DOVUNQUE IL
GUARDO GIRO
IMMENSO DIO TI VEDO
di Rocco Boccadamo
Non giuro sulla precisione dell’enunciato, poiché le reminiscenze sono veramente remote, e risalgono ai tempi della mia prima giovinezza. Di primo acchito potrebbe apparire che sul mio capo e nel mio animo si sia all’improvviso ed eccezionalmente riversato un immenso e intenso flusso di misticismo e di acceso spirito pseudo-religioso, tale da indurre gli occhi a orientarsi in una sorta di muta orazione verso l’Alto.
In realtà non mi trovo propriamente a tal punto, giacché il clima di suggestione che inequivocabilmente imprime input ai pensieri e alla penna che scorre, traendone l’umore per la scrittura, proviene, come mi accade in genere, dalle immagini indicative e toccanti che la natura intorno mi porge, e insieme dalla memoria di contingenze emotive, ricordi, luoghi, persone e azioni riconducibili al passato, sia recente che lontanissimo.
Cosicché, per riportare i miei sentimenti di narratore su un piano più concreto, mi viene di integrare l’abbozzata affermazione del titolo con un ulteriore assunto: ”E Ti ringrazio per la specialissima patria che ti sei compiaciuto di riservarmi, l’eccezionale e unica Italia, da cui, in qualsivoglia mutevole condizione e/o sentire interiore, mi sembra d’essere abbracciato, tenuto per mano e guidato, ai fini dello scorrere delle mie quotidianità, delle stagioni, dei lustri e decenni ormai copiosamente a poco a poco da me attraversati”.
Non sempre siamo consapevoli che si tratta di un autentico tesoro e privilegio l’aver trovato radici nella magnifica penisola, intrisa di magia multiforme a tutte le latitudini e nelle variegate conformazioni che la caratterizzano: mari, montagne, laghi, fiumi, distese verdi, pianure di terra rossa dardeggiate dal sole, cieli splendenti sotto i raggi forti, oppure ricchi di lumicini luccicanti al crepuscolo e durante la notte sino ai primi chiarori mattutini.
Un incanto a tutte le ore è dato agevolmente di annotare. Così le vicende d’ogni giorno arriviamo a osservarle e a viverle in un’ottica diversa, non sottovalutandole e ignorandole, ma inserendole in sentimenti di valutata fiducia e speranza. Più che un alternarsi di siffatto genere d’approcci di positiva attesa e di fiducia, è una costante che ci consente di andare avanti, seppure in proporzione al nostro povero e limitato concorso individuale, tendente ad affrontarle e possibilmente dirigerle verso utili sbocchi. Ciò si verifica anche nelle sfaccettature di minor rilievo che scorrono sui calendari. Non è determinante la vastità del quadro d’insieme delle vicende, quanto, al contrario, conta l’intensità che poniamo nello svolgere il nostro ruolo e contributo da agenti risolutivi.
Sabato scorso, nel raggiungere la meta della breve parentesi di vacanza che mi sto godendo sul sabbioso litorale di Marina di Camerota nel Cilento, ho ripercorso con intenso trasporto affettivo “l’itinerario del tabacco”, fatto di una serie di vie e contrade nell’agro Materano, già a lungo coperto da centinaia, meglio migliaia, di miei compaesani intorno alla metà del secolo e del millennio andati.
Allorquando soggiorno in Salento, nella natia Marittima e a Castro, le immagini e i pensieri vaganti nella mente concernono specialmente quel tratto di mare, ivi comprese le sponde di fronte, relative al Paese delle Aquile e alla Grecia, che rievocano i passaggi e gli arrivi, in secoli lontani, di navigli stranieri, a cominciare dai mitici legni di Enea, sino alle galee di pirati e alle flotte ottomane, che purtroppo si resero protagoniste anche di saccheggi, distruzioni ed eccidi.
Dal luogo in cui in questo momento mi trovo, vengono invece ad accostarsi, in veste di ricordi, i due viaggi compiuti in treno alla fine delle Scuole Elementari, allorquando, accompagnato da mio padre, mi recai da Marittima/Lecce sino ad Anagni, nella prospettiva di un’esperienza da convittore, in effetti mai concretatasi. Come se si trattasse di ieri, riecheggiano le arringhe dei venditori di bottigliette di liquore “Strega” e di torroni di Benevento durante il passaggio, con sosta, del convoglio per quella stazione ferroviaria e, ancora, si staglia nitida la discesa per cambiare tratta sino alla destinazione finale nel successivo scalo di Caserta.
Abbinati a quella “avventura”, i ricordi della scomparsa del famoso filosofo Benedetto Croce e la prematura fine, per via di un incidente, di Luce, un giovane ventenne marittimese, primo cugino di mia madre, militare volontario specializzato dell’Esercito Italiano, in servizio a Pieve di Cento. Stamani, nel corso di un’uscita in barca a vela da componente di un piccolo equipaggio di villeggianti, ho avuto agio di intessere una serie di colloqui e scambi, con richiami ad esperienze romane e usanze milanesi, come pure di realtà montane: per citare, Val di Sole, Ortles, Cevedale, Adamello, torrente Noce e rafting, una specie di bagno di conoscenze e consuetudini visive che mi è successo di concedermi nei tempi passati, l’ultima volta a Peio nello scorso settembre.
Insomma mi sembra di aver vissuto una ideale consacrazione di variegati insiemi e colori di vita, ispirati in verità dalla mano di un unico Autore.



