RICORDANDO PASOLINI
di Bruna Caroli
A cinquant’anni dalla morte di Pasolini, scrivo ricordando ciò che sentivo da giovane universitaria nel leggere i suoi scritti.
Mi affascinava la sua scrittura. Sentivo l’animo sensibile e profondo dietro le sue parole. Non sempre ero d’accordo con le sue analisi, eppure mi colpivano profondamente, mi facevano riflettere e, a conti fatti, comprendevo che aveva ragione. Quell’invettiva contro gli studenti “Vi odio, cari studenti!” rivolta in particolare alla classe borghese, mi aveva colpita molto. Sentivo, comprendevo le sue ragioni, ma, al tempo stesso, partecipavo alle proteste studentesche, consapevole della necessità di un cambiamento nelle relazioni con il potere che governava l’Università di allora.
Queste alcune delle parole di quella poesia:
“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti
nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc.”
Non mi piace ricordare qui le polemiche di allora, la cacciata dal Partito Comunista. Forse sì, aveva ragione! Ma le cose erano molto più complesse e la realtà non poteva cogliersi come un disegno in bianco e nero. Molte erano le sfumature!
Quando arrivò la notizia della sua terribile morte ne fui molto rattristata, soprattutto per le motivazioni che se ne dettero allora.
Ricordo ancora il momento in cui lo appresi, perché fatti così significativi come il suo assassinio lasciano nella memoria un segno indelebile.
Già da subito mi apparve impossibile, ingiusta e mistificatoria la spiegazione che ne fu data dai media. Sentivo che doveva esserci qualcosa di più dietro quella tremenda violenza.
Ripercorrendo la sua vita, le sue posizioni da intellettuale onesto, libero, senza compromissioni col potere, si comprende bene che le sue posizioni non potevano che essere invise e osteggiate dal potere costituito.
Per molti versi trovo che, con i suoi scritti, Pasolini sia stato profetico. Vedeva il pericolo rappresentato dalla televisione e dalla società dei consumi che considerava una nuova forma di fascismo.
“La televisione non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.” Così scriveva.
Cosa direbbe oggi davanti all’uso dilagante degli smartphone, e della cultura che si appiattisce sempre di più su modelli esogeni, importati soprattutto dagli Usa? E cosa del nostro povero italiano sempre più infarcito di termini anglo-americani? Infatti temeva l’omologazione culturale come una minaccia nei confronti delle varie culture locali, e presagiva il pericolo dell’affermarsi di una lingua più povera che avrebbe cancellato la ricchezza delle varie lingue dialettali, determinando quella mutazione antropologica che oggi è sotto gli occhi di tutti. Possiamo vedere infatti un’umanità diventata più egoista, alla ricerca di beni materiali e tecnologici, con bisogni creati ad arte attraverso una pubblicità asservita agli interessi di un’economia e di una finanza sempre più voraci. L’edonismo sembra diventato il fine principale nella vita dell’uomo. Le stesse relazioni umane rispondono ad una logica consumistica dell’”usa e getta”. È come se persino i rapporti di coppia fossero improntati alla stessa logica. La felicità è collegata alla soddisfazione dei soli desideri materiali, come se non ci fosse altro.
Nel suo ultimo libro: “Petrolio”, rimasto incompiuto, qualcuno ha intravisto una possibile causa del suo assassinio. Resta un fatto inquietante: quello della scomparsa del capitolo intitolato Lampi sull’Eni. C’è chi afferma che quel capitolo non fu mai scritto, ma in una pagina di “Petrolio” Pasolini rimanda il lettore a quel capitolo. Un altro mistero nella storia dell’Italia di allora! Sappiamo tutti quale fu la causa della morte di Mattei, già presidente dell’ENI, anche se la verità non è stata ancora accertata definitivamente. Comunque sia, intorno agli interessi collegati al petrolio, molti fatti oscuri sono ancora da chiarire.
A noi resta la testimonianza di un intellettuale vero, di un grande poeta, di un uomo di cultura a tutto tondo che segnò la storia politica di quegli anni e che ancora attende di essere studiato, compreso fino in fondo ed essere giustamente collocato nel panorama politico e culturale dell’Italia del secolo scorso.



