IL CANTO DEL GALLO

di Rocco Boccadamo

Adesso di galli come quelli di una volta non ne esistono punto, ed anzi i pollai rimasti sono di tutt’altro genere. Ma la differenza più importante è il fatto che oggigiorno sia in paese che nelle campagne circostanti non si ode più il canto del gallo. Può sembrare un paradosso, ma è come se l’esordio, il debutto di ciascun nuovo mattino abbia perduto l’applauso d’incoraggiamento più schietto e sincero, come solitamente avveniva un tempo nella civiltà contadina.

A parer mio, francamente, v’è da porsi l’augurio di un…ritorno: il chicchirichì al risveglio, al sollevarsi delle palpebre, può configurarsi come un viatico d’ottimismo per affrontare gli alti e bassi del presente, fra le pallide luci che ancora resistono e le diffuse cupe ombre, difficoltà, brutture e rischi che abbiamo intorno.

Alcuni anni addietro, nell’intervista a un giornalista del principale quotidiano nazionale, un insigne uomo politico ed economista, alla domanda di cosa bisognasse fare, in sostanza, per cercare di superare l’impellente  situazione critica del Paese, l’interpellato, con voce alquanto inattesa e solitaria, rispose: “Dobbiamo lavorare di più, tutti”.

Senza farne la base per un miracolo o un toccasana, ricordo di aver personalmente apprezzato l’anzidetta opinione. In quelle cinque parole, mi sembra di aver riascoltato il canto del gallo, che a me manca moltissimo, ma alla fin fine v’è da credere che manchi non soltanto a me.