PASSEGGIANDO
NELL’ANTICA ROMA
di Francesco Calo’
E’ l’alba appena iniziata. Le botteghe di Roma cominciano con fatica ad aprire le loro porte. I cittadini si affrettano a fare la colazione nei piccoli ientacula, spesso in piedi e con gli avanzi della sera, come formaggio, olive, miele e fichi. Nei negozi dei fornai gli schiavi fanno già la fila per l’acquisto del pane per i propri padroni, che ancora dormono nella loro domus. Il rumore di sesterzi nelle loro tasche riempie le strade. Le porte dei condomini, abitati dai ceti bassi, chiamate insulae, (da cui isolato), si aprono quasi tutte insieme: tuguri senza acqua e in condizioni di vita difficili. Sono le abitazioni più rischiose, poiché, se scoppiasse un incendio, sarebbe una trappola per tutti. I panni stesi dalle finestre, una cucina e bagni spesso in comune, senza parlare dei soffitti bassi e gli affitti elevati.
Poco dopo una marea di persone affolla queste strade bagnate, grazie al retaggio notturno dell’umidità. Le porte si aprono verso l’interno per non occupare lo spazio fuori e salvaguardare anche la sicurezza delle persone, come effettivamente è rimasto fino ai giorni nostri. Per i romani l’alba è l’ora migliore per procacciare affari, e frequentare gli uffici pubblici che contano, dove è possibile incontrare i politici, sperando che mantengano le promesse fatte ai cittadini di trovare lavoro ai loro figli in cambio naturalmente di voti. Ma come in tutte le grandi città, la vita e i rumori ti avvolgono totalmente: i bambini che cominciano a urlare e giocare fra loro, uomini e donne che discutono di qualunque argomento. È la Roma popolare, la Roma pulsante di vita.
Siamo nell’anno 80 D.C. L’anfiteatro Flavio è stato inaugurato da pochi giorni dall’imperatore Tito, il figlio di Vespasiano. Iniziato da quest’ultimo nel 72 D.C., è stato completato otto anni dopo. L’arena può contenere 70.000 persone. Gli spalti e le tribune sono divisi in vari strati sociali. L’entusiasmo della folla si può udire per tutta la città. L’imperatore insieme a suo fratello Dioceleziano, detto il folle, ha organizzato cento giorni di spettacoli e intrattenimenti. Camminando per queste vie, si è impressionati dalla perfezione delle statue e dei monumenti. I negozi dei barbieri sono dappertutto: le botteghe chiamate tonsores, si occupano non solo del taglio della barba, ma anche di piccole acconciature. La crescita della prima barba degli adolescenti romani viene celebrata con una vera e propria cerimonia, poiché i ragazzi passano all’età adulta. Questi luoghi di incontro sono a volte utilizzati anche come circoli sociali.
Ora attraversiamo questa strada fra il Tevere e il Campidoglio. Ci fermiamo vicino al Foro Boario, dove la vendita di maiali, buoi, capre e galline, è di primaria importanza. Gli animali vengono addirittura macellati sul posto, mentre il miasma del sangue si avverte per tutta la piazza. Verso le ore 10.00 ci allontaniamo di poche centinaia di metri, in direzione di una piccola piazza. Una moltitudine di persone discute animatamente, come se stiano parlando di questioni importanti. Ci avviciniamo e capiamo che ci troviamo al mercato degli schiavi. Uomini, donne e bambini, legati con una corda al collo, vengono esibiti al pubblico. Un ragazzo biondo e muscoloso viene maltrattato da un uomo basso e sporco con un frustino, sicuramente un ex schiavo. Gli acquirenti interessati, per la maggior parte uomini ricchi, si accostano per osservare meglio i prigionieri e trattare sul prezzo. Sentire i discorsi di quei romani orgogliosi e divertiti è una ferita al cuore per quelle sfortunate persone.
“Guarda che bella”.
“Fammi vedere le gambe”.
“Fammi vedere i muscoli”.
“Voglio anche vedere il seno. Devo toccare per scegliere”.
Questo vale per tutti. I loro occhi abbassati rivelano vergogna per la dignità perduta, paura di capitare in casa di un padrone crudele e spietato. Sembra che i compratori stiano per acquistare un agnello o della frutta. Comprare uno schiavo è oneroso, costa 2.500- 3000 sesterzi. Se si tratta di una giovane donna, o un bambino, il prezzo sale ancora di più.
Alle 11.00 del mattino, nel desiderio di evadere un po’ dalla folla e dal vociare continuo di Roma, proseguiamo verso i giardini imperiali, al Campo di Marte. Le sue piazze e i suoi templi, senza botteghe e clienti, ti immergono in un’atmosfera irreale. Ci dirigiamo verso il Portico di Ottavia. L’entrata è sbalorditiva: fatti pochi passi, si apre un cortile di oltre cento metri con un portico che gli corre intorno. Usciamo dai porticati e ci dirigiamo verso la parte nord del Foro, che per secoli è stato il centro del potere di Roma e dove si sono riuniti i senatori. Ecco di fronte a noi il grande edificio di mattoni: è il Senato.
Entriamo e osserviamo l’interno! Vi è un bellissimo pavimento fatto di marmi provenienti da tutto il mondo. In questo luogo chissà quanti discorsi importanti si sono tenuti. È impossibile ricordarli tutti. In questo ambiente di pochi metri quadrati sono state prese molte delle decisioni più importanti, che troviamo menzionate nei libri di storia. Pochi luoghi come questo sul nostro pianeta hanno influenzato tanto la vita di tanti popoli diversi. Siamo anche fortunati, perché in questi giorni si sta effettuando l’elezione dei nuovi senatori e magistrati. Ragazzi giovani, di buona famiglia, con grandi ambizioni politiche, passano in fila indiana davanti ai senatori anziani, con tuniche bianche e candide. Ecco l’origine del nome candidati. Tutti hanno un discorso scritto su una pergamena, che leggono ad alta voce per cercare di sorprendere i presenti. La toga bianca viene indossata da chiunque aspiri a cariche pubbliche, come simbolo di onestà e purezza.
Avanziamo per dirigerci verso il Palatino e l’Aventino. Una folla di persone, disposte in fila per entrare al Circo Massimo, attende per assistere alla gara delle bighe. Uno spettacolo che solo l’antica Roma può offrire al pubblico. Costruito da Giulio Cesare nel II secolo a.c. e in poco tempo, è divenuto uno dei luoghi più attrattivi della città. I cavalli vengono guidati da ex schiavi che sono anche aurighi esperti. Si tratta di gare molto pericolose, in cui alcuni di loro perderanno la vita. Durante la corsa è assolutamente vietato spingere l’avversario o toccare i cavalli. Si guadagnano molti soldi, grazie anche alle scommesse clandestine. Si vince dopo aver compiuto sette giri del Circo, impresa non certamente facile.
Sono passate ormai le 14.30 dopo pranzo. Facciamo un salto alle Terme, un luogo di ritrovo molto ambito. L’ingresso costa 0,5 sesterzi, essenziale per tutti i cittadini di vari ceti sociali. È uno degli appuntamenti giornalieri fissi dei romani: grandi edifici destinati al ritrovo della vita sociale, con divertimento e igiene, palestre e biblioteche. Il luogo è circondato da giardini ordinati e puliti, con vasche per il rilassamento, con acque calde, fredde, e tiepide. Gli ingegneri dell’epoca hanno inventato un sistema per l’acqua calda, che funziona alla perfezione. Una serie di tubi sotterranei fa circolare l’acqua calda, proveniente da sotto il pavimento, chiamato Calidarium. Così con l’acqua tiepida, chiamato Tepidarium. L’ambiente è composto da grandi spazi, muri con marmi decorati con molta accuratezza, statue colossali.
Sono le ore 16.30. Il Colosseo è vicino. Entriamo a dare un’occhiata. Siamo nel momento migliore della giornata per i combattimenti dei gladiatori. Ricordiamo che questi uomini, palestrati e di aspetto piacevole, sono come idoli per il popolo romano, paragonati quasi a dei calciatori dei giorni nostri. Per questo si investe molto su di loro. Dopo le esecuzioni pubbliche dei condannati a morte, effettuate di solito poco dopo l’ora di pranzo, ora si vive il momento dello spettacolo più atteso e cruento dell’arena. Alcuni lottatori sono più famosi e amati degli imperatori stessi. Oggi combattono due gladiatori, conosciuti dalla grande folla di spettatori. Si chiamano Prisco e Vero, e sono scesi nell’arena da ingressi diversi. Sono vestiti con un elmo con visiera, con delle protezioni metalliche alle gambe e uno scudo rettangolare per difendersi dalle sciabolate.
La grande massa di persone, alla loro vista, urla gridando i loro nomi. I due uomini cominciano subito a sfidarsi, con spade lunghe e affilate, mentre il pubblico ad ogni fendente si esalta sempre di più. I muscoli dei gladiatori sopportano bene quei colpi dati con violenza. D’altronde è in gioco la loro vita. Dopo un paio d’ore i due contendenti, sfiniti, si arrendono, abbracciandosi e mettendosi in ginocchio. A quel punto gli spettatori, impietositi, chiedono a gran voce all’imperatore Tito di salvare la vita ai due uomini, poiché hanno dimostrato grande valore e offerto un grande spettacolo. L’imperatore scende nell’arena e concede la grazia ad entrambi, regalando loro la libertà e la vita.
Usciamo dall’arena. Sono le 20.30 passate. È ora di rientrare a casa. Roma di sera è anche pericolo. Ubriachi senza fissa dimora barcollano senza meta, delinquenti senza scrupoli invadono le strade. Uomini con la sica, spada corta nascosta sotto i vestiti per non dare nell’occhio, sono pronti anche a uccidere per rapinare. La parola sicario, ha origine proprio da questo. Per la Città Eterna è il fascino dell’ambivalenza. Raffinatezza e barbarie: due facce della stessa medaglia.




