Essere donna in Iran

ESSERE DONNA IN IRAN

di  Paola  Carrozzini

Sono seduta in una caffetteria molto particolare, decisamente insolita… Ci sono 4 tavoli, ciascuno dei quali con 4 poltroncine in simil-pelle intorno, di quelle che, incastrandosi completamente sotto il tavolo, formano un cubo perfetto. Le pareti della stanza sono rivestite di scaffali pieni di cibo confezionato. Su una parete, uno stand frigo. Il bancone della cassa è tra due porte, presumibilmente di entrata e di uscita dal locale, che si presenta piuttosto angusto.

Alla cassa, una bella ragazza dal viso curatissimo, in particolar modo le sopracciglia, scure e tatuate, dai contorni ben definiti. Gli occhi, esaltati dal trucco, sono grandi e scuri, espressivi ed affascinanti. Dei capelli, si intravede qualche ciocca castano scuro sotto un foulard blu notte, che copre quasi interamente la testa e ricade sulle spalle. È una donna che rispetta le regole della sharia. Le rispetta e le deve rispettare come tutte le donne della sua società.

La caffetteria, dove ora sono, si trova in Iran, esattamente a Shiraz, a poco più di un’ora di volo da Teheran. È la caffetteria di un ospedale. Vi starete chiedendo cosa ci faccio io lì. Questa domanda troverà una risposta più avanti.

Sono seduta su una di quelle poltroncine in simil-pelle e sto chiacchierando con la mia interprete. E’ una donna molto giovane e bella. Ha colori insoliti per essere una Iraniana. Ha i capelli biondi, ma è evidente che non è il suo colore naturale. I suoi occhi sono celesti e questa sì che è davvero una caratteristica eccezionale in Iran. Anche lei indossa un foulard che ricopre quasi interamente il capo, lasciando intravedere la frangetta bionda. Indossa una camicia-vestito che arriva quasi fino alle cosce e, sotto, un paio di leggins. Porta scarpe da ginnastica in tinta con tutto il resto.

Stavo quasi per dimenticare di dirvi che anch’io ho il foulard sulla testa. Lo indosso da quando sono scesa dall’aereo che mi ha portata a Teheran. Proprio prima dell’atterraggio, ho notato un fatto che, al momento, mi è sembrato buffo: appena l’aereo ha toccato terra, tutte le donne presenti su quel volo hanno aperto le loro borse, hanno tirato fuori un foulard e l’hanno sistemato sui capelli prima di scendere dalla scaletta dell’aereo.

Quel foulard si chiama hijab. Il termine “hijab”, derivante in arabo dalla radice h-j-b, indica qualsiasi barriera di separazione posta davanti ad un essere umano o ad un oggetto per sottrarlo alla vista o isolarlo. Acquista quindi anche il senso di “velo”, “cortina” o “schermo”. Di norma il termine hijab viene usato in riferimento ad un singolare capo di abbigliamento femminile, il velo islamico e in particolare a quella foggia di velo che adempie alle norme minime di velatura delle donne, così come sancite dalla giurisprudenza islamica.

Nella caffetteria la mia interprete Roya ed io stiamo chiacchierando. Parliamo in italiano. Lei si esprime in un italiano perfetto. L’ha imparato da sola. È un’autodidatta. La lingua ufficiale iraniana è il Farsi. Siamo sedute in questa caffetteria per diverse ore, ogni giorno, da tre giorni a questa parte. Le faccio tante domande sulla vita in Iran, su istruzione, cibo, abitazioni, tasse, lavoro, rapporti affettivi e sociali, usanze e tradizioni. Lei mi racconta ed io la ascolto, senza perdere una virgola di quello che dice. Prendo anche appunti per fissare nella mente le informazioni che alimentano la mia curiosità e la voglia frenetica di sapere.

Stiamo bevendo un semplice thè caldo in un grande bicchiere di carta. Un particolare attira subito la mia attenzione: lo zucchero è una specie di lecca-lecca, un bastoncino con una pallina di zucchero solido ad una delle due estremità. Funziona così: Immergi il lecca-lecca nel tè bollente e lasci sciogliere la quantità di zucchero che gradisci.  A questo punto togli il bastoncino e lo metti nel piattino che sta sotto il bicchiere.

In questo difficile momento della mia vita, Roya è il mio angelo custode. La sua presenza amicale e protettiva nei miei confronti mi fa sentire confortata. Le chiacchiere con lei mi distraggono dai problemi seri che sto affrontando e mi trascinano in una realtà così lontana e diversa dalla nostra: il mondo iraniano, trasformato dalla rivoluzione araba in una prigione a cielo aperto.

Lei mi racconta: “C’è stato un tempo, neanche molto lontano, in cui il popolo iraniano ha scelto di allontanarsi dalle politiche filo-occidentali dello Scià Mohamed Reza Palavi per seguire il piano degli Imam, promotori dell’instaurazione della Repubblica Iraniana. Il popolo ha creduto all’idea della Repubblica, ha sostenuto la rivoluzione araba, credendo di abbracciare finalmente quella libertà che era rimasta per secoli una chimera. E invece l’intransigenza di Khomeini ha portato una regressione feroce anche più di quella già brutale scatenata dallo Scià e condotta dalla Savak, la spietata polizia al suo servizio.

Il nuovo regime estremista ha imposto nuovamente il velo alle donne e non solo quello. Le ha obbligate ad indossare tuniche che arrivano a metà coscia, perché le rotondità femminili possono indurre in tentazione gli “innocenti” maschietti” (dal libro “Capodanno a Shiraz” di Rossella Maggio). Le regole impongono pure di portare le maniche lunghe, anche quando in estate fa molto caldo.

Durante la bella stagione, tutti possono andare nelle spiagge, sia uomini che donne, ma rigorosamente separati. Ci sono gli stabilimenti balneari femminili e quelli maschili. Non è legalmente consentito nuotare insieme. Non è neanche consentito fare il bagno in costume da bagno. Le donne indossano il chador, lungo ed ampio mantello drappeggiato sul corpo, gli uomini indossano camicia e pantaloni. La segregazione imposta sulle spiagge si estende anche ad altri luoghi pubblici, come le piscine e i parchi.

Roya continua il suo racconto con un piglio di rabbia nella voce. “Assieme all’obbligo di indossare l’hijab, le donne e le ragazze iraniane devono sottostare a una serie di restrizioni ai loro diritti e alle loro libertà. Non hanno il diritto di cantare (se non sono accompagnate in un duetto da un uomo), non possono ballare e non possono viaggiare all’estero da sole. In base alla legge sui passaporti, una donna sposata non può ottenere un passaporto o viaggiare fuori dal Paese senza il permesso scritto del marito, che può revocarlo in qualsiasi momento”.

Il Codice civile iraniano consente alle ragazze di sposarsi all’età di 13 anni e ai ragazzi all’età di 15 anni, una condizione che alimenta il fenomeno dei matrimoni precoci e che spesso coinvolge persino bambine di dieci o undici anni. Riguardo alla violenza domestica, in Iran non è mai stata approvata una legge per prevenire gli abusi e proteggere le donne sopravvissute da un fenomeno che è sempre più pervasivo. Secondo i dati riportati dal quotidiano “Shargh“, che cita statistiche ufficiali, tra marzo 2021 e fine giugno 2023 almeno 165 donne sono state uccise da membri maschi della famiglia. Una media di un omicidio ogni quattro giorni.

Malgrado il loro livello di istruzione piuttosto elevato, il tasso di partecipazione al lavoro delle donne in Iran è molto basso (21% circa). Qualora le donne lavorino, comunque rimane alto il gap di genere nei salari. In alcuni casi i salari delle donne sono tagliati di un terzo, con la scusa che gli uomini sono i capofamiglia e quindi hanno un maggiore bisogno di guadagnare. Chi lotta e si oppone a questo stato di cose paga un prezzo altissimo. Una ragazza può essere fermata per strada dalla polizia morale semplicemente perché non indossa correttamente il velo”.

Mahsa Amini

Roya ed io finiamo di sorseggiare il nostro thè. Le narrazioni della mia amica iraniana mi turbano, mi rattristano enormemente, mi fanno riflettere sulla fortuna che ho di vivere in Italia e sull’amaro destino delle donne che hanno avuto la sfortuna di nascere in questa parte di mondo.

E’ l’orario delle visite in ospedale. Roya ed io ci rechiamo nel reparto di terapia intensiva dove mio marito Salvatore è ricoverato da qualche giorno. All’inizio del mio articolo vi avevo lasciati con una domanda senza risposta: “Cosa ci faccio io in Iran?” Salvatore ed io siamo in questo stato lontanissimo dal 29 dicembre. Ci troviamo qui per aver scelto di trascorrere il Capodanno 2029 in un modo del tutto fuori dal comune. In genere sono io a scegliere le mete dei nostri viaggi, ma questa volta la destinazione individuata incuriosiva ed affascinava anche Salvatore. Si trattava del territorio dell’Antica Persia.

Dopo un lungo viaggio con scalo nel maestoso e modernissimo aeroporto di Istanbul, siamo arrivati a Teheran in serata. Salvatore non era stato bene durante il viaggio, ma io ho pensato che una buona dormita lo avrebbe rimesso a posto. Il giorno dopo invece la situazione era peggiorata a tal punto che ho chiesto alla nostra guida di contattare un medico.
Dal medico che è prontamente venuto in albergo, siamo passati ad un ricovero in ospedale per esami vari, per finire poi in sala operatoria e successivamente in terapia intensiva. Gli  avevano diagnosticato un ematoma cranico per un colpo accidentale subito mesi indietro, durante una partita di tennis. Si era rotto un vaso sanguigno che aveva provocato una lenta emorragia e, di conseguenza, un ematoma così grande che gli aveva spostato la mediana del cervello di 8 millimetri compromettendo alcune funzioni cerebrali.

Dal momento della diagnosi a mio marito è iniziata per me un’avventura in questo antico ed affascinante paese, un’esperienza ricca di emozioni speciali, sensazioni nuove, pensieri, luoghi particolari, persone che altrimenti non avrei mai visto, amicizie e affetti… In Iran ho avuto modo di conoscere Roya, la mia interprete, una donna forte e capace, dalle innumerevoli qualità e di una sensibilità infinità. Mi sono affezionata tantissimo a lei. Ogni tanto la sento per sapere come sta e come vanno le cose da quelle parti. Spero, ogni volta, di ricevere notizie nuove e diverse.

Purtroppo, però, quello che mi racconta per telefono mi lascia sempre un senso di amarezza e di rabbia.   Spero tanto in un futuro migliore per Roya e per tutte le donne iraniane.

(P.S. I dettagli della mia avventura in Iran riportati in questo articolo sono contenuti nel libro “Capodanno a Shiraz” di Rossella Maggio. Una copia per la consultazione si trova nella biblioteca del “Circolo Cittadino Athena”.)