Il mistero dell’acqua tofana
di Monica Collarile
Le origini dell’acqua tofana risalgono alla Palermo del XVII secolo, dove una certa Thofania d’Adamo, nata e vissuta in un quartiere tra i più poveri e malfamati della città, fu giustiziata il 12 luglio 1633 per aver avvelenato il marito Francesco. Le fonti al riguardo sono molto incerte purtroppo e, come spesso accade, la realtà finisce per mescolarsi alla fantasia, che, alimentata dalla giusta dose di superstizione, presentò ai posteri Thofania d’Adamo come appartenente ad una rete di streghe, avvelenatrici e fattucchiere, che agivano nella Sicilia del Seicento. A lei si attribuì l’invenzione di un potente veleno, poi denominato “acqua tofana” o “acqua tufanica” o ancora “manna di San Nicola”, perché veniva imbottigliato in boccette decorate con l’immagine del santo. La donna aveva una figlia (o nipote) di nome Giulia che, secondo alcune fonti, l’aveva spesso aiutata nella preparazione di sostanze di dubbio impiego. Giulia crebbe bellissima, poverissima, senza alcuna istruzione, con un carattere assai spregiudicato e in possesso di “un’arte” che ella utilizzò per cambiare radicalmente, in pochi anni, la propria vita.
La ricetta dell’acqua Tofana non è nota con precisione: alcune fonti parlano di un misto tra anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio (o belladonna) messo a bollire per circa un’ora in una pignatta ben sigillata. Dopo il raffreddamento, il liquido veniva travasato in piccole bottigliette.
Non sono note le quantità degli ingredienti utilizzati, ma l’efficacia del prodotto era garantita. Poco tempo prima di morire, lo stesso Mozart aveva confidato a sua moglie il sospetto d’essere stato avvelenato con l’acqua tofana. Così come sulla morte di papa Benedetto XIII (papa Orsini), nel 1730, gravò il sospetto dell’avvelenamento con la medesima sostanza.
Tali episodi sono interessanti perché testimoniano come questo veleno fosse ancora in auge a distanza di quasi due secoli da quando aveva visto la luce, ad opera di una “strega” palermitana la cui ricetta venne tramandata alla nipote Giulia. Essendo la giovane dotata di prorompente bellezza e fervida inventiva, subito seppe trasformare Il commercio della formula in un vero e proprio business, varcando addirittura i confini della Sicilia.
Adusa a commerci carnali fino a diventare cortigiana della Corte di Filippo IV di Spagna e a frequentare esponenti del clero, fu proprio grazie all’amicizia intima con un frate speziale che riuscì a rifornirsi delle “polveri” necessarie per mettere a punto la sua miscela.
Sebbene analfabeta e cresciuta nei bassifondi palermitani, la ragazza vantava un’intelligenza pratica e una spiccata propensione per gli esperimenti, qualità che le permisero, dopo qualche tentativo, di ottenere la formula del veleno perfetto, quello che uccideva lentamente senza dare nell’occhio. Nessun odore. Nessun sapore.
Per quel miscuglio velenoso c’era una sola avvertenza: la somministrazione alla vittima prescelta doveva avvenire un po’ per volta, attraverso un numero preciso di gocce al die, versate nel vino o nella zuppa. L’effetto doveva sembrare una banale infreddatura, che però portava alla morte. In un mondo pieno di rancori e di conflitti, la bella Giulia non faticò a piazzare la sua merce.
I clienti aumentarono in fretta, di pari passo con le sue rendite, tanto da consentirle di lasciare il malfamato quartiere del Papireto assieme a Girolama, sua sorella di latte. Tutto sembrava filare liscio quando, a causa di un cliente maldestro, che somministrò alla sua vittima la pozione tutta in una volta, Giulia rischiò di finire sotto la lente del tribunale dell’Inquisizione.
Per sottrarsi alle indagini e alle relative accuse che vennero inevitabilmente fuori durante il processo, finì per accettare la proposta di un altro frate, tale Girolamo, che la portò con sé a Roma, dove l’aspettava una brillante carriera ecclesiastica. Approdarono insieme nell’Urbe di papa Urbano VIII e Giulia prese alloggio in un bel appartamento alla Lungara, nel rione Trastevere a spese dell’amante.
Pare che poco tempo dopo la siciliana avesse già imparato a scrivere, vestendo come una dama d’alto rango, ormai dimentica degli anni bui di Palermo. Finché un’amica più cara delle altre non si andò a lamentare proprio con lei dei maltrattamenti subiti in casa dal marito, una piaga che all’epoca accomunava la maggior parte delle spose. Costrette al matrimonio in età giovanissima, subivano abusi e angherie d’ogni genere dai coniugi indesiderati.
Fu così che Giulia, forte del suo ascendente sull’amante, lo spinse a procurarle la materia prima, noncurante di trovarsi nella città di San Pietro sotto il naso dell’Inquisizione. Spregiudicato quanto lei, Girolamo non oppose resistenze e si rifornì dell’arsenico tramite uno zio compiacente, frate speziale alla Minerva. Rispolverata la vecchia formula, Giulia tornò al lavoro vendendo, come sembra, la sua preziosa merce quasi esclusivamente alle donne.
Quei traffici diventarono sempre più intensi. Dopo qualche anno però, una delle “clienti”, la contessa di Ceri, ansiosa di liberarsi del consorte e contrariamente alle istruzioni ricevute, gli vuotò l’intera boccetta del veleno nella minestra, provocandone la morte immediata e scatenando i sospetti dei parenti. L’indagine di polizia condusse presto a Giulia.
Arrestata, subì un processo, al pari delle sue … seicento clienti (un solo uomo fu coinvolto nel processo). Condannate alla pena capitale, le spose fedifraghe furono murate vive nel palazzo dell’Inquisizione, a Porta Cavalleggeri. Di Giulia Tofana, sottoposta a tortura ma poi rilasciata probabilmente grazie ai buoni uffici dell’amante, si persero le tracce.
La formula della pozione passò alla sorella o figliastra Girolama Spana. Ma costei, contrariamente alla matrigna che sembra sia morta impunita, finì nelle mani della giustizia assieme alle quattro “comari” (Giovanna de Grandis, Maria Spinola soprannominata “Grifola”, Laura Crispolti e Graziosa Farina) che l’aiutavano a produrre e dispensare la pozione letale. Processate a Roma e condannate a morte, le cinque criminali nel pomeriggio del 5 luglio 1659 vennero impiccate alle forche erette a Campo dei fiori.
La produzione dell’acqua tofana non cessò dopo la morte di colei che la rese famosa e il suo uso è stato attribuito, tra le altre, alla marchesa de Brinvilliers, nobildonna francese che tra il 1666 e il 1676 ne sperimentò l’efficacia uccidendo numerose persone tra cui il padre e due suoi fratelli, mentre, di lì a poco, sarebbe scoppiato nella Francia di Re Sole il cosiddetto “affare dei veleni”, la cui protagonista principale fu “La Voisin”.
Ulteriori testimonianze della diffusione di questo veleno e di quanto fosse vivo il suo ricordo si trovano pure in alcune opere letterarie, come ad esempio Study in scarlet di A. Conan Doyle, Il Conte di Montecristo di Dumas, Promenades dans Rome di Stendhal, Il maestro e Margherita di Bulgakov.
Il giudizio dei posteri su Giulia Tofana è naturalmente contraddittorio: paladina di donne maltrattate e oppresse o spregiudicata serial killer? Ai lettori l’ardua sentenza…



