative tra Stato e Regione, nonché il federalismo fiscale. Compaiono per la prima volta in Costituzione i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, per cui è opportuno che sia svolto a un livello territoriale superiore (es. Provincia) solo ciò che non può essere svolto meglio al livello territoriale inferiore (es. Comune). Viene attribuita al soggetto pubblico la competenza a svolgere solo ciò che non può essere svolto più utilmente dal soggetto privato. Inoltre viene favorita l’attività di ‘cellule sociali’ quali la famiglia, le associazioni, le comunità.
Tra le componenti della Repubblica, viene messo al primo posto il Comune, in qualità di ente più vicino ai cittadini; dopo il Comune, vengono le Province, le Città metropolitane, le Regioni e, infine, lo Stato. Al Comune vengono anche conferite tutte le funzioni amministrative, a meno che non sia diversamente ed esplicitamente stabilita una diversa attribuzione. Anche alle Regioni a statuto ordinario possono essere conferite forme di autonomia speciale (o differenziata) che il precedente assetto conferiva solo alle cinque[3] regioni a statuto speciale, sia pure in un ambito di materie ben delimitato a livello costituzionale.
Alle Regioni sono attribuite tutte le competenze legislative non esplicitamente assegnate allo Stato, mentre in precedenza, al contrario, tutte le competenze non attribuite alle Regioni spettavano allo Stato. Vengono redatti tre elenchi di materie: a) materie di competenza esclusiva dello stato; b) materie di competenza ripartita (o concorrente); c) attribuzione di una competenza generale alle regioni nelle restanti materie (es. polizia amministrativa e locale; istruzione e formazione professionale etc.).
Alla potestà legislativa delle Regioni vengono posti precisi limiti, rappresentati dal rispetto della Costituzione, nonché dai vincoli derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’ordinamento comunitario e internazionale. Viene prevista l’autonomia finanziaria di Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni. L’autonomia degli enti locali riguarda sia le entrate che la spesa; essi possono disporre sia di tributi propri che di compartecipazione ai tributi erariali (statali).
Viene prevista l’istituzione di un fondo perequativo, senza vincoli per lo Stato, per finanziare gli enti con minore capacità fiscale per abitante (in sostanza, i territori del Mezzogiorno). Le regioni non possono istituire dazi di importazione o esportazione o transito tra di esse, né ostacolare la libera circolazione di persone e cose, né limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale.
I rapporti dello Stato con tutti gli enti locali devono essere improntati al principio di leale collaborazione (o cooperazione o, ancora, coordinamento).
Le riforme economiche: l’introduzione dell’euro
Nel 1979 era stato già avviato il Sistema Monetario Europeo (SME), basato su un sistema di tassi di cambio atto a mantenere le oscillazioni delle valute aderenti entro un intervallo ristretto. Nel giugno 1988 un Comitato guidato da Jacques Delors[4], Presidente della Commissione Europea, e composto dai Governatori delle Banche centrali nazionali dei Paesi aderenti alla CEE elaborò un progetto (cd. “Rapporto Delors”) su come realizzare in Europa l’Unione Economica e Monetaria.
Nel dicembre 1991 il Consiglio europeo approvò il nuovo Trattato sull’Unione Europea (noto anche come Trattato di Maastricht[5]), che contiene le disposizioni necessarie per attuare l’unione monetaria, nonché le modalità della transizione dalle monete locali all’euro. Gli stati membri avrebbero potuto adottare la nuova valuta solo soddisfacendo alcuni parametri, tra i quali, come è noto, un deficit pari o inferiore al 3 % del PIL[6] e un rapporto debito/PIL inferiore al 60 %.
Successivamente, una volta entrato in vigore il Trattato di Maastricht, attraverso la creazione dell’IME (Istituto Monetario Europeo) venne rafforzata la cooperazione tra le Banche centrali in modo da favorire il coordinamento delle politiche monetarie, creando così le basi per l’istituzione del Sistema europeo di banche centrali (SEBC) per la conduzione di una politica monetaria unica e l’introduzione di una moneta unica.
Il 1° giugno 1998, succedendo all’IME, fu istituita la Banca Centrale Europea.
L’introduzione dell’euro avviene in tre fasi: il 1° gennaio 1999 nasce l’euro come moneta scritturale in tutti i paesi dell’Unione Europea allineati ai parametri di Maastricht; il 1° gennaio 2002 inizia la doppia circolazione di banconote nazionali ed euro; il 1° marzo 2002 le valute nazionali cessano di avere corso legale nei dodici stati che avevano introdotto la nuova moneta.
La moneta unica mirava a realizzare nei Paesi aderenti condizioni favorevoli agli scambi transfrontalieri tra imprese, stabilità dei prezzi attraverso il controllo dell’inflazione, facilità di spostamento dei cittadini per ragioni di studio, lavoro, turismo etc. Oggi l’euro è utilizzato da 350 milioni di cittadini in 21 Paesi europei.
L’alternanza delle coalizioni al Governo
Le elezioni politiche del 2001
Il 13 maggio 2001 le elezioni politiche videro il successo della coalizione di centrodestra denominata “La Casa delle Libertà” con alla guida l’ on.le Silvio Berlusconi, che sconfisse la coalizione di centrosinistra, denominata “L’Ulivo” e guidata dall’ on.le Francesco Rutelli, sfiorando il 50 % dei voti (49,56 %) al proporzionale.
Per effetto della netta e inequivocabile vittoria elettorale, Berlusconi ottenne dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi l’incarico di formare il nuovo governo (cd. Berlusconi II, dopo quello del 1994 detto Berlusconi I), che durò in carica fino al 2005, quando l’on.le Berlusconi si dimise dalla carica dei Presidente del Consiglio dei Ministri a seguito della sconfitta alle elezioni regionali.
Venne formato un nuovo governo (Berlusconi III) che durò sino alla naturale scadenza della legislatura (2006).
Le elezioni politiche del 2006
Il 9/10 aprile 2006 si tennero in Italia le elezioni politiche: per la prima volta votavano anche i cittadini italiani residenti all’estero. I risultati premiarono questa volta la coalizione di centrosinistra denominata “L’Unione” guidata da Romano Prodi, che si impose di misura sulla “Casa delle Libertà” grazie al voto degli italiani residenti all’estero.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incaricò l’on.le Romano Prodi di formare un nuovo governo (Prodi II), che ottenne la fiducia del Parlamento restando in carica dal 17 maggio 2006 all’8 maggio 2008 (dimissionario dal 24 gennaio 2008).
La caduta del Governo Prodi II fu dovuta alla eccessiva frammentazione della compagine governativa, la cui stabilità era costantemente minacciata da un elevatissimo numero di piccoli soggetti politici dotati di poteri di veto.
Le elezioni politiche del 2008
Il 13/14 aprile 2008 si tornò a votare dopo la caduta del governo Prodi: le elezioni vennero vinte dalla coalizione di centrodestra denominata “Il Popolo delle Libertà”, che sconfisse il Partito Democratico guidato da Walter Veltroni.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano incaricò l’on.le Berlusconi di formare il nuovo governo (Berlusconi IV), che rimase in carica dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 (dimissionario già dal 12 novembre), col giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica del nuovo esecutivo guidato da Mario Monti, nel frattempo divenuto Senatore a vita.
Si concludeva così la parabola politica dell’on.le Silvio Berlusconi, iniziata con la vittoria del Polo della Libertà (al Nord) e del Polo del Buongoverno (al Centrosud) alle elezioni del 27 marzo 1994.
[1] Legge costituzionale n° 3 del 2001 confermata con referendum costituzionale del 7 ottobre 2001, promulgata dal Presidente della Repubblica il 18 ottobre 2001, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 24 ottobre 2001 ed entrata in vigore l’8 novembre 2001
[2] Il Titolo V della Costituzione ricomprende gli articoli da 114 a 133. Per un completa cognizione degli articoli in oggetto si rimanda il lettore alla consultazione del testo della carta costituzionale
[3] Regione siciliana, Valle d’Aosta, Sardegna, Friuli – Venezia Giulia, Trentino – Alto Adige
[4] Jacques Delors (Parigi 1925 – 2023), politico ed economista francese, socialista ed europeista
[5] Città dei Paesi Bassi (Regione del Limburgo) situata in posizione strategica nel cuore dell’Europa, in quanto confinante con il Belgio e distante solo pochi chilometri dalla Germania
[6] IL PIL è il valore monetario totale di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un Paese in un determinato periodo (solitamente un anno o un trimestre). E’ considerato l’indicatore principale per misurare lo stato di salute e la crescita di un’economia


